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Parodia in vera pelle

10 ottobre 2009

Ovvero: Strisciare / 2

Da qualche tempo Antonio Ricci e Gad Lerner sono in polemica per l’utilizzo commerciale del corpo femminile: in particolare le Veline di Striscia.

Dice Lerner che Ricci “si fa scudo della parodia per riprodurre da un quarto di secolo sempre uguale l’immagine della donna-oca, seminuda in mezzo a uomini vestiti, zitta e sculettante“. Replica Ricci che il livore di Lerner si spiega con il fatto che non sia mai stato invitato a far parte della giuria che d’estate seleziona le Veline per la nuova stagione.

Non che io abbia da aggiungere molto a un dibattito talmente manicheo da essere lapalissiano, ma c’è qualche pensierino che mi ronza per la testa.

A parte che sono convinta che se il tema lo avesse sollevato una donna avrebbe avuto meno risonanza, a parte che polemiche di questo tipo assomigliano un po’ troppo a combattimenti tra galletti, a parte che Ricci è solo un esempio tra i tanti, e dunque a parte anche il fatto che mi sfugge il motivo per cui il discorso sia circoscritto a Ricci soltanto e non alla tv italiana in generale (da qualche parte bisognava pur cominciare, mi direte), a parte tutto questo insomma, la cosa veramente terrificante è il videomessaggio che quelli di Striscia hanno fatto registrare alle Veline per rispondere alle critiche.

Primo, è ovvio che non c’è una parola del loro sacco. Claro: le ragazze vanno imboccate con le parole del padrone (“schiave radiose” le definisce una amica di Lerner)

Secondo, l’argomento delle ragazze-Ricci è che Striscia non è un programma di giornalismo ma un varietà e, in quanto tale, ha un tradizione in fatto di donne seminude e oche. Yes, proprio tradizione-tradizione (lo ripetono una volta a testa). A parte che non c’è paragone tra le ballerine della tv in bianco e nero e quelle dei tempi odierni, ma qui si vuole suggerire che se si tratta di tradizione possiamo smetterla di farci domande. Tradizione sessista? maschilista? degradante per loro e per tutte? Non importa: it’s tradition, stupid. Basterebbe ricordare, come fa Chiara Saraceno, che anche “Che la tosa la tasa, che la piasa, che la staga a casa” è una tradizione, per insinuare almeno il sospetto che non tutte le tradizioni sono buone in quanto tali.

Terzo. Ci sono tante cose che possono fare impressione nel video: l’assoluta mancanza di naturalezza e l’ansia da prestazione delle ragazze – il che ricorda che non sono state selezionate esattamente per parlare – la mini inchiesta autoassolutoria di Ricci che finisce col risolversi in un “così fan e facevan tutti”, la frase “non possiamo nemmeno fare un calendario a seno nudo” (‘mmazza, che castità), il volgare saluto finale alla moglie di Lerner (“lo chieda all’Umberta, che salutiamo”). Insomma c’è l’imbarazzo della scelta, vedete voi. Personalmente, la cosa che mi ha fatto più impressione è la definizione che queste ragazze sono state disposte ad assegnare a sé stesse: noi siamo una “parodia in vera pelle“, dicono.

Beh. La parodia è un’imitazione caricaturale a scopo comico. Imitazione di che cosa esattamente? E per fare la caricatura di che cosa? E di che cosa si dovrebbe ridere poi, dov’è la satira? Ma il brivido vero è: “in vera pelle“. Voilà. Come portafogli e stivali, come divani, giacche, scarpe e poltrone. Come oggetti industriali, seriali. Come uccidere un animale per prenderne la pelle e farne un artefatto pronto al consumo. Uno dell’esperienza televisiva di Ricci non può non averlo fatto apposta. Una stoccata finale a Gad, ma di quelle con il sibilo, che dice qualcosa come: Io con le ragazze ci faccio quello che mi pare, le faccio ballare, sculettare e scosciare quanto mi pare e, se mi va, guarda: le faccio pure parlare per dirti quello che voglio io, dietro angelici sorrisi biondi e bruni che scimmiottano indipendenza. Eccoti  i miei soldatini televisivi, non scherziamo eh: autentiche parodie di donne umane, giocattolini in vera pelle.

Mi viene da pensare, con una certa stretta al cuore per queste ragazze consenzienti, che il consenso a certi trattamenti si paghi con la dignità. La loro, e credo un po’ anche la nostra.

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