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Ritardati umanistici

4 marzo 2012

Riproponiamo qui un’articolo di Wole Soyinka, Premio Nobel per la letteratura nel 1986, uscito oggi nella Domenica del Sole 24 ore. Sul sito del Sole c’è il contributo nella sua lunghezza originale. Qui riportiamo l’articolo come è uscito sul giornale di oggi. Uno spunto per continuare la discussione sul tema della dignità (dell’essere umano, e non solo “delle donne”) e sul ruolo della religione.

Rispettare la dignità dei corpi

Jeremy Geddes, "Saint Jeremy finally receives illumination"

Ogni singolo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani trasuda la stessa essenza di base: la dignità e la sacralità di ogni vita umana. Una condotta che può essere condannata come un’eresia, poiché va contro l’umanesimo fondamentalmente insito in questa visione, si sta gradatamente coagulando, trasformandosi pian piano in un’ortodossia di violazioni disumane in via di auto-rigenerazione – o forse sarebbe meglio dire, con più accuratezza, in via di degenerazione e certamente di auto-proliferazione. Si tratta di violazioni disumane che vengono giustificate o facendo ricorso ad alibi di natura culturale, religiosa e politica; o sulla base di una presunta supremazia di una supposta causa superiore, proposta ora da una setta e ora da un’altra; ovvero sulla rivendicazione della trascendenza della memoria dei torti storici, a favore dei diritti di chi vive nel presente.

Quest’ultimo modello di violazione abbraccia le azioni di un’entità sempre più aggressiva, che nelle conferenze che ho tenuto per la BBC nel 2005, le Reith Lectures, ho descritto come il quasi-stato: un’entità che si auto-riconosce, che non possiede né una costituzione, né confini geografici, né una bandiera nazionale, né una rappresentanza diplomatica e che tuttavia si comporta a tutti gli effetti come uno stato esperto. Un quasi-stato siffatto può risultare progressivo o reazionario, può rispettare i diritti umani oppure può essere costruito su principi che li violano; può battersi per accaparrarsi il rispetto delle nazioni e delle organizzazioni civiche riconosciute in tutto il mondo, o può invece fondarsi sulla pretesa arrogante di un assoluto rifiuto di questi diritti, specialmente quelli degli innocenti. È all’interno di questo tipo di modello che si originano, quasi senza eccezione, alcune tra le più recenti violazioni umane. È un modello responsabile di vari crimini contro l’umanità, che perpetra con soddisfazione, appropriandosi senza mezze misure della veste di un’ostentata immunità.

In una situazione simile, nel momento in cui si passa da un’era all’altra, ci si può sentire ragionevolmente spinti a cogliere l’occasione di disfarsi, con un atto di volontà, del bagaglio ormai logoro che ha dominato gli incontri internazionali su argomenti quali i Diritti Umani – un bagaglio che consiste negli alibi basati sul relativismo, sulle differenze culturali o di qualsiasi altro tipo, con cui si vorrebbero giustificare i crimini commessi contro la nostra comune umanità. È proprio in questi momenti che ci si può interrogare su questioni quali, per esempio, quali siano i tratti comuni dell’umanità. Il concetto di umanità, per esempio, è relativo? Ai tempi della schiavitù, che peraltro non ci siamo ancora del tutto lasciati alle spalle, lo era. E oggi? Lo è ancora? E rispondere a questo interrogativo significa aver fatto un passo avanti rispetto al secolo precedente? Secondo quale parametro?

La dignità e la sacralità di ogni vita umana. La dignità, sia chiaro, non è una mera astrazione. È un attributo che risiede nella zona di ciò che è palpabile, nella percezione dell’umanità che noi tutti rivendichiamo. La dignità si riferisce sia al nostro essere corporeo sia a quello immateriale – per chi crede in un’esistenza non-corporea, – che non si escludono a vicenda. Per quanto possano essere elevate e nobili le operazioni del nostro intelletto e le effusioni del nostro intuito, il corpo fisico, che cammina e percepisce le sensazioni, costituisce la struttura principale entro i cui confini si definiscono le nostre individualità ed è assicurata la nostra esistenza. L’unicità di questa realtà tanto composita, le cui sottigliezze dello spazio materiale dipendono l’una dall’altra, comprende un cervello in grado di ragionare, che è simultaneamente trasmettitore e deposito di impulsi e sensazioni. Entrambi scaturiscono da un’unica entità tangibile, ed è la totalità di questo spazio e di questa materialità che costituisce il territorio dei diritti. Rimane da chiedersi: questo spazio individuale merita riconoscimento, rispetto e garanzie di protezione sociale, a prescindere da quale sia la dottrina ideologica che lo informa?

Se la risposta è “No”, allora la violenza carnale non sarebbe ritenuta il crimine inaccettabile che invece è. Dopo tutto, le vittime di stupro si possono consolare col fatto che dal punto di vista intellettivo funzionano ancora. Il cervello non è stato danneggiato – all’apparenza, se non altro – e può ancora verificarsi che la vittima diventi un genio della matematica o della filosofia. Tuttavia, riconosciamo nella violenza carnale la violazione dello spazio sopra descritto e, dunque, lo svilimento dell’interezza umana. Se invece la risposta è positiva, allora la violazione dell’individuo da parte dello Stato, o di una qualsiasi altra struttura autoritaria o quasi-autoritaria, risulta abominevole esattamente allo stesso modo di quanto lo sia la violenza carnale perpetrata da uno stupratore o da un branco di violentatori.

La reazione di orrore che accompagna la violazione del corpo umano, in qualsiasi forma essa avvenga, si

Jeremy Geddes, "Cluster"

basa sul riconoscimento del fatto che il corpo costituisce il denominatore materiale fondamentale della realtà umana. Il corpo è la casa materiale della mente.

Quando, perciò, in nome di assunti religiosi o culturali, una società afferma che è giusto e nobile seppellire viva una donna fino al collo e lapidarla a morte, possiamo scegliere di dire “d’accordo, va bene, avete ragione”. Una volta esistevano delle società che rivendicavano precisamente questo diritto e che tuttavia si consideravano civilizzate. i culti che hanno reso possibili queste violazioni hanno costruito cattedrali e moschee imponenti, templi e santuari maestosi; hanno creato paesaggi architettonici che resistono al passare del tempo; hanno prodotto musica sublime, poesia eccelsa e altri generi di letteratura devota e secolare degni di nota. I loro prodotti culturali riempiono ancora oggi le gallerie d’arte e fanno il giro del mondo, per lo stupore e l’ammirazione generale. Eppure, che ci si creda o no, queste erano le stesse società che lapidavano le donne, che le condannavano al supplizio della ruota, che le mettevano al rogo e le bruciavano vive, obbedendo, secondo loro, alle Sacre Scritture.

Oggi condanniamo questi periodi della storia, attribuendoli all’aberrazione caratteristica dei secoli bui, all’epoca delle superstizioni. Allo stesso modo, bisogna considerare veri e propri ritardati umanistici coloro i quali, avendo dei limiti nel comprendere il progresso dell’uomo, o per premeditata manipolazione, e ancor di più a causa di una lettura del tutto parziale delle Scritture, insistono a voler sottrarre all’individuo la dignità che gli è intrinsecamente propria e il diritto a regolare autonomamente il proprio corpo.

Oggi il volto più aggressivo dell’intolleranza indossa, purtroppo, la maschera della religione. È questa la brutale verità dalla quale fuggono molti opinionisti, alcuni per il timore di essere accusati di fomentare odio religioso, altri in quanto servi di un’ideologia falsa e debole, nota ai più come il Politicamente Corretto. Siamo tutti, in un modo o nell’altro, ancora vittime di questa dottrina esagerata. Vi prego di notare che utilizzo la parola “maschera” con cognizione di causa. Per molti, la Religione è una maschera. La realtà è il Potere, il Dominio, il Controllo, una mutazione dell’amor proprio la cui egomania si nutre del soggiogamento dei propri simili – gli altri. Sì, amor proprio; che talvolta si maschera come amore per Dio e sottomissione alla sua autorità. Il fatto che il sé si trovi in mezzo a tanti altri è solo una strategia come un’altra per auto-consolidarsi, per giustificare i pregiudizi, per rendere legittima la suprema sfera d’azione dell’ego, pur quando finge una sottomissione devota e timida nei confronti di un’entità superiore. Quest’entità superiore, si scoprirà, rappresenta nella maggior parte dei casi l’élite, gli Eletti, gli Intermediari privilegiati con la Divinità.

Bisogna che si impari a considerare l’umanità olisticamente, o comunque ad accettare che tutte le sue parti hanno pari diritto al tempo e allo spazio. Il rifiuto di riconoscere questo diritto innato alle parti che compongono l’umanità, incluse quelle che chiamiamo individui, che comunque non interferiscono con le rivendicazioni della sua interezza, porta, prima o poi, al conflitto violento, poiché all’interno di quello spazio e di quel tempo uguale per tutti alberga un diritto innato che chiamiamo “dignità”.

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  1. Valentina Ricci permalink
    5 marzo 2012 00:39

    Bell’articolo: soprattutto nella misura in cui, senza parlare il linguaggio di chi la dignità la strumentalizza per i propri fini, e senza nemmeno sforzarsi di comunicare con chi parla quel linguaggio, propone un esempio di riappropriazione di quella parola il cui uso tanto controverso ha determinato dibattiti accesi anche su questo blog, in tempi recenti.

    Il diritto al tempo e allo spazio, nello specifico, mi sembra un’idea da tenere ben presente. Intorno ad essa potrebbero ruotare molte delle cose che cerchiamo di difendere.

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