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Non c’è nulla che ti rappresenti

28 novembre 2009

La dominante rappresentazione etero, la mancata identificazione omo, le etichette e il rispetto secondo Maddalena.

Di seguito la risposta di una “principessa azzurra”

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4 commenti leave one →
  1. Omofiliaco permalink
    30 novembre 2009 01:47

    Ho pensato molto prima di decidere se commentare o no questi due video, ciò che propongono, affermano, discutono. Ho pensato molto e mi sento la testa parecchio vuota. Perché non mi sono mai posto il problema di come la mancata rappresentazione dell’omosessualità nel cinema, nella letteratura – almeno in quella di ampia fruizione -, nelle pubblicità, potesse essere intesa come un’intenzionale rimozione, operata dagli eterosessuali, della realtà omosessuale dall’orrizzonte comune. Mancata rappresentazione che poi è, se non ho mal compreso, da intendersi nel senso dell’assenza di una produzione ad hoc per il mondo lesbo e gay – cosa non vera: esiste eccome una produzione ad hoc, spesso piuttosto scadente e in ogni caso di nicchia; ma potrebbe essere altrimenti, dal momento che la si vuole ad hoc?
    Sono sicuro che una parte dell’opinione pubblica ritiene che i modelli di comportamento eterosessuale debbano avere un primato su tutti gli altri, poiché sono quelli “giusti”. Ne segue che i pubblicitari, dovendo piazzare un prodotto, non fare della sociologia, cerchino di rivolgersi al target apparentemente più vasto. Però, però non riesco a pensare che l’assenza dell’omosessualità dalla comunicazione di massa faccia parte di un disegno occulto. O testimoni una mancanza di rispetto. Una volontà di negare l’esistenza dell’omosessualità. Una rimozione collettiva di ciò che è percepito come un fastidioso problema.
    Sono abbastanza vecchio da sapere che la visibilità è fondamentale nella nostra società. Tuttavia non sono sicuro che una produzione ad hoc sia la strada giusta da percorrere. Insomma, stiamo seriamente dicendo che la gente deve essere educata al rispetto per gli omosessuali attraverso film e pubblicità? Perché se è così, io mi dissocio radicalmente, pur essendo omosessuale. Ricordo che quando uscirono al cinema “Shakespeare in Love” e “Troy” molti gay gridarono allo scandalo perché si rappresentava uno Shakespeare etero e un Achille pure. Ora, a parte il fatto che la questione dell’omosessualità di Shakespeare è molto dibattutta e tutt’altro che chiarita; a parte il fatto che il rapporto fra Achille e Patroclo va contestualizzato e non può essere considerato una relazione nel senso contemporaneo del termine; entrambi i film sono finzione, e la finzione può prendersi tutte le libertà che vuole. Ma soprattutto non è facendo dell’ermeneutica shakepeariana o omerica su due pellicole – bruttine entrambe, per inciso – che si affronta e si risolve il problema.
    E poi non credo neppure nella totale assenza di opere letterarie nelle quali un omosessuale possa identificarsi. E non parlo di raccolte di racconti a tema. Parlo, tanto per fare un nome piccolo piccolo, de “I Buddenbrook” e de “La Montagna incantata” di Thomas Mann: avete letto con attenzione le pagine che nel primo romanzo parlano del rapporto fra Hanno Buddenbrook e il conte Kaj; quelle che nel secondo raccontano di come Hans Castorp provi attrazione per Madame Chauchat perché lei gli ricorda un compagno del ginnasio? Avete letto il primo capitolo di “Tonio Kroeger”? I libri di Mann sono pieni di esempi come questi, poiché egli – fatto ormai acquisito dalla critica e, del resto, sorprendentemente evidente in tutta la sua produzione per passare inosservato – era omosessuale nonostante un matrimonio e una famiglia da eterosessuale, una famiglia “giusta”. E che dire di “Madame Bovary c’est moi!” che il buon Flaubert, almeno se prestiamo fede all’aneddotica, esclamò in non ricordo quale occasione? L’amore è amore, in questo sono d’accordo con Principessa azzurra. Io non sento nessun bisogno di qualcuno che racconti la mia realtà. Sento il bisogno di qualcuno che mi racconti la realtà nella sua complessità. E’ la differenza che passa fra i film di Ozpetek e quelli di François Ozon. Il primo propone la messa in scena di una realtà stucchevole e implausibile dove la diversità è necessariamente – nell’accezione filosofica del termine – qualcosa di meglio, un upgrade della normalità (il che è assurdo perché essere omosessuali, maschi o femmine, non è condizione sufficiente a fare di un individuo una persona migliore, più saggia, più sensible, più affettuosa, più tutti i luoghi comuni che vi possono venire in mente) e ammanisce film noiosi e ideologici dove l’unica cosa bella sono alcuni attori, Luca Argentero e Pier Francesco Favino su tutti (io Accorsi lo trovo interessante come un merluzzo essicato). L’altro propone una rappresentazione della realtà mai scontata, a volte inquietante e disturbante, ma vera e profonda, dove non ci sono migliori e peggiori, vincitori e vinti; ci sono individui con i loro limiti, la loro forza e le loro debolezze, la grandezza d’animo e la meschinità che abbiamo un po’ tutti noi; e che come tutti noi si innamorano, si amano e si odiano e si ignorano e vivono, non recitano. L’arte affronta temi universali e il fatto che uno scrittore o uno sceneggiatore scelgano di raccontare una storia d’amore etero a me non è mai sembrato un problema: è di amore che si parla, prima di tutto. Fra l’altro, proprio uno scrittore omosessuale come David Leavitt (leggete “La lingua perduta della gru”, bellissimo libro”) ha più volte messo in ridicolo certa letteratura gay che rappresenta un mondo inesistente e patinatissimo, fasullo insomma. Fasullo come “Le fate ignoranti” o “Saturno contro”. Pensate invece a “Brokeback Mountain”: quella che Ang Lee racconta è una struggente storia d’amore e il fatto che a viverla siano due uomini è non dico trascurabile, ma meno importante di quel che si potrebbe pensare. E poi, cito alla rinfusa, non dimetichiamoci che sono esistiti Jean Genet, Oscar Wilde, Franz Schubert, Caikovskij, Benjamin Britten, Gian Lorenzo Bernini, Caravaggio, Tennesse Williams e che esistono Ian McKellen (che non perde un gaypride inglese da anni), Susan Sontag, Truman Capote, Gore Vidal, Gregg Araki e tanti altri. Ma non vorrei essere frainteso: non li cito per dimostrare che gli omosessuali sono più creativi sensibili geniali blah blah blah degli eterosessuali; li cito perché se un omosessuale sente il bisogno di un modello cui ispirarsi nella storia passata e contemporanea ne trova in abbondanza. E in ogni caso, la prima e più importante rappresentazione cui dobbiamo fare riferimento è quella che noi abbiamo di noi stessi. Se non sai chi sei, non sono certo i film che possono venire in tuo soccorso. Le persone sì, meglio cercare un confronto che una consolazione. Anche se le coccole fanno sempe piacere.
    Per concludere, mi rendo conto che l’argomento è molto vasto e complesso e ciò che ho scritto non ha minimamente la pretesa di esaurirlo; sono pensieri e considerazioni in libertà, un po’ sconnessi ma sinceri. Spero che qualcuno si confronti col mio disordine e mi faccia conoscere il suo.
    Buona notte

  2. 30 novembre 2009 03:26

    Tra una decina d’anni, quando avrò letto tutto quello che citi e io non ho ancora letto, ti rispondo sulle citazioni… Sull’essenza del ragionamento invece, beh: mi fa piacere perché, lo ammetto con tutta sincerità, mi spiazza. Ci devo pensare, poi proverò a darti nel mio piccolo un punto di vista.

    • 3 dicembre 2009 18:25

      @omofiliaco
      Premetto che parlo del tema della rappresentazione culturale degli omosessuali da eterosessuale: mi sento come se fossi un uomo che parla di femminismo!. Dunque, quello che dici mi ha stupita e spero che avremo modo di confrontarci ancora su questo punto. Tu dici che non puoi credere che:
      “l’assenza dell’omosessualità dalla comunicazione di massa faccia parte di un disegno occulto. O testimoni una mancanza di rispetto. Una volontà di negare l’esistenza dell’omosessualità. Una rimozione collettiva di ciò che è percepito come un fastidioso problema”.
      E citi l’esempio del pubblicitario che deve cercare di centrare e contemporaneamente massimizzare il target a cui si rivolge. Io qui farei una distinzione. Da un lato ci sono gli interessi economici che non guardano in faccia nessuno, tanto meno la morale dominante (figuriamoci! non dovrebbero esistere sexy shop e invece fanno soldoni ergo esistono eccome). Dall’altro ci sono gli interessi di chi tenta di agire sull’immagine che la società vede di sé stessa: preti, associazioni di genitori (v. Moige), benpensanti, puritani, etc. Sai meglio di me che l’omosessualità viene ancora definita come malattia e devianza, disordine ed errore. Io credo che una rappresentazione semplice e serena dell’omosessualità sarebbe un tassello dell’educazione civica. A un certo punto dici:
      “Insomma, stiamo seriamente dicendo che la gente deve essere educata al rispetto per gli omosessuali attraverso film e pubblicità? Perché se è così, io mi dissocio radicalmente, pur essendo omosessuale”.
      Da un lato capisco. se ci dovessimo basare su pubblicità e film per l’educazione dei cittadini campa cavallo! Ma dall’altro ti dico: che ci sarebbe di male? Non sarebbe un pezzo del puzzle? Se eterosessualità e omosessualità hanno la stessa dignità affettiva, psicologica e sociale, perché non augurarsi una rappresentazione (se non paritaria almeno) proporzionata?
      Quale sarebbe lo scopo di questa rappresentazione? E’ il punto più spinoso. Tu dici:
      “Io non sento nessun bisogno di qualcuno che racconti la mia realtà. Sento il bisogno di qualcuno che mi racconti la realtà nella sua complessità”.
      Da eterosessuale (qui l’umiltà etero di cui ti dicevo prima si fa massima) mi sono sempre chiesta quale sia il processo attraverso cui un ragazzo o una ragazza nati e cresciuti in una società a modello etero “si scoprono/si riconoscono come” omosessuali. Mi pare plausibile che non si tratti di un fatto, ma di un processo che, completato, richiede che in un certo modo si cominci a informare il mondo esterno, gli altri. Potenziali partner, amici, famiglia (forse nell’ordine). Non sarebbe un processo meno doloroso e travagliato e solitario se la rappresentazione culturale che ha luogo sfera pubblica potesse ambire a mostrare pacificamente l’esistenza dell’omosessualità?
      Va bene, ho scritto decisamente troppo e forse non ne avevo nemmeno il titolo. Spero che potremo parlare di nuovo di questi temi. Ciao!

  3. Omofiliaco permalink
    3 dicembre 2009 23:16

    Ehm, da dove cominciare? Me lo chiedo in parte perché il tuo discorso è molto sensato e stimolante, in parte perché è davvero problematico scegliere come affrontare un argomento simile. Direi che comincio dalla fine. Io sono stato abbastanza fortunato nella scoperta della mia omosessualità: abbastanza perché in ogni caso è stato qualcosa se non di traumatico quantomeno di sorprendente e destabilizzante. Però fortunato perché ho una madre che ha capito tutto anche prima di me e, da donna profondamente pragmatica e coi piedi per terra quale è, mi ha seguito passo passo finché non mi sono deciso a dirle quali erano e sono le mie inclinazioni. Per quanto riguarda mio padre il discorso è diverso: lui ha sempre pensato che fosse una “fase”, che mi sarebbe passata; a onor del vero gli devo rendere atto che ha sempre dimostrato attenzione alla problematica, ma in modo, come posso dire, un po’ diagonale. Mi spiego: mio padre non era uomo da affrontare certi argomenti di petto, a viso aperto; aveva bisogno di ricorrere a dei media, qualcosa che gli permettesse di espormi le sue inquietudini, le sue preoccupazioni e anche il suo affetto, ma sempre in modo mediato, senza scoprirsi. Era fatto così e, sempre per essere onesto, io non gli ho certo facilitato il compito. Insomma il nostro era un rapporto molto bizzarro: noi due parlavamo come due conoscenti di vecchia data che condividono alcuni interessi, non come padre e figlio. Ripeto, la responsabilità è da spartire equamente. Poi nei suoi ultimi anni di vita era impossibile comunicare con lui, ergo quand’anche io fossi stato pronto a dire pane al pane, lui non era più nelle condizioni di ascoltare; è un rimpianto enorme per me, ma tant’è, ormai non ci posso far più nulla.
    Ciò premesso, la tua considerazione a proposito del fatto che una rappresentazione serena dell’omosessualità sarebbe d’aiuto per chi si scopre omosessuale mi trova assolutamente d’accordo. Ti consiglio la visione di un film a questo proposito: “Amici complici amanti”, tratto da un testo teatrale di Harvey Fierstein, che interpreta il protagonista. A un certo punto della vicenda lui parla con la madre (Anne Bancroft, magnifica) e le dice proprio – riassumo – “Come ti sentiresti se vivessi in un mondo che dice che tutto ciò che tu sei è sbagliato?” Oh, per inciso, perdonami per i miei continui riferimenti a opere letterarie teatrali cinematografiche: lo faccio perché sono convinto che se qualcuno ha espresso il mio pensiero meglio di me è più utile far parlare lui, non per far sfoggio di belle letture né tanto meno per mettere in imbarazzo le persone con cui parlo. Anche io ho sacco di cose da imparare e mi fa molto piacere condividere le reciproche conoscenze e esperienze. In questo senso l’arte è importantissima perché ci parla della realtà, della nostra realtà. E qui arriviamo a un altro snodo significativo: è vero, ciò che non è rappresentato stenta a far breccia nella coscienza collettiva. D’altra parte, conta moltissimo come è rappresentato. Da qui nasce il mio fastidio per i film di Ozpetek e la mia passione per quelli di Ozon. Perché il primo propone una rappresentazione che, a conti, fatti è macchiettistica e deteriore. E di nessuna utilità, dal momento che ostinatamente veicola una visione dell’omosessualità celebrativa e incodizionatamente esaltante, a fronte di una eterosessualità che è solo meschina, repressa e piccolo borghese. E allora sono con te quando dici che non ci sarebbe nulla di male se le arti e la comunicazione contribuissero attivamente alla diffusione di una visione dell’omosessualità per quello che è, un orientamento sessuale. Però, la qualità del prodotto, la qualità della comunicazione dovrebbero essere se non eccellenti almeno molto molto buone; perché altrimenti si finisce col fare la famiglia gay del mulino bianco (io poi le pubblicità che mettono in scena quadretti di vita familiare non le sopporto e non perché sono sempre e solo nuclei famliari etero, ma perché sono rappresentazioni disoneste, fasulle, stucchevoli). Ecco perché sento maggiormente il bisogno di qualcuno, qualcosa, che mi racconti la complessità della realtà: perché ho molta paura che la semplificazione sia dietro l’angolo quando si vuole sdoganare a tutti i costi qualcosa. Perché noi viviamo in un epoca dove la semplificazione regna sovrana incotrastata, e troppo spesso diventa banalizzazione. E allora io mi dissocio: se vogliamo affrontare un problema, di qualsiasi problema si tratti – sessualità. aborto, eutanasia, immigrazione, integrazione, riforma scolastica – dobbiamo farlo seriamente, ché altrimenti vengono fuori le trasmissioni della domenica pomeriggio, una cosa oscena che giustificherebbe atti di violenza indiscriminata.
    Per quanto riguarda i pregiudizi e le intenzionali mistificazioni sull’omosessualità (primo fra tutti: l’equazione omosessualità – pedofilia, che preferisco non commentare perché potrei diventare molto volgare) bastano le recenti dichiarazioni del misericordioso monsignor Barragan, che, non contento di aver dato dell’assassino a un pover uomo che dovrebbe essere indicato come esempio di comportamento civile (alludo a Beppino Englaro), ora ci tiene anche a informarci che gay e trans non andranno in paradiso. Ora, punto primo: chi se ne frega! Punto secondo: questa è una battaglia difficile da combattere, perché l’avversario fa leva sulla pigrizia di chi non vuole porsi domande e preferisce acquisire un pacchetto di risposte preconfezionate e garantite; eccheccavolo, devi rispettare dieci regolette e ti garantiscono la vita eterna! Altro che ministero per la semplificazione. E allora come fare per fare breccia in questo muro di pregiudizi e ignoranza? Francamente non lo so. Vorrei poter dire che basterebbe un sistema scolastico funzionante, con maestri e professori che sappiano educare per davvero, non tramandare opinioni che puzzano di vecchio (incredibile che da quasi trent’anni l’organizzazione mondiale per la sanità abbia tolto l’omosessualità dalle malattie mentali e ancora molti la considerino comunque tale; pensa che mi son sentito dire “il cancro se lo levi dalla lista delle malattie mica smette di ucciderti”; eh già, cosa rispondere a una considerazione tanto idiota?). Vorrei anche poter dire che basterebbero genitori consapevoli, che educhino davvero i propri figli, senza delegare a terzi – in particolare alla televisione – un compito che dovrebbe essere solo loro. D’altra parte mi rendo conto che le convinzioni personali non si scardinano facilmente e penso anche che a volte non è nemmeno giusto farlo: insomma, se un cattolico ritiene che l’omosessualità non rientri nel progetto di dio, io che posso dirgli, a parte che non sono d’accordo? Il problema è che il cattolico, ma non solo lui, tende a discriminare la diversità. Ma non è discriminatorio anche catalogare come bigotto papista chi ha una posizione che io non condivido? Ecco, ho il timore di cadere nello stesso errore. In fondo io credo che non siamo tutti uguali, piuttosto che siamo tutti diversi. E non è un gioco di parole: la normalità è diversa dalla diversità, è di per sé una diversità nel momento in cui si confronta con la diversità. E’ come un labirinto di specchi. Ritornando al post che ho scritto a quattro mani con Carneade, ti confesso che secondo me istituire un’aggravante omofobica nei reati di violenza privata è un’idea controproducente (il che non significa che consideri minimamente accettabili le idiozie scritte da Farina). Ciò che intendo dire è che un pestaggio, un’aggressione, sono gravi di per se stessi. Non dovrebbe esserci alcun bisogno di fare una graduatoria di gravità. E’ come la legge sulle pari opportunità: prima le donne non potevano ambire a occupare determinati ruoli perché donne; ora possono farlo perché donne. Solo a me sembra un assurdo cortocircuito? Io vorrei sapere che occupo un posto perché sono la persona giusta per quel posto, non perché sono omosessuale o sono una donna.
    Mi rendo conto che mi sono lasciato trascinare; il fatto è che l’argomento è dannatamente complesso e coinvolge necessariamente molteplici ambiti socioculturali. Ergo mi fermo qui, ma se vuoi continuare questa discussione, io ci sono. Grazie dello spazio che mi concedi. Alla prossima.

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