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(Un)human rights?

25 febbraio 2010

Ho letto questo articolo sulla poligamia.

Su questa pratica, considerata sempre estremamente sessista e lesiva della dignità della donna, ho sempre avuto i peggiori moti di disappunto e di rabbia. Il mio disappunto in primo luogo dal fatto che tale pratica non è biunivoca, nel senso che un uomo può avere più mogli mentre una donna, invece, non può avere più mariti. In secondo luogo il mio disappunto nasce dal fatto che sottesa a questa pratica c’è un rifiuto di ammissione dell’uguaglianza di uomo e donna e dalla conseguente mancanza di parità. Se ci si ragiona un po’ più a fondo credo risulti evidente come tale pratica sia stata suggerita da un retaggio dell’animale uomo e dall’intuizione non consapevole (nel senso di non ragionata) di mantenimento della specie, per il quale se il maschio può fecondare più femmine avrà più prole e quindi più successo a livello di sopravvivenza. Un po’ come fanno molte specie animali.

È la diversità di ruoli fra i sessi che comporta in qualche modo l’accettazione di questa pratica. Tale pratica si è inserita in alcune comunità umane e per il suo mantenimento, come spesso accade per le pratiche minoritarie e poco accettate dalla maggior parte delle altre comunità, è stata inglobata all’interno di un sistema cultuale o religioso. Si pensi per esempio al cannibalismo o al sacrificio umano, coperti da un complesso culto e da uno specifico rituale.

Ma se la poligamia viene vista come lesiva della dignità della donna nel momento in cui mina la sua uguaglianza con l’uomo, come rapportarsi allora al fatto che le donne che vivono all’interno di un matrimonio poligamo accettano spesso con convinzione questa pratica? Molte si dichiarano felici e considerano la loro condizione come la più giusta. Questo in accordo al culto a cui aderiscono. Coloro i quali sono cresciuti in un ambiente di relazioni non poligame considerano che le donne che vivono la poligamia siano sfruttate, costrette ad essa, o ne siano soggette per ignoranza e mancanza di istruzione. “Sono sempre vissute in quel mondo, non hanno mai visto altro ,di conseguenza lo accettano”, e in questa idea viene sempre sottinteso che se avessero la possibilità di conoscere altro sceglierebbero questo altro, il nostro.

Leggendo l’articolo che vi ho linkato però è sorto il dubbio che queste non siano le sole ragioni per cui una donna scelga di entrare in un matrimonio poligamico. Si parla di donne che vivono in un paese ‘sviluppato’, che hanno avuto accesso ad un’istruzione, che sanno usare il computer e possono guidare la macchina, ma che scelgono di condividere il proprio marito con altre 5, 10 anche 20 donne. È questo che più di ogni altra cosa mi lascia perplessa. Non si tratta dunque di costrizione fisica/culturale/psicologica, ma si tratta di una scelta consapevole, anche se religiosamente argomentata.

Continuo a considerare questa pratica come essenzialmente maschilista e sessista, ma come tante altre pratiche culturali e religiose credo faccia sorgere una seria contraddizione in merito alle ragioni per cui la consideriamo tale.

Premetto che credo che attorno a questo tipo di pratiche fuse tra cultura e religione, (questa come l’obbligo di indossare il burqua per esempio), c’è una fittissima nebbia a causa della quale diventa impossibile distinguere cosa e quanto derivi da una libera scelta, da una più o meno celata costrizione, dalla tradizione, dal costume ecc.

Di solito la pratica della poligamia e altre (il burqa per esempio in quei casi in cui venga imposto) vengono rifiutate in nome di un appello all’uguaglianza fra generi e ad un richiamo generale al rispetto dei diritti umani. Ci sono cioè (e il loro processo di formazione si è costituito durante la rivoluzione francese per poi evolversi fino ai giorni nostri) dei diritti che devono essere garantiti ad ogni essere umano in quanto tale a causa dell’evidenza che tutti gli esseri umani sono uguali. Un essere umano in quanto tale ha diritto di essere libero, di essere rispettato in quanto parte della famiglia umana, di scegliere la propria religione, il proprio culto ecc. Allo stesso modo è dovere dell’essere umano che gode di questi diritti non impedire agli altri essere umani di fruire di questi stessi diritti. Va da sé, dunque, almeno in linea teorica che al riconoscimento di questi diritti sorge uno specifico dovere, cioè quello di rispettare gli altri esseri umani in quanto tali e in quanto portatori di una precisa cultura, religione ecc.

E qui sussiste il problema: in questo tipo di pratiche dove il confine fra scelta e costrizione è nebuloso e spesso varia per ogni singolo caso, si crea una situazione di non uguaglianza fra due essere umani, uomo e donna, legata però ad una scelta consapevole all’interno di un range culturale e religioso specifico. Perciò, da un lato la situazione che si presenta potrebbe considerarsi lesiva dal punto di vista della uguaglianza fra uomo e donna, dall’altro fa parte di una cultura/religione che andrebbe rispettata nella sua specificità.

Credo ci sia all’interno della nostra idea generale dei diritti umani questa sorta di contraddizione fra il rispetto dell’uguaglianza e il rispetto delle scelte individuali di ogni singolo essere umano. Se da un lato è affermata l’uguaglianza tra gli uomini, dall’altro è anche espressa la necessità di rispettare ogni tipo di cultura e religione. Ora in tutta una serie di pratiche (la poligiamia o il burqa) in cui il confine tra libera scelta e costrizione (culturale, fisica o psicologica) è labile e difficile da determinare, emerge un problema fra il rispetto di una scelta culturale/religiosa e il fatto che tale scelta possa ledere i diritti umani precedentemente ammessi.

Ora nell’articolo del National Geographic di parla dei mormoni che hanno anche 20 mogli… una pratica del genere non è lesiva della dignità della donna e della parità di genere? A me pare di sì. Ma se si va contro questo tipo di pratiche non si infrange il dovere anch’esso fondamentale di rispettare ogni cultura o religione diversa dalla propria?

In questo tipo di pratiche emerge con forza il problema della parità di genere vs. tolleranza culturale.

Tuttavia, discutere sulla libera scelta di una donna sulla poligamia non è come stare a disquisire sulla libera scelta di una donna europea che si sottopone a interventi chirurgici per ridurre le rughe, aumentare il seno, ecc. E, se la poligamia o qualsiasi altra pratica vengono considerate lesive dell’uguaglianza, della libertà e della dignità della donna che dire dei concorsi di bellezza per bambine in cui, anche piccolissime, vengono truccate come sgualdrine e costrette a sfilare in costume da bagno, affinchè sia giudicato il loro aspetto fisico?

Insomma, non sarebbe necessario un serio ripensamento sulla concezione e soprattutto sull’uso di quelli che noi, bravi intelligenti e comprensivi abitanti della parte ricca del mondo, consideriamo diritti umani?

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7 commenti leave one →
  1. 25 febbraio 2010 19:55

    Per mia opinione personale, considero lesivo tutto ciò che, in caso di rigetto dal singolo individuo, comporti delle punizioni.
    Ad esempio:
    Nei paesi in cui i diritti umani sono rispettati, un individuo che ad esempio nasce mormone, può scegliere di lasciare la comunità senza che gli venga fatto alcun male. Verrà sì esiliato dalla comunità, ma sarà libero di andarsene.
    In altri paesi, dove questi diritti non sono rispettati, se una donna sceglie ad esempio di non indossare più il burqa o il velo, verrà lapidata.
    In questo momento noi consideriamo cose come il burqa delle costrizioni lesive nei confronti della donna perché lo sono; se le donne fossero libere di deciderlo di metterlo, invece che essere costrette pena la vita, lo sarebbe già di meno. Sarebbe pari alla cresima ad esempio o allo sposarsi in chiesa, una semplice scelta di vita fatta in base al proprio credo. Ma non lo è, quindi attualmente è una costrizione maschilista.

  2. varvarapetrovna permalink*
    26 febbraio 2010 11:45

    Heresiae capisco perfettamente quello che intendi dire, e non posso che ritenermi d’accordo con te. Il mio scopo nel post era di sottolineare quanto all’interno della teoria dei diritti umani sia delicato l’equilibrio fra la libertà di scelta e il dovere del rispetto di tali scelte, e di come questo equilibrio salti nel momento in cui ci confrontiamo con situazioni in cui il confine fra libera scelta e costrizione è difficilmente determinabile.
    Io sinceramente non so se tutte le donne che mettono il burqa lo fanno per costrizione, così come non so se tutte le donne che accettano un matrimonio poligamo (fra i mormoni) lo facciano per libera sceltà. Fatto sta, che quando si ha a che fare con questo tipo di situazioni credo che qualcosa salti e semplicemente perchè non sono situazioni ‘standard’ non sono quei modi di vita per cui la teoria dei diritti umani è stata pensata.
    Grazie per il commento 🙂

  3. 26 febbraio 2010 21:25

    Ciao

    Effettivamente il problema che pone Varvara è di difficile soluzione: come conciliare i diritti fondamentali di libertà e di uguaglianze con culture e religioni che questi diritti sembrano non riconoscere?

    Io invece penso che ci si debba porre la questione in un modo diverso, e in parte l’ha accennato Heresiae: che strumenti abbiamo noi e la ns società per garantire la libertà a chi pur crescendo e vivendo in certe culture tali stili di vita non ammette?

    Ovvero, più che disquisire e discutere se una donna vuole indossare il burqa o meno, o vivere nella poligamia, che strumenti a garanzia dei suoi diritti le diamo noi, per poter scegliere liberamente?

    E’ ovvio che il problema posto in questo post rimandi al problema del burqa su cui da anni si discute, ma ci siamo sempre chiesti, se ci fate caso, di garantire la libertà di indossarlo e non di garantire il diritto e la libertà a toglierselo.

  4. antigonexxx permalink*
    27 febbraio 2010 15:01

    Mi permetto di aggiungere una cosa. Mi sembra che dai discorsi fatti l'”Occidente” appaia come il luogo in cui i diritti umani vengono rispettati, di fronte ad altri luoghi/culture dove questo non avviene. Beh il discorso mi sembra un bel po’ semplicistico soprattutto se fatto da parte di coloro che di questi diritti possono fruire. Se fossimo “immigrati” credo che la penseremmo in modo un bel po’ diverso…più volte in questo blog abbiamo denunciato la situazione di assenza di alcun diritto che gli immigrati si trovano a vivere in italia…che direi poi della grande difesa dei diritti umani perpetuata dagli stati uniti in Irak e Afghanistan?ammazzando le persone con le bombe al fosforo oppure con bombe all’uranio che causerà morti per i prossimi 100 anni?Il concetto di diritti umani è solo una grande farsa, un mezzo per rendere chi non si adegua un nemico da sterminare senza pietà.

  5. antigonexxx permalink*
    27 febbraio 2010 15:08

    tanto per tenerci un po’ informati:
    http://www.amnesty.it/Rapporto-Annuale-2009/diritti-umani-in-Italia.html

  6. varvarapetrovna permalink*
    27 febbraio 2010 17:11

    @ antigonexxx: hai espresso perfettamente una delle cose che rilevavo alla fine del post. Con il paragone, magari un po’ azzardato, (grazie a sauerophelia e isaroseisarose per il suggerimento) fra le donne che indossano il burqa e le donne che si sottopongono a interventi chirurgici o, meglio ancora, le bambine costrette a partecipare a ridicoli concorsi di bellezza volevo proprio dire questo. Il concetto di diritti umani è del tutto relativo anche nel mondo occidentale. Spesso è solo un mucchio di bei discorsi e di belle parole a cui si ricorre quando fa comodo, e come dicevi tu, spesso per coprire azioni che sono tutto il contrario del rispetto della libertà dell’altro, dell’uguagliaza ecc ecc…
    Non è un caso, credo, che si dica ‘teoria’ dei diritti umani e non pratica!

  7. antigonexxx permalink*
    27 febbraio 2010 19:13

    @varvarapetrovna: infatti il mio post voleva proprio sottolineare questo aspetto da te ben espresso ma che credo non fosse stato percepito con la giusta forza! complimenti ancora per il post 😉

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