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Dopo il 3 ottobre, c.v.d.

5 ottobre 2009

Su una cosa la correggo, caro direttore che mi si impappina su “autorevolezza”: non si sta cercando di imporre il regime mediatico, lei è la prova provata che ci siamo già.

Prima che qualche sedicente liberale suggerisca un pensiero del tipo “Eh ma come, quando deve parlare Travaglio la libertà va bene, quando parla Minzolini lo vorreste censurare! Ah ah, voi di sinistra, non fate che usare due pesi e due misure“, prima che lo dica faccio una premessa.

Cioè questa: la libertà di pensiero e di parola è un principio fondamentale della democrazia. E questa libertà vale per me, per te, per il suo veterocomunista, per il nostro turbocapitalista, per il vostro panettiere, per il loro professore universitario, per Travaglio e per Minzolini, per tutti allo stesso identico modo.

Minzolini, dunque, può parlare ed esprimere la sua opinione, ma deve impegnarsi a fare il suo mestiere. E se il mestiere è fare il direttore del primo telegiornale del servizio pubblico, allora sei vincolato al contratto di servizio della Rai. Il quale tra le altre cose recita:

sono riconosciuti quali compiti prioritari: la libertà, la completezza, l’obiettività e il pluralismo dell’informazione

Dal Minzolini non solo era né attesa né richiesta alcuna approvazione per la manifestazione in difesa della libertà di stampa: non era affatto necessaria. Necessario, invece, che gli avvenimenti che non incontrano l’approvazione personale del direttore (persino!) siano riportati dal telegiornale all’opinione pubblica secondo i compiti sanciti dal contratto di servizio.


Quanto all’argomento che usa, e cioè che visto che ci sono stati gli scandali allora esiste la libertà di stampa, è come dire che visto che qualcuno sta urlando al fuoco, allora l’incendio non esiste. E quanto al fatto che il 68% delle cause alla stampa degli ultimi dieci anni venga da esponenti del centrosinistra (a quanto ne so, D’Alema detiene il record assoluto), a parte che nessuno dice di essere fiero del centrosinistra, ma soprattutto: cosa dimostrerebbe? Al massimo che la libertà di stampa è attaccata da due lati invece che da uno solo. A me cittadina interessa sapere tanto se la Carfagna sia ministro per le sue competenze o no, quanto se la sanità in Puglia sia amministrata onestamente o no. Voglio essere informata sia se la porcata la fa chi io non ho votato, sia se la fatta chi io ho votato. E in un certo senso, in quest’ultimo caso a maggior ragione. Si chiamerebbe libertà di informazione, direttore.

Riguardo a questo editoriale, comunque, il comitato di redazione del Tg1 è intervenuto con un comunicato in cui sono scritte cose talmente basilari che fa impressione che qualcuno le debba riaffermare. Si sono beccati degli “intolleranti”, comunque.

Se volete scrivere alla segreteria di redazione del telegiornale per dire ciò che pensate, l’email è questa: tg1.sdr@rai.it. Mi dicono dalla regia che valgono anche le parolacce.

P.S. Portate pazienza se gli ultimi post vi sembrano digressioni ingiustificate in un blog che si dice dalla parte delle donne. Che c’entra l’informazione con la condizione femminile? Secondo me c’entra eccome: l’informazione è un ingrediente fondamentale per la libertà e per l’uguaglianza. Il cittadino ben informato è più libero del cittadino mal informato.

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