Skip to content

E tanti auguri

8 marzo 2010

Non è semplice scrivere un post per un blog femminista in data 8 marzo.

La festa ha origini nobili e rispettabili, ma è evidente che non ha più alcun significato se escludiamo il triste rito della mimosa e l’occasione annuale di rivendicazioni di vario genere. È abbastanza banale, inoltre, far notare che serve a poco “festeggiare” le donne un giorno all’anno, se poi per gli altri 364 ci si passa sopra con i carri armati. Anzi, sembra quasi che questa giornata abbia un valore catartico per gli uomini affetti da inconsci sensi di colpa e costituisca una buona giustificazione per gli abusi a venire.

Badate bene: non si chiede un trattamento di favore per le donne. Non si chiedono atteggiamenti paternalistici; le donne non hanno bisogno di essere protette (non tutte, per lo meno). Le donne hanno bisogno di prendere coscienza delle dinamiche in cui sono coinvolte, e di reagire con la lotta. Non sto dicendo di imbracciare i fucili (anche se talvolta la tentazione mi coglie, lo ammetto): sto dicendo di combattere ogni giorno contro quelle dinamiche, di non esserne complici, di provare non soltanto a proporre, ma a vivere concretamente secondo un nuovo modello.

La violenza sulle donne è un problema serio e quanto mai attuale, con un lato nascosto. Le donne subiscono violenza ogni giorno, ma in questo momento non parlo di violenza fisica (che è un immenso e drammatico problema): parlo di quel lato nascosto della violenza contro il quale, innanzi tutto, si devono ribellare. Perché costituisce la premessa di ogni successiva forma di prevaricazione.

Quando accendo la televisione e vedo soltanto modelli di bellezza stereotipati e falsamente perfetti, e il risultato è che mi sento inadeguata, quella è violenza.

Quando un uomo sminuisce un mio stato d’animo attribuendolo al mio stato ormonale (by the way, si dice “mestruazioni”, non “le tue cose” né “quei giorni”), quella è violenza.

Quando un prete dice che io sono biologicamente programmata a sfornare bambini e a passare la mia vita a casa con loro in attesa che mio marito rientri dal lavoro per trovare la cena pronta, quella è violenza.

Quando un altro prete mi dice come devo gestire il mio corpo, la mia vita sessuale, il rapporto con la procreazione (e se la voglio), quella è violenza.

Quando nel governo del mio paese il ministro delle pari opportunità è un’ex showgirl, quella è violenza.

Quando le donne di un partito di sinistra sentono la necessità di sottolineare che portano i tacchi per confermare di essere donne, quella è violenza.

Perché quando le donne sono complici degli uomini e della società e della televisione, anche quella è violenza.

Quando un uomo mi dice che non dovrei mangiare quel gelato perché poi ingrasso, quella è violenza.

Quando un uomo pensa che io sia femminista perché forse in realtà sono lesbica, o perché forse sono brutta, o perché odio gli uomini, anche quella è violenza.

E io rispondo. Perché quello che conta è riconoscere le dinamiche di violenza e combatterle. Impedire loro di mettere in discussione la nostra libertà, la nostra espressione di noi stesse, la nostra legittimità.

Annunci
4 commenti leave one →
  1. 8 marzo 2010 12:23

    non avrei saputo trovare parole migliori! io non ho mai festeggiato, o meglio, festeggio tutti i giorni il mio orgoglio di persona libera! e questo ristengo sia il mio lasciapassare per i futuro, mio e della mia famiglia. LIBERTA’ ha un senso lontano da questa giornata, e solo se veramente ci sentiamo liberi siamo persone!!!

  2. 8 marzo 2010 23:11

    La delegittimazione è violenza: credo che questa tesi sia profondamente giusta, ma mi interrogo se non sia troppo tranchant e non finisca col nascondere una lista di priorità e di responsabilità.
    Per esempio, scherzare anche pesantemente sui miei livelli ormonali durante le mestruazioni non è la stessa cosa che licenziarmi se voglio un figlio. Se definiamo tutto come “violenza” non è come non indicare poco, o nulla? O sono io che ho le idee poco chiare sulla definizione di violenza?

  3. sauerophelia permalink
    9 marzo 2010 00:38

    @Isaroseisarose: Da un certo punto di vista, naturalmente, sono d’accordo con te. Non tutte le forme di violenza sono gravi nello stesso modo. E tuttavia, sebbene la violenza innegabilmente si manifesti in forme che possono saltare all’occhio in modo più o meno evidente, questo non significa che le forme meno riconoscibili siano le meno efficaci o le meno diffuse. Quanto all’esempio che fai, concordo sul fatto che il licenziamento “per maternità” non sia la stessa cosa di uno scherzo pesante sullo stato ormonale di una donna. Ma per me il secondo caso non rappresenta “scherzare pesantemente”: io mi riferivo alla violenza insita nell’attribuire uno stato d’animo (o un’opinione, o una presa di posizione o vattelappesca) ad uno stato ormonale, con il preciso scopo di delegittimare quello stato d’animo, quell’opinione, quella presa di posizione.
    Quello che ho cercato di esprimere nel post è la convinzione che anche negli atteggiamenti a cui tutte noi ormai siamo piuttosto abituate si nasconda una precisa forma di violenza maschile nei confronti delle donne, che ha la funzione (conscia o inconscia, a seconda di chi attua quella violenza) di mantenere le donne in uno specifico e ristretto ambito, che – ok, mi dichiaro – è quello individuato dal loro corpo: il corpo nella misura in cui assegna alle donne il loro posto nel mondo.
    Ossia: la donna è programmata per procreare, quindi deve centrare la sua vita sulla riproduzione, sulla cura della prole e del compagno. La donna deve essere bella, e in base a tale principio deve condurre la sua vita. Vai in palestra, fai la dieta, nel tempo libero vai a fare shopping perché devi avere nuovi vestiti da sfoggiare in pubblico (perché è quello che si guarderà di te), e rendi il tuo compagno orgoglioso di avere proprio te al suo fianco. E via di seguito (all’infinito, volendo).

    Soltanto iniziando a opporsi a quelle forme di violenza quotidiana (per quanto apparentemente piccole e innocue) possiamo sperare di abbattere quelle macroscopiche, che si legittimano anche con il nostro consenso e, soprattutto, con il nostro silenzio.
    Infine, no: non propongo di definire tutto come violenza. Violento per me è un atto che vìola l’integrità, la dignità e la libertà di una persona, indipendentemente dal fatto che comporti un danno fisico o no.
    Cosa ne pensi?

  4. 9 marzo 2010 05:51

    Aah, ci sono talmente cose interessanti che non so da dove cominciare..
    Prendo il punto sul quale mi hai incuriosita di più.

    Siamo più che d’accordo che non tutte le forme di violenza sono gravi allo stesso modo. Prendiamo quelle inserite nella “quotidianità” (chi ti delegittima liquidando affermazioni/emozioni sulla base del fatto sei mestruata, che ti sgrida se mangi troppo perché la donna vuole magra, eccetera).
    Per me va bene dire che si tratta di “forme di violenza”, però se le trattiamo come violenze di serie B, secondarie, minori e sulle quali vale la pena di concentrarsi collettivamente ‘fino a un certo punto’. Parlarne e farsi coraggio va benissimo. Però queste sono battaglie che ognuna di noi porta avanti per sé stessa, personali, combattute – ed eventualmente vinte – con quante persone, tre, quattro?
    Un piano completamente diverso secondo me è quello della violenza collettiva e più propriamente politica. Penso a maternità, gravidanza, famiglia, prostituzione, aborto, rappresentanza politica, istituzioni che prendano sul serio (per dire) asili nido, part-time e boh, corsi universitari on line.
    Traccerei una linea di confine enorme tra queste due forme di violenza, tu?
    Anche se lo penso anch’io eh: è interessantissimo vedere come si mettono in relazione tra di loro… purché siano distinte, mentre nel post mi pareva fossero in continuità.

    L’altra cosa collaterale ma enorme che emerge, e che certo non esauriremo qui, è quella dell’ambito del corpo femminile. Come dici tu, “il corpo nella misura in cui assegna alle donne il loro posto nel mondo”. Ah, ma io credo che il corpo ci assegni il nostro posto nel mondo da una marea di punti di vista! A proposito della “libertà situata” di cui si diceva più giù…
    Forse si dovrebbe partire però, senza vittimismi, dal fatto che la donna sia biologicamente più “ricattabile”, la statuetta d’oro per la vittima naturale della dominazione, il piatto-ricco-mi-ci-ficco della biopolitica.

    Oddio fermatemi, sto esagerando.. 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: