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Corpo e vita

19 agosto 2009

dibattito eutanasiaLa notizia che al San Giovanni Bosco di Torino una infermiera abbia iniettato a Sandro Lepore (un paziente in coma ricoverato dopo un tentativo di suicidio) un farmaco che – a quanto pare – lo avrebbe portato alla morte, non dovrebbe rallegrare nessuno.

Prima di tutto è macabro che, sotto i baffi, si rallegri chi all’eutanasia è contro (e che ora si scatena, perché un caso del genere permette di sparare a zero cartucce oneste e meno oneste). A maggior ragione, per chi l’eutanasia la sostiene, questo caso esemplifica esattamente ciò che si deve rifiutare con nettezza.  Infatti, nonostante i mezzi di informazione si stiano senza eccezione allineando su questa scelta terminologica, in questo caso non si tratta di eutanasia (al massimo si tratterebbe di eutanasia “attiva e non volontaria“, ma comunque ci sarebbe da discutere anche su questo e, anche ammettendo che sia questo il caso, c’è da tenere ben presente che questa è una forma di eutanasia esclusa a priori, mai considerata nel dibattito: mai. Nemmeno in Olanda. Figuriamoci in Italia).

Niente a che vedere con Piergiorgio Welby, che era in grado di esprimere con chiarezza la propria volontà e per questo lottò fino alla fine.

Niente a che vedere nemmeno con Eluana Englaro, per la quale si trattava di sospendere la nutrizione artificiale ricostruendo la sua volontà sulla base delle testimonianze di parenti e amici.

Sia per Welby che per Englaro, si trattò di eutanasia passiva, ossia la sospensione di un trattamento medico che li teneva in vita contro la loro volontà. Il caso di Sandro Lepore vede in scena quella che personalmente vedo come una pietas imprudente e frettolosa, che ha accelerato fatti pure inevitabili (dopo il tentativo di suicidio l’uomo era senza alcuna speranza di sopravvivenza, dicono i medici).

Cosa dimostra questo fatto? Che il fine vita sia sacro e debba essere lasciato alla naturalità della tecnica? Esattamente il contrario: il fine vita è materia che il legislatore ha il dovere politico di regolamentare il prima possibile, in modo saggio, prudente e condiviso.

Ha perfettamente ragione Beppino Englaro quando si dichiara contro ciò che avvenuto nel reparto dell’ospedale di Torino, e chi lo accusa di incoerenza sta solo cercando di confondere le già torbide acque della bioetica, per trarne un vantaggio politico fin troppo a buon mercato.

ferrara bottiglie

E anche di più ha ragione Silvio Viale dell’Associazione Luca Coscioni quando dice:

«Quanto accaduto al San Giovanni Bosco è la spia di cosa possa accadere davvero nei nostri reparti per pietà, e in accordo con i parenti dei malati, senza quelle garanzie che esistono laddove l’eutanasia e il testamento biologico sono permessi e disciplinati».

P.S. Se qualcuno si stesse chiedendo che cosa c’entri mai il dibattito sull’eutanasia in un blog di donne, rispondo che la vicenda di Eluana Englaro ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che, quando si tratta di corpo e di vita, le donne c’entrano sempre.

Update: Come vedete anche dai commenti, i più recenti articoli apparsi sui giornali smentiscono la prima versione dei fatti, declassando il caso Sandro Lepore da “gesto di carità” e “omicidio volontario” a una più tranquillizzante “bega di reparto“. Ovviamente ce lo auguriamo, un po’ per tutti i protagonisti della vicenda. Il punto che sosteniamo qui, però, è un altro e c’entra fino a un certo punto con ciò che è realmente accaduto al San Giovanni Bosco: se fossero confermate le più recenti notizie, ovviamente non sarebbe corretto parlare di eutanasia, ma di semplice morte di un moribondo. Ma il punto è che, anche se fosse vera la versione dei fatti più terribile – e cioè, anche se fosse vero che una infermiera ha consapevolmente iniettato una dose letale di un calmante a un paziente moribondo – comunque non è corretto parlare di “eutanasia”. Non è corretto nel senso in cui questa pratica viene discussa nel dibattito pubblico – dibattito in cui chi richiede la sua introduzione la intende come una forma di riconoscimento per la volontà e il diritto all’autodeterminazione del paziente – e nemmeno è corretto nel senso in cui se ne parlò riguardo a Welby o alla Englaro. Proprio perché io, come altri qui, considero urgente una regolamentazione in materia, ritengo che sia importante che abbiamo le idee chiare riguardo alle battaglie che combattiamo.

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9 commenti leave one →
  1. Marioluca Bariona permalink
    20 agosto 2009 00:03

    Complimenti, avete già completato inchiesta, processo e condanna. Siete già arrivati alla certezza di ciò che è successo nel reparto di Torino, e anche in questa vicenda c’entra una donna, solo che per voi è già colpevole.

  2. Sandro Annichiarico permalink
    20 agosto 2009 10:25

    Certo, perchè è normale che un’infermiera decida di somministrare farmaci di testa sua a un paziente… questo evento ci porterà indietro di 50 anni sulla strada che porta alla vera eutanasia, quella sostenuta da persone come Beppe Englaro. La superficialità di certi “professionisti” della sanità – e non mi riferisco alla relazione tra somministrazione del farmaco e decesso che è tutta da provare, ma al rispetto dei ruoli e delle competenze – è davvero poca cosa. Ma con quale fiducia noi utenti possiamo mettere la nostra vita e quella dei nostri cari nelle mani della Sanità?

  3. 20 agosto 2009 11:57

    @ Marioluca
    No, qui non c’è alcuna condanna per l’infermiera Piera Varetto. Quello che voglio dire in questo post è che il gesto di questa donna non è, a rigore, definibile come eutanasia (chi lo fa lo sta facendo, invece, è mosso da ignoranza o da opportunismo politico). Il movente dell’infermiera io l’ho chiamato “pietas imprudente e frettolosa”, il che non mi pare esattamente la formula per una condanna senza appello.

    @ Sandro
    Sono d’accordo con te: purtroppo questo episodio non aiuterà il dibattito sull’eutanasia. Però, quanto alla fiducia dei cittadini nel personale sanitario, credo che i casi di malasanità siano ben altri: pensa a mafia, politica e affarsi – chessò – in Puglia.

  4. 21 agosto 2009 11:36

    Interessante articolo nella sezione “Salute” dell’Aduc. Anche lì si sostiene che in questo caso non si possa parlare di eutanasia:
    http://www.aduc.it/dyn/salute/noti.php?id=269386

  5. Giorgio Bollati permalink
    21 agosto 2009 12:35

    Andate a leggere nella Cronaca di Torino su La Repubblica. C’è una storia che nessuno sapeva, se non gli addetti ai lavori, circa i rapporti tra il medico Castioni, che ha sporto la denuncia, e l’infermiera Varetto.
    Prima di arrivare a conclusioni così veloci e lanciare accuse così gravi, sarebbe meglio conoscere anche i retroscena ambientali.
    Ho fonti di informazioni che lavorano in quel reparto che potrebbe confermarmi o smentirmi la storia raccontata su La Repubblica.
    Se è vera, sicuramente la magistratira ne terrà conto.

  6. 21 agosto 2009 13:08

    Certo, spero anch’io che se la storia di attriti personali tra il medico denunciante e l’infermiera denunciata è vera la magistratura ne tenga conto. Se ti va, tienici aggiornati/e.

    Per quel che riguarda il post, è ovvio che non è nelle mie personali possibilità accertare cosa sia successo in quel reparto, ma devo dire che – con tutto il rispetto – non era e non è la mia preoccupazione fondamentale. Il mio scopo era far notare che i mezzi di informazione parlavano di “eutanasia” mentre, anche nel “peggiore” dei casi (ossia l’infermiera che fa l’iniezione sapendola letale), è fuorviante usare quel termine. Invece anche Repubblica, proprio nella pagina che ci segnali, continua a chiamarla “sospetta eutanasia”.

  7. ANDREA CAPPONI permalink
    28 agosto 2009 09:16

    Bravissimo Carlo per il coraggio e per l’integrità. Una scelta così è stata assolutamente difficile, ma se solo tutti riuscissimo a mantenere più etica nelle nostre decisioni vivremmo tutti meglio. Sono laico e a favore dell’eutanasia, ma sono assolutamente e totalmente contro le modalità seguite in questo caso (se poi sono vere).

  8. Elena Varetto permalink
    6 gennaio 2010 01:30

    …l’unica cosa sensata che leggo nell’ultimo post datato 28 agosto è….(se poi sono vere)…e ovviamente continuiamo,senza sapere come sono andate realmente le cose….a ringraziare le persone che dovrebbero pagare e vergognarsi per le ingiustizie e sofferenze provocate,senza alcuna prova…e a giudicare chi ha subito il peggior torto che una persona possa aspettarsi…un’infamia allucinante.
    se non si conoscono i fatti si mantenga il silenzio….alle volte aprire bocca…è superfluo…
    in ultimo…ma non per ordine di importanza,Piera è una persona con un’etica morale e professionale che molti si sognano…trattando i pazienti come fossero famigliari e non come un numero di letto….
    sono disgustata….quest’accusa ha distrutto una vita e non mi riferisco alla carriera professionale….solamente per non aver voluto sentire,prima di un esposto,la parte in causa….che coraggio! che etica!

  9. 8 gennaio 2010 03:08

    @Elena Varetto
    Ma sei parente di Piera Varetto?
    Comunque sia: leggendo il post potresti renderti facilmente conto che non veniva lanciata proprio nessuna accusa. Lo scopo era precisare che – anche nel caso in cui le cose fossero andate nel modo più aberrante – non si sarebbe affatto configurato un caso di “eutanasia”. Quindi utilizzare questo termine era non solo impreciso ma soprattutto dannoso per la battaglia del testamento biologico.
    Quanto alla vicenda personale dell’infermiera Varetto non la conosco e sinceramente non saprei cosa dirti. Immagino che non sia stata esattamente contenta di questo quarto d’ora di macabra celebrità ma nel post consideravo una prospettiva più ampia della vicenda personale.

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