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La quota blu – Giovannino

2 maggio 2010

Dietro le sbarre

Essere donne nel 2010 non è facile, me ne rendo conto. L’immagine femminile che il sistema giudica accettabile è qualcosa di falso, puzza di plastica. Credo che i contributi quotidiani pubblicati su questo blog ne siano una testimonianza sincera. Ma, fidatevi, anche essere uomo non è proprio uno scherzo.

Nell’epoca della finta emancipazione (ci si è accorti che le persone si dominano meglio se le si convince che sono libere), al ragazzo che ha la sventura di trovare una ragazza attraente (faccio subito un distinguo: quando dico “attraente” intendo come persona, non come corpo, ma visti i tempi meglio specificare), si prospetta un bivio che porta a due strade egualmente perigliose, per non dire impossibili da percorrere.

Una strada è essere sinceri. Mettere in chiaro le cose, far capire con gesti, atteggiamenti, attenzioni, parole, che una persona è importante per te. Senza naturalmente scivolare nel ridicolo con serenate sotto la finestra o camion di rose rosse, far capire senza tentennamenti a qualcuno che, quando sei con lei, ti trovi in una situazione unica e preziosa, in cui è bello abbandonarsi. Questa strada è apparentemente la più facile. Essere se stessi, essere spontanei, si pensa che non costi fatica. Tuttavia mi sembra evidente che ognuno di noi vive la propria vita dentro un’armatura, una “cittadella interiore” che ci protegge da quello che, fuori di noi, può farci male. Dunque essere spontanei, aprire l’armatura per mostrare cosa c’è dentro, qual è il nostro vero essere, significa esporsi ai colpi. Significa essere disposto alle ferite pur di non violentare la propria natura. Questo costa fatica e coraggio. Lo dico perché, a fin di bene, mi è stata consigliata da una amica (la cui opinione credo sia condivisa da gran parte del mondo femminile) l’altra strada.

Non far capire alla persona che ti piace quanto è importante per te, ostenta indifferenza, mostrati duro e sorridi poco. Insomma, io dovrei mutilare l’espressione di quello che provo perché proprio quella mutilazione mi renderebbe attraente agli occhi di chi mi piace. Io prendo atto e accetto il fatto che spesso sia esattamente così che funzioni. Tuttavia la mia obiezione è: come posso innamorarmi di una persona che è attratta dal mio disinteresse, che sadicamente è attratta dal mio lato peggiore? Io mi rifiuto di considerare la mia richiesta e offerta di sincerità come un’ingenuità infantile, e di accettare che trattare i propri sentimenti col contagocce sia sintomo di acquisita maturità. Forse ha veramente ragione Sylvia Plath quando dice “ogni donna ama un fascista, lo stivale sulla faccia”. Se è così, sarò fiero della mia solitudine, sintomo di appartenenza ad una razza, quella umana, forse già estinta.

Chi si innamora di un’oppressione, è condannato a vivere la propria vita dietro le sbarre.

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12 commenti leave one →
  1. specnaz permalink
    3 maggio 2010 18:22

    Mi ha colpito molto e credo di comprendere anche profondamente il senso di quanto scritto, e credo anche che il buon Giovannino me ne renderebbe atto, per questo sono certo che comprenderà perché, contrariamente al mio solito, tenderò ad essere lapidario qui per iscritto.

    Mi permetto alcune brevi e probabilmente stupide riflessioni.

    Innanzitutto, che lo si voglia o meno e checché se ne dica, nessuno è in grado “razionalmente” di decidere né i modi né tanto meno i tempi per innamorarsi, questo nel bene e nel male, anche se troppo spesso o quasi sempre, come giustamente sottolinei, nel male. Quello che hai fotografato è un quadro oggettivamente difficile confutare: il mondo pare essere pieno solo di stronzi e stronze pieni di una superficiale e patetica pseudo-pienezza di sé illusoriamente bastevole a se stessa. Se ci pensi alla fine non è nemmeno così strano: se li guardi in riferimento alla nostra piacevole e gaia contemporaneità si comprende bene quali possano essere state le oggettive ragioni del loro successo evolutivo.

    Tuttavia credo che la tua obiezione, o meglio, le implicazioni della tua obiezione non la facciano star su a priori, e meno male, perché nessuna storia davvero felice e duratura potrebbe mai star su a quelle condizioni. Relazioni così sarebbero solo patetiche e temporanee stampelle per individui incapaci di stare in piedi con le proprie gambe e bisognosi di nascondere la propria immaturità sentimentale e, in genere, spirituale.

    In riferimento alla solitudine coatta, non cosi importante in fondo che tu ostenda fierezza di una cosa a cui in realtà, per come sei fatto e per cme stanno le cose, sei in qualche obbligato giocoforza, né che questa condizione passi necessariamente come una scelta. Alla fine se si riconosce che il mondo è, in generale, umanamente una gran merda, soprattutto in riferimento alla distanza che sente e percepisce da esso, non si è depressi, credimi, ma semplicemente realisti, e se lo si accetta senza fare chissà quale piega e a schiena dritta si è solo maturi, anche se un po’ matusa. Non c’è nessun vanto in questo, anche perché si comprende lì che in riferimento a ciò un vanto è cosa di cui non si sente, in fondo, particolare bisogno. Questo non vuol dire affatto smettere di tentare di cambiare le cose, ma semplicemente prendere atto equilibratamente dell’oggettivo stato di cose che si ha di fronte.

    Tornando al problema che sollevavi inizialmente, comunque sia, ti assicuro che esistono, fortunatamente, donne meravigliosamente normali, poche ma ci sono. (Mutatis mutandis credo valga lo stesso per le donne).

    In onore al compagno Giovannino la sintesi di tutto sto discorsone da un ipotetico Also sprach Spetsnaz.

    § XX

    Man kann dazu keine Woerter mehr. Man kann nur Schwein zu haben hoffen.

    (Le chiacchiere stanno a zero. Alla fine è solo questione di culo)

    (Spero la finezza nella scelta ponderata circa il numero del paragrafo non sia passata inosservata. Mi dispiacerebbe)

    • giovannino118 permalink*
      5 maggio 2010 12:20

      Ho impiegato un pò di tempo a riflettere come rispondere al tuo attacco, perchè per violenza e contenuto era inaspettato. Me ne scuso. Premetto che, essendo un critico, mi piacciono molto le critiche e accetto volentieri tutte le opinioni che, nel conflitto con le mie, possono darmi modo di temprare il mio punto di vista. Tuttavia, quando le critiche assumono la forma di un’aggressione personale, mi trovo sempre davanti al dubbio se rispondere o meno. Se non rispondo sembra che condivida l’attacco, se rispondo lo legittimo. Ho scelto di rispondere, cercando il più possibile di tenermi lontano da atteggiamenti e toni che, per fortuna, non mi appartengono. Tu scrivi: “il mondo pare essere pieno solo di stronzi e stronze pieni di una superficiale e patetica pseudo-pienezza di sé illusoriamente bastevole a se stessa” e poi “Alla fine se si riconosce che il mondo è, in generale, umanamente una gran merda, soprattutto in riferimento alla distanza che sente e percepisce da esso, non si è depressi, credimi, ma semplicemente realisti, e se lo si accetta senza fare chissà quale piega e a schiena dritta si è solo maturi […]”. Quindi tu affermi che il prendere atto che il mondo è una merda è sintomo di grande maturità, della quale è inutile vatarsi perchè appunto è solo una semplice presa d’atto. A mio parere, ti sbagli di grosso soprattutto in due punti. In primis, affermare che il mondo è una merda è comodo, puerile ed anche un pò reazionario: anche se a volte, davanti a certi spettacoli, verrebbe spontaneo pensare che tutto faccia schifo, il non accettare questa opinione resta il presupposto per la speranza in modo milgiore, più libero, più umano: nell’epoca della reificazione dell’uomo, l’uomo resiste ancora, c’è ancora una speranza per il futuro. In nome di questa va mossa la critica al mondo così com’è, altrimenti essa diventa vuoto esercizio formale. Il secondo punto è quello che riguarda la maturità: forse hai avuto l’impressione che io stessi snocciolando lezioni di vita nel mio post, e che indicassi la “formula perfetta dei rapporti”, dall’alto della mia acquisita maturità. In realtà, mi sono limitato ad esprimere il mio punto di vista su una dimensione dei rapporti umani per metterla a confronto con quella altrui, senza nessuna pretesa di normatività. Per concludere, ti dico che a mio parere la maturità è rendersi conto che una Verità stabile, fissa, eterna non c’è, così come non ci sarà mai l’umanità perfetta. L’unica idea di maturità che accetto è un costante applicare la critica che scagliamo contro il mondo su noi stessi, mettere sempre alla prova il nostro comportamento e le nostre opinioni, in un processo quotidiano di miglioramento, che proprio come tale non deve mai finire. Nascondersi dietro certezze incontrovertibili, e dire “devi prenderne atto, è così è non c’è niente da fare. Tra l’altro non c’è nessun merito in questo” come fai tu, vuol dire aver già smesso di lottare.

      • specnaz permalink
        5 maggio 2010 15:36

        Mi era stato fatto notare che la mia risposta appariva come un attacco personale e aggressivo, e avrei dovuto chiarirmi subito. Mi scuso già a priori, davvero, dato che è questa l’impressione che ha suscitato. I miei intenti e, soprattutto, la mia considerazione personale, andavano e vanno in tutt’altra direzione.

        Quando mi riferivo, a questo punto troppo perentoriamente, al guardare allo stato di cose in riferimento al mondo come “gran merda” mi riferivo all’immediata impressione che esso, quasi sotto ogni punto di vista, non riesce a non lasciare, e questo ben al di là delle sole contingenze legate alla sfera emotiva di ciascuno, che poi che a cercar bene si trovino spiragli di luce, di questo ti do atto, figuriamoci.

        Se ho ecceduto nella perentorietà dei toni è perché, proprio avendoti presente, mi avevano colpito profondamente i modi un po’ gridati che ho percepito nella, forse troppo frettolosa, a questo punto, lettura del tuo post, soprattutto il finale, e che stridevano proprio con l’opinione sempre altissima e presente che ho di te. A mio modo – ma mi riscuso davvero sinceramente per la forma in cui ho creduto di aver espresso la cosa – essendomi stupito di certi toni in riferimento alle questioni da te poste, volevo darti atto da un lato proprio di quella capacità immediata di un coglimento emotivo e capacità di elaborazione critica e razionale che ti contraddistinguono che poi credo siano alla base, di quella stessa lotta di cui parlavi in conclusione. Il discorso del non farne un vanto voleva solo esprimere da un lato, appunto, la constatazione di fatto che in in te il senso critico e la profonda sensibilità e ricezione delle cose li ho sempre visti e colti come connaturati e come il tuo punto di partenza, dall’altro lo stupore, evidentemente dovuto al modo in modo in cui l’ho letto il post, di come essi apparissero ora , al contrario, come un amaro happy end.

        Nei miei intenti non era sottinteso un limitarsi all’accettazione della constatata condizione di fatto in riferimento alla contemporaneità, tutt’altro, sempre in riferimento ai toni che percepivo, si riferiva solo ed esclusivamente al mantenimento di una distacco critico tra la percezione e la comprensione di essa per quelli che sono i limiti e le dimensioni metastatiche che la pervadono e la reazione ad essa, che poi ciascuno vive e porta avanti a modo proprio; tutto questo, comunque, a mio modo di vedere, può poco o nulla, in fin dei conti, nei confronti del kairos che interviene inevitabilemente nelle dinamiche dei rapporti interpersonali, soprattutto di tipo sentimentale, ed era solo questo che volevo lasciare intendere.

        So già di non aver risposto e chiarito tutto come avrei dovuto e come l’effettiva, anche se assolutamente non voluta, insolenza dei toni che ho usato richiederebbe.

        Se mi sono qui eccessivamente dilungato non è stato per legittimare o meno la querelle pro domo mea, ma, al contrario, per darti atto della serietà con cui ho letto le tue obiezioni e le tue risposte, e per mostrarti il sincero dispiacere, mea culpa, per quello che che i toni della mia precedente risposta hanno comportato, cosa per cui delle semplici scuse, anche se davvero sentite come sarebbero comunque state, sarebbero potute apparire, legittimamente a questo punto, quale ulteriore oltraggiosa protervia.

        Con immutati stima e affetto

        Spetsnaz

      • giovannino118 permalink*
        6 maggio 2010 11:17

        Caro Spetsnaz, come dicono da queste parti “alles klar!”. Credo che sia quasi naturale che due penne non proprio moderate come le nostre a volte non si capiscano. Prendo atto della buona fede (di cui peraltro non ho mai dubitato), ti ringrazio dei chiarimenti e accetto le scuse. Rimando inoltre la questione a un’amichevole chiaccherata davanti a qualche bionda tedesca (da bere, s’intende :D).

        Con stima e affetto,
        Giovannino

  2. Elisabetta Giubilato permalink
    4 maggio 2010 17:50

    Le donne normali esistono, ma devono conquistare da sole la capacità di esprimere i propri sentimenti e apprezzare chi lo fa. Siamo allevati a falsità fin da piccoli|e ma certo una dose minore di TV e rotocalchi aiuterebbe.
    Che dite di concentrarsi sui nostri figli?
    Se gli adulti sono chiari e sinceri nei rapporti (d’amore, di coppia, di amicizia)senza nascondersi in ruoli predeterminati, le generazioni future saranno più semplicemente serene.

    • giovannino118 permalink*
      5 maggio 2010 12:27

      Grazie del commento Elisabetta, che condividio in pieno. Soprattutto quando parli della televisione, cogli proprio il cuore della questione. La maggior parte dei modelli di comportamento proviene proprio da lì, e purtroppo la quantità di ore che i bambini e i ragazzi passano davanti alla TV è direttamente proporzionale alla profondità dell’alienazione dei rapporti umani. Sicuramente una delle strade più importanti da perseguire per rendere il mondo un luogo migliore è lavorare sui giovani e convincerli che i ruoli predeterminati sono qualcosa da abbattere, non da ostentare.

  3. Omofiliaco permalink
    4 maggio 2010 20:55

    Non posso davvero resistere alla tentazione di scrivere due righe a chi cita Sylvia Plath; debolezze. Sull’epoca della finta emancipazione sottoscrivo in pieno. Il buon Durrenmatt – lo so manca la dieresi, ma io la grafia alternativa con la e non la sopporto, per quanto sia correttissima; scusate – sosteneva molto acutamente che il modo migliore per esercitare il potere sulle masse è lasciar loro la possibilità di lamentarsi, perché la possibilità di lamentare il proprio disagio – esistenziale, economico, affettivo etc. etc. – crea la perfetta illusione di esser padroni di se stessi.
    D’altra parte, dopo anni di assoluta incapacità di comunicare i miei sentimenti, sono passato sul fronte opposto è gioco sempre a carte scoperte. E sì: mi sono procurato una straordinaria quantità di ferite – del resto sono un autolesionista clinicamente certificato. Ma non me ne pento affatto affatto. Anzi. Le rarissime volte che dalla mia sincerità è nato, se non l’amore, almeno un’amicizia davvero degna di questo nome – rara avis questa pure, in tempi anaffettivi come i nostri – mi hanno sempre ripagato di tutte le batoste che mi son preso; e se non hanno sanato le ferite, di sicuro sono state e continuano a essere un balsamo fantastico. Mentirei se omettessi il problema del desiderio: eh, i miei pochi pochissimi amici sanno benissimo quanto mi piacerebbe occasionalmente spostare le nostre conversazioni su un piano diverso. Ma, sempre in virtù delle carte scoperte, sanno anche che non c’è nulla da temere. Sono innocenti (?!) fantasie.
    Finalmente ti capisco Giovannino: è triste vivere in un mondo dove l’affettività sincera è percepita come una sorta di patetica stravaganza. Ma per rincuorarti ti cito il caso di un mio caro amico, il quale, la prima sera che uscì con la sua adorabile dolce metà – fanno coppia da ormai quattro anni – le disse, cito testualmente: “Senti, a me non va di raccontarti palle. Io sono un cazzone, se ti va bene mi fai felice sennò pazienza”. A lei è andato bene. Ergo, non disperare. E, sorprendendo me stesso – chiedi a Carneade se vuoi – te lo dice uno che è anche clinicamente certificato come depresso cronico. Teoricamente il pessimismo dovrebbe essere il mio habitus mentale d’elezione. Ma quando si parla d’amore sono ancora capace di sognare un po’. O come dice Gemma Gaetani:

    La mia più grande fantasia erotica
    è che qualcuno di cui mi innamori,
    per una magica alchimia robotica,
    anche di me. Così. Lui si innamori.

    • giovannino118 permalink*
      5 maggio 2010 12:38

      Grazie dell’incoraggiamento, omofiliaco! In ogni caso ti dico che non intendevo assolutamente apparire come uno pseudo-emo che dice: “tutte le donne sono finte, non ne troverò mai una, meglio così”. Quel “forse” che uso nell’ultima frase è in effetti retorico, perchè nonostante le ferite e le pessime esperienze conservo la speranza che, presto o tardi, troverò qualcuno che sarò in grando di rendere felice al di là dei giochetti e degli escabotage che oggi sembrano necessari. Sono testardo, non mollo 😀

      • Omofiliaco permalink
        6 maggio 2010 12:53

        Oh beh immaginavo che non volessi intendere “tutte le donne…etc.etc.”. O meglio, sarebbe più corretto dire che non mi è nemmeno passato per la testa. La verità è che ci sono certi scrittori che con me funzionano come un fischietto a ultrasuoni per i cani: sono un richiamo irresistibile. Sylvia Plath è una di questi; anzi è una di uno sparuto gruppo di scrittrici e poetesse depresse e, ahi loro, spesso suicide per le quali provo un affetto profondissimo – sarà corrispondenza d’amorosi sensi; per quanto possa sembrare buffo provare affetto per qualcuno che si conosce solo attraverso un medium fortissimo come la scrittura, che ti permette di essere straordinariamente sincero come straordinariamente falso. Lei e Anne Sexton (come si fa a non amare una che intitola una raccolta poetica “L’estrosa abbondanza”?) sono gelosamente custodite nella biblioteca della mia fortezza interiore e mi servono come riserva d’energie quando il puzzo del mondo fa mancare l’aria. In fondo hai ben ragione tu a essere testardo e a non mollare; ma ogni tanto bisogna prender fiato.
        A parte tutto ciò, buona resistenza. Del resto cos’è la vita senza l’amore? O come diceva Sbarbaro:

        Pei riccioletti folli d’una nuca
        per l’ala d’un cappello io posso ancora
        risollevarmi della mia tristezza.

        O meglio ancora:

        E io sono ancor giovine, inesperto,
        col cuore pronto a tutte le follie!!

  4. 4 maggio 2010 21:27

    Mi piace come lo dice Elisabetta Giubilato, “essere chiari e sinceri nei rapporti senza nascondersi in ruoli predeterminati”. Anche per i figli, per carità, ma innanzitutto per noi stessi.
    Omofiliaco, questa Gemma Gaetani chi è? Voglio l’opera completa..

  5. Omofiliaco permalink
    5 maggio 2010 00:08

    http://www.gemmagaetani.com/

  6. Omofiliaco permalink
    5 maggio 2010 00:21

    In verità il sito non dice molto. Comunque è una giovane poetessa – per questo sconosciuta, a che servono i poeti oggi? – che qualche anno fa ha quasi vinto il Premio Montale, è stata più volte pubblicata da “Poesia” e in pieno XXI secolo si ostina – sarà per questo che mi piace – a scrivere sonetti. La citazione sopra è tratta dalla sua opera prima: “Colazione al Fiorucci Store (Milano)”, un misto di sonetti, altre forme poetiche, poema in prosa, fotografie e e-mail riportate dopo averle fotografate dallo schermo del pc. Si può avere una faccia tosta del genere? Una così è da salvare per partito preso. Sul suo primo libro capitai per caso una sera nelle terrificanti librerie che van di moda oggi; mi colpì il titolo – troppo Truman Capote per lasciare indifferente un suo fan come me. Poi lo apri e ti trovi spiegato brevemente cos’è un endecasillabo prima che il primo sonetto dia inizio alla narrazione…come resistere?

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