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Fata Troietta

3 febbraio 2010

Quando avevo 5 anni avevo la mia bambola preferita. Era una palla di stoffa dotata di arti e faccia di plastica, con fili di lana blu al posto dei capelli e un vestitino sgraziato.

Non aveva un web-site né un telefonino, non potevo votare la mise preferita perché ne aveva solo una ed è inutile aggiungere che la parola “gadget” era per tutti ancora qualcosa di esoticamente americano.

I divertimenti erano: farle le trecce, disfarle le trecce, farle grattare la testa con le manone di plastica, farle grattare la testa con i piedoni di plastica, ricominciare da capo. In uno slancio artistico, mia sorella le dipinse la faccia con un pennarello blu, offesa che lei sopportò con la stessa espressione coriacea e vagamente ottusa con cui affrontava la sua vita inorganica.

L’aspetto educativo di Lussi era che – pur con tutti i suoi limiti – era collaborativa. Lussi non era progettata per fare a gara con me: era fatta per giocare, cioè esattamente il contrario. Tanto per dire: aveva la pancia e il culone. Io la emulavo con entusiasmo, ficcandomi spensieratamente la felpa dentro i pantaloni della tuta. Sì, ho avuto un’infanzia degna di questo nome.

Ecco, sto per dirlo: Oggi invece le bambole delle bambine hanno l’aspetto di mini-modelle sull’orlo dell’anoressia.

Non sono molto interessata a esplorare l’aspetto complottistico della faccenda, cioè se queste bambole siano o non siano progettate per rendere le bambine insoddisfatte del proprio corpo e del proprio aspetto fin da subito, in modo tale che diventino quanto prima accanite consumatrici di prodotti di bellezza e scarpe all’ultima moda.

Quello che mi preoccupa ha più a che fare con le età della vita, la gradualità dei pensieri, il momento opportuno dei desideri.

Guarda la bambola bimba: ha lunghe gambe snelle, una cintura di brillantini, un tatuaggio sul ventre scolpito, un bikini, lunghi capelli lucenti e un flaconcino di un “prodotto” non meglio identificato.

E così, se io oggi fossi bambina, guardando la mia bambola crescerei pensando a tatuaggi, cinture e prodotti di bellezza.

Ecco: vorrei poter fare una class action per furto d’infanzia.

P.S. Il titolo del post è una citazione dall’ultimo libro di Stefano Benni, “Pane e tempesta”.

P.P.S. Sul tema del “furto d’infanzia” ha lavorato molto e bene il blog Comunicazione di Genere, specie qui e qui.

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3 commenti leave one →
  1. antigonexxx permalink*
    4 febbraio 2010 09:23

    Un’analisi davvero accurata. Complimenti! Devo dire che l’epoca dei “ciccio bello”, seppur rispondente ad un’idea di donna-mamma, era molto più educatica e meno deviante di quella che c’è oggi. Più che giocare con le bambole oggi si tratta di imitarle, e questo non è più un gioco…
    ps vedo che la tua bambola ha ancora i capelli…le mie non hanno avuto la stessa fortuna!!dopo un po’ che facevo e rifacevo trecce e chignon, ho pensato che un nuovo taglio era la soluzione migliore 🙂

  2. 4 febbraio 2010 22:42

    grazie del commento! sono perfettamente d’accordo con te: se una bimba porta in giro ciccio bello sul passeggino di plastica allora sta giocando, mentre se si trucca e si mette in bikini allora il gioco è finito… specialmente nel gioco, la finzione e la realtà sono divise da un confine molto labile che sarebbe in un qualche modo da tutelare.

Trackbacks

  1. Il Mulino che vorrei?!? « femminileplurale

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