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Stupro e vittimizzazione

23 febbraio 2012

A chi conviene l’immagine della donna-vittima.

Se si cerca con Google Immagini la parola ‘Stupro’ ci apparirà il seguente risultato:

E’ proprio vero che, nel modo in cui si costruisce la narrazione intorno allo stupro, si tende a sminuire la capacità delle donne sia di opporsi e di resistere ai tentativi di aggressione sia di riprendersi dopo averla subita. Questo fatto viene sottolineato con forza da J. Bourke nel suo libro sulla violenza sessuale (di cui ho già parlato qui). Ciò che viene accentuato è infatti, solitamente, la passività delle donne, accentuazione che contribuisce a creare un’ immagine della donna come “soggetto sofferente“. Attorno ai racconti di stupro si è quindi consolidata una retorica che mette in evidenza la vulnerabilità femminile, la donna come soggetto passivo incapace di difendersi.

Il discorso sulla vittimizzazione, spiega la Bourke, aveva un suo  senso specifico quando, con il femminismo degli anni Sessanta e Settanta, parlare delle donne come ‘vittime’ della società patriarcale aveva il significato di una denuncia di tipo politico. In questo contesto la donna stuprata non veniva descritta semplicemente come un soggetto passivo, ma al contrario, essa diventava un soggetto politico attivo capace di denunciare le perversioni di una società in cui le donne non avevano alcuna voce. La donna, vittima dello stupro, diventava “un agente di cambiamento determinato e arrabbiato”.

Ora però il discorso sulla donna come vittima si è completamente depoliticizzato. Il concetto di vittimizzazione si è, in un certo senso, assolutizzato. In questa prospettiva, la donna viene descritta come soggetto totalmente passivo, incapace di agire. La donna stuprata è una donna “definitivamente segnata”.

Il messaggio principale che in tal modo viene lanciato, in un contesto completamente privatizzato, è che la donna in quanto indifesa, debole, fragile, non solo ha bisogno dell’uomo per essere protetta, ma necessita che lo spazio ‘pubblico’ sia reso ‘sicuro’. Ecco che il discorso che si concentra sulla vittimizzazione, fa ora gioco alle forze conservatrici che, in nome dell’ordine e della necessità di proteggere le donne, auspicano politiche restrittive. Queste, sottolinea la Bourke, però si sono sempre dimostrate fallaci nel rispondere efficacemente al problema sullo stupro.

Occorre cambiare prospettiva. Occorre, in primo luogo, sottolineare la capacità di “resistenza” delle donne. Le donne non sono soggetti fragili e passivi. Le donne lottano per non essere aggredite, e quando vengono stuprate hanno la forza di riprendersi. La debolezza non è nelle donne, ma in una società che chiude gli occhi di fronte alla violenza. Che la confina nel privato. Che la usa per i suoi fini liberticidi. Una società che non solo non si pone il problema dello stupro, ma che usa l’immaginario della violenza contro le donne stesse. Stuprate due volte.

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9 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    26 febbraio 2012 20:22

    ok, purchè non si neghi la sofferenza e la fragilità, che non è comunque solo femminile

  2. Chiara permalink
    26 febbraio 2012 21:21

    ciao Ilaria, credo di capire che la vittimizzazione delle donne comprenda, come se fosse intrinseca, la loro debolezza. Si prevede così che la loro difesa possa venire solo dall’esterno – cioè, per definizione, da uomini. In questo modo agli uomini viene attribuito un ruolo attivo (aggressori, protettori) mentre le donne ricoprirebbero sempre un ruolo essenzialmente passivo, che siano le “aggredite” o le “protette”. Mentre, in virtù di una eguaglianza sostanziale tra le persone, sappiamo che il primo passo consiste nel rifiutare le caratteristiche di genere. Detto questo però sono convinta che difendersi e/o riprendersi da uno stupro sia davvero molto difficile, uomini o donne che si sia e, magari mi sbaglio (purtroppo non ho letto la Bourke), ma credo che lo stupro sia per tanti versi simile all’omicidio. Perciò non capisco il riferimento che fai alla capacità di resistenza: sono sicura che non intendi dire che chi è stata stuprata non ha resistito abbastanza ma non capisco bene cosa tu voglia intendere..

    • Paolo1984 permalink
      27 febbraio 2012 15:52

      al di là delle “caratteristiche di genere” però è bene rilevare che essere aiutati/e sostenuti/e anche difesi/e da qualcuno che tenga a noi (a prescindere dal sesso di quest’ultimo e fermo restando l’importanza anche di saper stare da soli/e) io non lo vedo come un segno di passività ma di umanità e ammettere di aver bisogno dell’altro, di un uomo (o di una donna) può essere anche un gesto di forza e onestà, a volte

    • Paolo1984 permalink
      27 febbraio 2012 16:08

      comunque ovviamente approvo quando si dice che una vittima non è “solo” una vittima, anche se porterà almeno nell’anima, i segni di quanto ha subito, può e deve risollevarsi

  3. Ilaria Durigon permalink*
    27 febbraio 2012 10:08

    Non era ovviamente mia intenzione sminuire la sofferenza di chi viene aggredita sessualmente. In effetti l’argomento del post non aveva a che vedere con argomentazioni di carattere psicologico sugli effetti del trauma-stupro. Si tratta, e qui faccio riferimento al libro della Bourke, dell’aspetto sociologico, di come lo stupro sia descritto in modo diverso da epoca ad epoca, e di come, a partire da questa descrizione, sia ‘vissuto’ in maniera diversa. Queste diverse descrizioni hanno sempre avuto a che fare con motivazioni di carattere politico. Da qui l’accento, per quanto riguarda il nostro tempo, sui ruolo di ‘vittima’, ruolo eminentemente passivo, ruolo che richiede provvedimenti specifici. La parola ‘resistenza’, infine, rimanda al titolo dell’ultimo capitolo del libro. ‘Resistenza’ rimanda alla capacità di reazione delle donne di fronte ai crimini sessuali e quindi anche al modo in cui negli anni sessanta e settanta il femminismo ha saputo coinvolgere le vittime di stupro all’interno di un discorso politico più ampio che le coinvolgesse. Lì lo stupro non significava ‘quasi omicidio’ (per usare le tue parole), non significava cioè l’azzeramento delle possibilità per quella donna di riprendersi e diventare un soggetto attivo capace di denunciare le storture della società in cui viveva. Una donna stuprata non era una donna-quasi-morta, ma una donna arrabbiata, combattiva e lo era proprio perché trovava nell’aiuto e sostegno delle altre donne, un proprio ruolo ‘politicamente’ attivo. E ciò non significa che essa soffrisse meno per quello che le era accaduto. Non si tratta di dire che quelle donne erano più capaci di reagire rispetto alle ‘vittime’ di oggi: la differenza non è nella sofferenza delle une o delle altre. La capacità di resistere e reagire non è un fatto solo personale. Ci sono spazi che spingono a reagire e altri che confinano la sofferenza nel privato, che la marginalizzano e la trasformano in un fatto individuale.

  4. donatella permalink
    28 febbraio 2012 12:09

    Non so se addirttura e invece si potrebbe imputare alla resistenza o financo alla resilienza femminile al perpetuarsi dello stupro e di tutti gli altri gesti di violenza con quali si colpisce il nostro genere. Nella intepretazione maschile questa componente potrebbe addirittura funzionare da incentivo, come ben sappiamo: meno ti abbatti, più ti odio, più ti stupro, ecc. Meno ti abbatti più ho invidia di te, della tua forza, della tua potenza che si aggiunge a quella generatrice, e infatti lì ti colpisco persino nel luoco sibolico di quella forza, senza provare piacere, ché il mio piacere è differito e si concentra nel progetto di farti fuori. Troppo dura?

    • Ilaria Durigon permalink*
      28 febbraio 2012 17:56

      Capisco la tua posizione. Però credo che il discorso che fa la Bourke sia un po’ diverso. E forse, non è tipico sfogare le proprie frustrazioni sui soggetti ‘più deboli’? Non è più facile prendersela con le ‘vittime designate’?Sfogare la propria violenza su chi si ritiene non essere capaci di resistervi? (la Bourke sottolinea come 4 tentativi di stupro su 5 non si compiono proprio per la reazione attiva delle donne, la quale anzichè aumentare la reazione violenta da parte dell’uomo lo fa desistere…). Perchè la tanto inneggiata nuova libertà e forza ‘sociale’ delle donne non è un dato di fatto, ma un’immagine distorta. La società ci tratta da soggetti deboli, quelli che per esempio, è più facile colpire con gli effetti della crisi economica. Per questo credo che la Bourke parli del ‘vecchio femminismo’ come portatore di un ruolo ‘attivo’ della donna, in confronto con le posizioni odierne. Forse lì la donna era vista come più ‘forte’ rispetto ad ora. E tuttavia gli stupri da allora sono aumentati… L’argomento è comunque molto complesso. Grazie del tuo contributo.

      • Donatella Proietti Cerquoni permalink
        28 febbraio 2012 22:24

        Personalmente mi sono ritrovata colpita dalla violenza maschile, non solo maschile in verità, sia in condizioni di forza che di debolezza estreme. Per questo in molte chiediamo agli uomini di essere loro a parlare della violenza maschile contro le donne. Grazie a te del post e degli stimoli.

  5. Nicolò permalink
    28 febbraio 2012 22:09

    “Ecco che il discorso che si concentra sulla vittimizzazione, fa ora gioco alle forze conservatrici che, in nome dell’ordine e della necessità di proteggere le donne, auspicano politiche restrittive”. Politiche dimentiche che, statistiche alla mano, la maggior parte della aggressioni sono perpetrate dalla cerchia di conoscenti della vittima.
    Ed ecco che la violenza sulle donne diventa un’arma politica come le altre, un altro modo con cui la società “chiude gli occhi di fronte alla violenza”?

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