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Emancipare a forza?

29 settembre 2009

Ovvero: Sbagliando s’impera / 2

hijab our right

Qui fanno a Femminile Plurale l’onore di un commento critico.

Il gentile autore/autrice inizia dicendo che il problema del velo non è scottante di difficile soluzione. Apperò! Quindi è un tema elementare e di facile soluzione. Gli incipit, si sa, per il lettore sono importanti. A me questo piace. “Vuoi vedere…”, penso, e continuo a leggere.

Faccio subito una premessa: potrei sbagliare, ma l’impressione è che il gentile autore/autrice sia un “santanchino”. Vediamo cos’ha da dire. Il punto critico è quando nel primo post affermavo: “considerare le donne islamiche vittime passive di tradizioni arretrare non restituisce loro nessuna dignità“. Questa proprio non gli va giù. Osserva piccato l’autore/autrice “E che cosa restituirebbe loro dignità?“.

Ottima domanda. Visto che con il primo post volevo proprio entrare nel vivo di una discussione, ringrazio per l’occasione e rispondo.

Ecco il mio umile parere: non esiste processo di emancipazione umana che non veda il proprio soggetto attivo. Martin Luther King non era bianco, Gandhi non era inglese, non erano gli uomini a bruciare i reggiseni in piazza e non sono gli industriali che scioperano. (Le cose sono diverse per quanto riguarda i diritti animali, ma, appunto, questo non è “emancipazione umana”). Alla domanda che giustamente si pone Mille e una donna la mia risposta è no: non potremo mai essere noi occidentali con le nostre idee o con i nostri costumi ad emancipare a forza le donne islamiche.

Certo, si tratta anche di leggi italiane. L’articolo 85 delle Leggi di pubblica sicurezza afferma che è vietato comparire mascherato in luogo pubblico e da un punto di vista giuridico sarebbe piuttosto facile affermare che l’intenzione del legislatore era vietare che persone possano girare a volto coperto in luoghi pubblici. In altre parole, sarebbe facile rendere il burqa illegale.

Bene, facciamolo. Avremmo emancipato le donne islamiche? Risposta: No.

Punto primo perché quando si parla di velo qui non si parla solo di burqa: il chador, il khimar e lo hijab lasciano il volto scoperto e (a meno che non abbiamo intenzione di vietare anche cappelli e bandane) rimarrebbero legali.

Punto secondo perché, come già dicevo nel primo post, magari la subordinazione femminile delle donne islamiche prevedesse solo la copertura del capo: date un’occhiata all’agghiacciante lista dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan: si va dal divieto di uscire di casa al divieto di usare cosmetici.

Io non sono contraria alla messa fuori legge del burqa ma la considererei – coerentemente con la legge – una norma di pubblica sicurezza, appunto, e mai e poi mai un passo verso l’emancipazione delle donne musulmane.

In sintesi, l’emancipazione femminile sta alla messa fuori legge del burqa come la democrazia sta alle bombe su Kabul.

Infine, un commento sulla foto che accompagna questo post. Mostra come le donne considerano lo hijab addirittura un loro diritto. Perché? Perché in certe regioni gli uomini che le circondano considerano prostitute (o carne da macello, se preferite) le donne che non lo indossano. Per queste donne, è questione di vita o di morte.

Eccoci così l’ultimo punto delle nostre “chiacchiere della sinistra”, come le definisce il nostro gentile autore/autrice: l’emancipazione femminile, per essere effettiva, deve riuscire a suscitare una parallela evoluzione maschile. Il che, se permettete, rende il problema ancora più scottante e ancora di più difficile soluzione.

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8 commenti leave one →
  1. 29 settembre 2009 11:50

    Però scusa, di che cosa si sta parlando?
    Certo, non tutti i problemi sono di facile soluzione. Ma insomma, almeno per il burqa basta applicare la legge italiana, o no?
    Anche senza parlare degli usi e costumi, che, almeno a buon senso andrebbero rispettati, la legge va rispettata o no?
    Se ci perdiamo in discorsi anche su queste cose, allora non risolveremo proprio un bel nulla, altro che emancipazione.
    Personalemente, come donna, mi sento offesa dalle donne che si coprono il viso.
    Come donna, quelle donne mi mettono il panico.
    Perchè, mentre noi stiamo a discutere se sia giusto o no il burqa, basta un amen che qualche gruppuscolo di maschi misogeni te lo faccia indossare.
    Ricordiamoci di quel che successe in Iran.
    Almeno sul burqa, basta tentennamenti. Io dico NO.

  2. 29 settembre 2009 17:43

    @Elisa
    Nel post dico appunto che, interpretando leggi italiane che già ci sono, il burqa potrebbe facilmente essere considerato illegale per motivi di pubblica sicurezza. Quello che ho cercato di dire è che, anche se mettessimo fuori legge il burqa, il problema delle donne musulmane non avrà fatto un passo avanti. Avremo messo fuori legge un indumento, ma la mentalità femminile e maschile che sta dietro quell’indumento non sarà cambiata affatto. Quella ha poco a che fare con i “tentennamenti”, ti pare?

  3. 29 settembre 2009 18:38

    Ciao, sono l’autore del blog ke hai commentato.
    Hai ragione tu a dire ke eliminando il velo non si pone fine ai problemi delle donne musulmane, allo stesso modo in cui i Palestinesi nn avranno la libertà bruciando le bandiere Isreliane.
    Infatti il velo e’ solo un simbolo esteriore.
    Un simbolo esteriore di un oppressione ke nn avviene certo davanti ai nostri okki finkè non leggiamo delle violenze sui giornali: esiste ed e’ ben radicata nella cultura islamica, ed è sbagliato far finta ke nn sia così.
    Per il mio articolo avrei potuto parlare di ’68, femminismo, emancipazione femminile, uguaglianza tra uomo e donna, di talebani ecc. e aggiungerci M.L. King e Ghandi come hai fatto tu…
    Ma proprio x evitare il solito “chiacchierare della sinistra” ci ho messo il minimo sindacale: la Dichiarazione universale dei diritti umani i cui valori dovremmo aver bene introiettato dopo 60’anni e ke gia’ dice tutto sulla libertà e la dignità di uomini e donne…ecco perke’ a me sembra facile la soluzione al problema!!!
    Hai anke ragione quando dici ke sono le donne ke dovrebbero essere “soggetti attivi” nella loro emancipazione: infatti Hina e Saana lo erano, e mentre noi scriviamo sui blog e nel partito democratico si discute di mozioni, la nostra società nn ha ancora gli strumenti per garantire un minimo di libertà a ki come quelle ragazze voleva emanciparsi…liberamente, nn con la forza per parafrasare il titolo del tuo post.
    Ma attenta con il concetto di “soggetti attivi”, è un discorso ke potrebbe rivoltarsi contro, perke’ ki come te conduce questo genere di battaglie, non va dalle donne a convincerle a impegnarsi di più in politica anzikè fare le veline, ma va dagli uomini e chiedere leggi sulle quote rosa.
    La sostanza del mio articolo nn era il velo…era la libertà di scelta, come quella ke abbiamo io e te di essere gay, etero, testimoni di Geova o addirittura comunisti(!!!!) o la banalità di sposarsi con ki ci pare come desideravano le 2 ragazze ke ti ho citato.
    Infine, ti perdono x avermi definito un “santachino” nonostante nell’articolo abbia palesato la mia parte politica….è solo un altro dei rospi ke in quanto di sinistra mi tokka ingoiare!
    Ciao ciao

    • 29 settembre 2009 18:59

      @Giuseppe
      Prima di tutto, se sei di sinistra, scusami per il “santanchino”. Davvero. Se ti interessa, questa è la frase del tuo post che mi aveva insospettita: “E se libera non lo è, come la si difende? Con la Santachè o con le chiacchiere della sinistra?”.
      Detto questo, rispondo alle cose interessanti che dici:
      1) quando parlo di “soggetti attivi” mi riferisco a qualcosa di più esteso e più diffuso di due persone. Non mi piace tirare fuori i morti, anche perché di donne uccise dai loro padri mariti amanti fidanzati pretendenti ce n’è tante, sia di qua che di là.
      2) La libertà di scelta può anche essere protetta da ogni legge dello stato ma se poi tu sei gay e per questo motivo io vengo a puntarti una pistola alla tempia c’è poco da fare. Infatti io nel post parlavo di un cambiamento di mentalità femminile e maschile, che purtroppo ha il difetto di richiedere tempo, tempo, tempo. Se siamo molto fortunati, una generazione o due.
      3) “ki come te conduce questo genere di battaglie, non va dalle donne a convincerle a impegnarsi di più in politica anzikè fare le veline, ma va dagli uomini e chiedere leggi sulle quote rosa”. Ah, attenzione Giusé. Non sai cosa faccio io e non sai cosa ne penso delle quote rosa. Spero che potremo litigare anche su questo entro breve… 😀

      • 30 settembre 2009 08:53

        Le leggi sono la leva su cui i diritti possono concretizzarsi.
        Le leggi sono importanti perchè testimoniano l’etica di un popolo.
        Non sono d’accordo con quanto dici. A volte la mentalità e la cultura crea la “legge”. Il cambiamento, cioè arriva dal basso e spinge verso l’alto. Ma a volte succede che i cambiamenti, anche i più radicali, vengano imposti dal vertice (basti pensare al Giappone inizio scorso secolo o alla Turchia di Ataturk)e non è detto che sia male.
        Affatto, in questi casi.

  4. sauerophelia permalink
    5 ottobre 2009 01:33

    Da quello che leggo, mi sembra che si dia per scontato che noi donne occidentali, invece, siamo perfettamente libere. Credo che la negazione della libertà non passi solo per l’imposizione di un qualsivoglia indumento, ma anche per la creazione di un ambiente socio-culturale che rende le donne schiave di modelli di bellezza, di sviluppo personale e sociale completamente assurdi. Dando un’occhiata al documentario “Il corpo delle donne” che abbiamo linkato da questo blog, magari sarà più chiaro quello che intendo dire. Non credo che le donne occidentali siano sempre nella posizione di spiegare – paternalisticamente (non mi viene un termine più adatto) – alle donne musulmane, indù o africane che cosa sia la libertà. O meglio, se lo vogliono fare, dovrebbero forse porsi con minore arroganza e sicumera. E con una maggiore apertura al dialogo: se non altro perché, nella maggior parte dei casi, certe improvvisate paladine della libertà sanno ben poco, di quelle culture.

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