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I’m a Feminist, now what?

20 settembre 2009

Maria Laura Rodotà del Corriere della Sera ha scritto una Lettera aperta alle donne. Titolo: Veline, escort e maschilismo. E’ interessante perché traccia un quadro complessivo della reazione femminile (neofemminista?) agli scandali degli ultimi mesi.

Dunque: c’è una buona notizia e una così-così. Quella buona è che queste reazioni esistono. Quella così-così è che, ancora, nessuno riesce a immaginare che cosa fare.

feminist now whatVeline, escort e maschilismo

E’ il momento di un neofemminismo. Ripartiamo dall’autostima.

Care donne italiane,

o meglio care donne italiane che cominciano a discutere di deriva maschilista-misogina nel nostro Paese e dell’imbroglio sesso-politica che sta im bambolando la nostra repub­blica, che si preoccupano della video-velinocrazia che condiziona le nostre vite di mature (invisibili) e giovani (preferibilmente scollate); care tutte, che si fa?

Finora qualcuna ha parlato di «silenzio delle donne»; molte altre, non italiane, si sono chieste perché da noi non ci si ribella; altre ancora hanno obiettato che la chirurgia plastica è più popolare in Spagna, che le sceme da reality sono ovunque, che le ragazze che fanno carriera grazie ai potenti sono un fenome no globale.

Altre sono d’accordo sulle critiche alla mercificazione-cooptazione come unico mezzo femminile per emergere, ma si dividono sulle iniziative: manifestare, rompere le scatole in modo capillare, o inventarsi dell’altro. Hanno iniziato frange avanzate di studiose e polemiste. Continueranno, forse, donne normali. Grazie alla diffusione virale, più che di editoriali, di documentari. 

Corpi vili?
Perché è da vari mesi, dall’inizio del caso Berlusconi-Noemi-e poi altre, che parecchie donne provano un senso di umiliazione collettiva. È da ancora prima che qualcuna mostra segni di intolleranza attiva. Al l’inizio dell’anno è uscito un documentario, Il corpo delle donne di Lorella Zanardo, prima presentato in eventi semicarbonari, poi mostrato da Gad Lerner all’Infedele , ora feno meno sul Web: è un rapido e terrificante montaggio-sovrapposizione di immagini tv che lascia tramortite davanti a un evidente modello di Femmina Unica raggiungibile solo a furia di diete, reggiseni e chirurgia (vedere Il corpo delle donne online e poi correre al cinema per Videocracy di Erik Gandini può produrre gravi stati depressivi bipartisan, attenzione). Poi i corpi sono diventati veri, di ragazzine che dicevano papi, di escort nel letto grande, eccetera. Poi ci sono le ragazze della tv, va da sé. 

Studiose all’attacco
Ma ci sono anche le quasi-ex ra gazze dell’università, in genere espa triate.
Come Nadia Urbinati, che in segna teoria politica alla Columbia di New York. E ha scritto: «Le donne sono sempre lo specchio della società, il segno più eloquente della condizione nella quale versa il loro Paese: quando muoiono per le violenze perpetrate da un potere tirannico o quando viaggiano con voli prepagati per ritirare un cotillon a forma di farfalla… È urgente che si levino voci di critica, di sconcerto, di denuncia; voci di donne». E poi Michela Marzano, apprezzata filosofa a Parigi: «Perché tante donne cre dono che il solo modo per emergere sia quello di ridursi a oggetti di pulsioni, contemplate per il corpo-feticcio che incarnano, e ridicolizzate per la loro incompetenza professionale davanti alla telecamera? Quale libertà resta oggi alle donne in un Paese in cui il potere in carica propone loro un modello unico di riuscita e di comportamento?». Conclude Marzano: «Facciamo, allora, in mo do che il ventunesimo secolo, col pretesto di essere ‘alla moda’, non sia la tomba di tutte le conquiste femminili del secolo scorso». C’è chi dice «allora scendiamo in piaz za ». E chi ironizza. 

Veline e velini
Come Nicoletta Tiliacos, femminista storica e penna del Foglio , che attacca «la piattezza di questa versione vittimistica e irreale della “donna italiana silenziosa”». Interpellata, Tiliacos precisa: «Altro che silenzio, sono anni che non sentivo discutere tanto. Se dobbiamo polemizzare sulla cooptazione in politica, parliamo di veline ma anche di velini. E poi non stiamo parlando di donne passive, ma di donne che fanno delle scelte. Intorno ai palazzi del potere ci sono sempre state le garçonnières. Se ora le ragazze vogliono uscire e diventare deputate, non mi scandalizzo». Anche se sui media di centrodestra però c’è chi si scandalizza, e come. C’è Sofia Ventura, professore di scienza della politica a Bologna, autrice di un articolo sul velinismo per la fondazione finiana FareFuturo che in prima vera ha scatenato risse. Ventura vorrebbe più indignazione, e più trasversale: «Ho visto Il corpo delle donne insieme a un gruppo di studenti di Sciences-Po a Parigi. Erano tutti inorriditi. Ho discusso alla Festa democratica di Bologna. E tra le dirigenti Pd ho trovato molto benaltrismo, molto conformismo dettato dalla fedeltà ai leader. Che in Ita lia sono maschilisti». 

L’autostima bassa
Sono maschilisti, di sicuro. Ma le donne italiane, sembrano registrare il più basso tasso di autostima nel mondo occidentale. Tengono la tv accesa, non badano alle bellezze bipartisan, non si arrabbiano per non passare per matte. Anche le politiche. Secondo una ricerca della sociologa Donata Francescato, le nostre parlamentari hanno enormi difficoltà a pensarsi come leader. Quelle di sinistra ancor più di quelle di destra. Dice Ventura: «È un dato tragico. È un problema di tutte. Forse bisognerebbe partire da un’analisi collettiva. E iniziare a parlare. Nella vita quotidiana e nella vita politica, superando le divisioni di partito. Per smetterla col conformismo velinaro. Se non lo facciamo, se non liberiamo i talenti femminili, questo Paese è condannato a una lenta agonia ». Ma di nuovo: come si fa? 

Un nuovo femminismo?
«Io non sono pessimista», cerca di tirar su il morale Eva Cantarella, storica del diritto. «Perché ricordo il vecchio femminismo. Si era in poche, e bisognava convincere la stragrande maggioranza delle donne, quelle che erano chiuse in casa e di cevano “ma io non sono discriminata”. Ed è successo, e molto è cambiato. Certo, ci vuole molto tempo, e un’attività capillare. Per questo non sono contraria a scendere in piazza. In una fase in cui siamo tutti incate nati agli schermi, la parola pubblica sarebbe la vera novità. Mi viene in mente la canzone di Giorgio Gaber, che invitava ad andare nelle strade e nelle piazze. Il diritto universale non passa per le case, continuerebbe Gaber. Anche perché, nota Tilia cos che pure non è d’accordo, «guar dare troppa tv rallenta il metabolismo ». Forse le donne italiane sareb bero più contente del loro corpo se si dessero una mossa, di questi tempi, vai a sapere.

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2 commenti leave one →
  1. antigonexxx permalink*
    22 settembre 2009 11:51

    Cara Isaroseisarose, il problema che tu poni è di grande importanza e di difficile soluzione. Credo che scendere in piazza sia un mezzo oramai obsoleto: le manifestazioni degli ultimi anni non hanno cambiato nulla poichè rappresentano un modo di opposizione ad un sistema politico che oramai non c’è più.
    Una possibilità, anch’essa datata, ma che ha sempre avuto dei buoni risultati, nel momento in cui riusciva a raggiungere un buon numero di persone, è quella del boicottaggio: nel momento in cui è l’economia che determina le scelte politiche occorre colpire economicamente. Nel caso specifico si tratterebbe di prendere come obbiettivo una qualunque delle tante donne che si prestano al triste gioco del marketing e “sputtanarla” e con lei il prodotto o il programma che rappresenta o al quale partecipa. Si tratterebbe quindi di fare un articolo nel quale viene anaòiticamente messo in evidenza come esso sia deleterio per tutte noi, e spammarlo ovunque (anche nei luoghi più impensati), sperando di avere un qualche riscontro…what do you think about it?

  2. 22 settembre 2009 23:41

    Mah, intanto spero in un boicottaggio elettorale (sto parlando di Frisullo ovviamente) :-] A parte questo, perché un boicottaggio funzioni ci vogliono numeri dalle 6 cifre in su; a meno che non ci si voglia provare a livello locale..

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