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Detenzione illegale di utero

24 maggio 2010

Su questo blog si è già affrontato l’argomento più volte ma, visto che una risposta ancora non è arrivata, tocca riprovarci.

Chi è contro l’aborto, ci spiega che cosa propone da un punto di vista pratico? Lasciamo perdere in questo momento se l’embrione è compiutamente umano o no. Sottolineo: da un punto di vista pratico. Una donne è incinta e vuole abortire. Che si fa, la si arresta e la si tiene rinchiusa per 9 mesi? Sì? Allora la donna che ha intenzione di abortire vorrà tenere nascosta la gravidanza, appunto perché non può/vuole tenere il figlio. Che si fa, si rende obbligatorio un test di gravidanza mensile a tutte le donne fertili? Trattamento sanitario obbligatorio? E le donne positive al test le si arresta? Ginecologo-carabiniere? «Signora lei è incinta» sarà la frase che precede «Signora lei è in arresto»?

Arrestateci tutte per detenzione illegale di utero e metteteci in lager per “femmine” dove potrete farci svolgere il nostro mestiere di scatole incubatrici. Facciamo prima.

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15 commenti leave one →
  1. 24 maggio 2010 19:42

    Come ho detto nel mio blog mi risulta che non esiste l’arresto per l’intenzione di uccidere qualcuno, ma per l’atto compiuto o il tentativo di compierlo. Se si scopre che qualcuno ha ammazzato qualcun altro scatta l’arresto, in caso contrario non scatta l’arresto.
    Se una donna incinta nasconde la sua gravidanza e vuole abortire lo faccia in privato e nasconda le prove, come fanno tutti gli assassini. Se la fa franca che dirti? Il 60% degli omicidi è impunito. Ma da qui a legalizzarli…
    Ma qui la questione è un’altra. Quello che dico io è: se esistono tutti i metodi di contraccezione possibili e immaginari perché non usarli? se sei rimasta incinta e non lo vuoi vuol dire che che sei stata negligente.
    E io sinceramente non ritengo che sia saggio proteggere i negligenti dalla loro negligenza.
    Ecco il punto.
    Stesso discorso faccio con la droga. Vuoi drogarti? Bene, drogati, tutto legale. Se sei coglione e muori di overdose cavoli tuoi! Perché lo stato dovrebbe smobilitare tutto un apparato repressivo (nel caso della droga) o permissivo (nel caso dell’aborto) per provvedere alle negligenze e alla stupidità di alcuni cittadini?
    Per me non c’è nessun valido motivo per farlo.

    Per concludere mi permetto di riportare il commento postato da un altro utente nel mio blog:

    “Mi sembra che la signorina Isarosaisarosa si stia arrampicando sugli specchi cercando di buttarla sul solito paranoico vittimismo femminista estremizzando le affermazioni altrui.
    Qui non si sta parlando di voler sopprimere ogni istinto omicida delle neomamme, il che sarebbe imposibile e impensabile. Qui si parla di punire gli omicidi, punto.
    Lo sappiamo che una donna può celare la propria gravidanza e abortire in privato. Grazie! Ma non è che questo voglia dire che abbia diritto alla legalità dell’atto e pure al ricorrere a strutture sanitarie per fare questo.
    Ora io vorrei lanciare invece una provocazione: ok, facciamo restare pure l’aborto legale, però senza fornire interventi medici di sorta. Vuoi abortire? Bene, puoi farlo, però devi farlo da sola. Trova tu un modo di abortire da sola.”

    E infatti, oltre alla questione della legalità c’è anche quella del ricorso a strutture sanitarie.
    Quindi il discorso fatto da Isaroseisaroe a mio parere colpisce a vuoto.
    Ritenta, sarai più fortunata.
    Con affetto.
    Peppe 😀

    • specnaz permalink
      24 maggio 2010 22:12

      Pur trovandomi disaccordo, premetto che non sto giudicando il merito di quando sostenuto, ma la forma in cui è espresso.

      Non mi pare che l’argomento, per come è impostata tutta la risposta, sia particolarmente stringente, anzi…

      Ti propongo, senza particolare polemica, un ragionamento forse un po’superficiale, ma che spero riesca a rendere l’idea delle implicazioni generali di quella che è la logica sottesa alla tua risposta.

      La logica di fondo mi pare riassumibile così: “te la se voluta ora ne paghi le conseguenze”. Niente da eccepire, sono d’accordo con te in riferimento alle implicazioni della responsabilità personale in generale.

      Però ora, nel voler discutere seriamente l’ipotesi di “obbligare” ogni donna a partorire, (magari battendosi per una “non fornitura” della necessaria assistenza sanitaria all’aborto) l’ argomento del “te la se voluta ora ne paghi le conseguenze” mi pare si mostri particolarmente debole e controproducente: certamente lo è da un punto di vista logico.

      Proprio restando alla logica del “te la se voluta ora ne paghi le conseguenze” a ogni antiabortista, sia esso religioso o laico, non dovrebbe essere permesso, per esempio, di potere tirarsi indietro dal riconoscimento o, come minimo, dall’assunzione della patria potestà qualora si trovasse qualcuno di questi neonati davanti il portone di casa. (D’altra parte mi pare che in questo caso il bambino andrebbe proprio tra le braccia di chi lo ha desiderato davvero, o almeno, di più, ma, soprattutto, a colui che “attivamente” ha inciso sulla scelta di portare a termine la gravidanza, come dire, sit venia verbis, a colui che in fondo s’è l’è voluta di più…).

      Limitare i danni nello sperare poi che possa essere l'”obbligo” nel portare a termine la gravidanza a far scattare, ipso facto, la successiva assunzione di responsabilità da parte della madre nel riconoscimento del bambino, facendo magari leva sul senso di colpa in caso di abbandono o sul senso materno, non è particolarmente vincente: magari molte donne, giocoforza o meno, lo faranno altre molto probabilmente no.

      Mi pare, d’altra parte, che la posizione antiabortista sia senza se e senza ma (correggimi se sbaglio).

      Prendiamo l’esempio ora di una gravidanza frutto di violenza sessuale. (Del resto, non mi pare che a una donna violentata possa essere data della “negligente”, e già solo questa fattispecie espone il tuo argomento a un vulnus non da poco, ma ammettiamo che non sia così). Il senso di rigetto della madre per quel figlio sarebbe comprensibile anche a un antiabortista, credo; difficilmente si potrebbe far leva, in questo caso, sul senso di colpa nel caso in cui la madre non volesse riconoscere il figlio.

      Che facciamo, in questo caso? Magari, ammettiamo un’eccezione? Certo che no, se si ammettessero eccezioni all’aborto (come magari nel caso di gravidanze da stupro) cadrebbe, in definitiva, tutta la tesi forte dell’argomento antiabortista della “difesa della vita umana senza se e senza ma”, e quindi non ne ammettiamo.

      [D’altra parte non si risponda che “deve pensarci lo stato” (perché qui si tratta in primis di discutere del senso delle implicazioni delle proprie azioni, derivate da una scelta personale dettata da una certa sensibilità morale, ed sarebbe da vigliacchi demandarne poi le conseguenze e i costi a terzi), oppure “speriamo” negli asili nido in ogni strada o negli assegni familiari ecc, perché altrimenti dall’altra parte si alzano le barricate di chi considera risibile la “speranza” come qualsiasi altro argomento semplicemente in odore di dogmatismo religioso, e non mi sembra affatto il tuo caso. ]

      Converrai che se i fautori delle tesi antiabortiste dovessero attenersi con coerenza alla logica stringente cui si appoggiava il tuo argomento, non potrebbero non rispondere che così: certo, in questo caso, dato che ho “obbligato” una donna a partorire un figlio che non voleva mi assumo io le responsabilità di quello che ho fatto e, come minimo, accetto di prendere in carico il bambino.

      La logica del “te la sei cercata ora ne paghi le conseguenze”, che condivido in pieno, non può essere fatta valere solo per scelte personali come lo strafarsi di droga o vino (tra l’altro mi viene da pensare che nessuna donna affronti la scelta di abortire a cuor leggero), ma, a maggior ragione, per responsabilità inerenti tutte le azioni che implicano conseguenze nei confronti degli altri, e la coazione alla gravidanza mi sembra, in questo senso, una fattispecie particolarmente calzante.

    • Sara permalink
      25 maggio 2010 08:10

      Peppe

      da donna ti rispondo solo questo: é facile fare l’antiabortista col corpo e la vita degl’altri. Tu, in quanto uomo, non incorrerai mai in questo problema fisicamente. Ne ti troverai a scegliere se tenere un figlio in grembo o un posto di lavoro, che mai come in questo periodo, la situazione è alquanto pesante sopratutto per le donne. Blaterate blaterate voi antiabortisti, ma delle donne e della loro situazione ve ne fregate altamente, basta salvaguardare il feto…ti ricordo che la donna non rimane incinta da sola, c’è bisogno anche di un uomo per questo. Ma chissà perchè a responsabilizzarsi deve pensarci la donna, deve farsi carico lei di tutto (colpe comprese).
      Sei solo un ipocrita.

    • 25 maggio 2010 16:36

      Peppe,
      mi pare che il suggerimento del tuo amico (le donne possono abortire ma non ricorrendo a strutture sanitarie pubbliche) porti a drammatiche differenze sulla base del censo. Chi è ricca, abortirebbe in modo igienico e sicuro in costose cliniche private. Chi ricca non è, rischierebbe forse la vita e senz’altro la salute abortendo clandestinamente. Come “difesa della vita” non mi pare granchè, ed è pure un’ipotesi contro l’art. 32 della nostra Costituzione.

  2. Rocco permalink
    24 maggio 2010 19:43

    Ecco la mia opinione..
    La questione pratica non è importante. Probabilmente non la si prende neppure seriamente in esame.
    L’importante che è che la linea contro l’aborto vinca. La ragione penso sia molto semplice. Si vuole essere contro l’aborto proprio come si vuole il crocefisso nelle scuole.
    Sono simboli impressi nella cultura e nella società. Questi simboli affermano l’identità dell’ideologia cattolica nella nostra memoria.
    Ogni volta che un istituzione perde un simbolo alla portata di mano di tutti, fa un passo verso il dimenticatoio. Evidentemente gli interessi politici ed economici caldeggiano l’istituzione religiosa. Non c’è da stupirsi che la vogliano rendere ben presente nella nostra coscienza.
    La questione pratica non centra, centra solo quella ideologica. Il resto è corollario.

  3. antigonexxx permalink*
    24 maggio 2010 20:30

    Isaroseisarose la questione che poni è davvero centrale per chi cerca di comprendere la struttura e i fondamenti della posizione antiabortista. Ma non è rilevante per chi antiabortista lo è. Ovvero, come puoi leggere dal commento di Peppe, la semplificazione è proprio all’origine di questa posizione. Inutile porsi domande più complesse quando il tutto si riduce all’idea che aborto=omicidio (equiparazione puramente ideologica. Basti pensare che negli USA molti antiabortisti sono anche favorevoli alla pena di morte…la contraddizione è palese). Non posso quindi che trovarmi d’accordo con Rocco: ci sono degli interessi che vanno ben al di là dell’etica, e riguardano piuttosto la politica, il potere della Chiesa, l’economia, con la necessità di controllo che questa implica per poter “fiorire”. Tutto il resto (la difesa della vita!) sono solo chiacchiere…non supportate da alcuna vera riflessione in senso pratico, teoretico, scientifico. Nulla di nulla.

  4. paola permalink
    25 maggio 2010 00:08

    Mi sembra che abbiate detto tutto, ma vorrei aggiungere: l’esigenza fondamentale della cultura maschile, cioè di tutte le culture finora apparse sulla faccia della terra che io conosca (sono antichista e probabilmente molto ignorante dell’etnologia sul campo), l’esigenza cioè di controllare il corpo delle donne, è molto più antica dell’istituzione della chiesa cattolica italiana. Una considerazione: oggi sappiamo molte più cose sullo sviluppo della vita individuale in embrione di quante non ne potessero sapere o immaginare gli antichi, eppure, la nostra data di nascita corrisponde ancora al momento in cui siamo uscit* dall’utero materno, e non al momento in ci siamo stat* concepit* o ad uno dei momenti della nostra vita intrauterina. Vorrà dire qualcosa? Un’altra considerazione: il diritto romano si occupava, nonostante ciò, della tutela dei diritti del nascituro, cioè, noi diremmo, anche dell’embrione, o del feto a qualsiasi stadio, o meglio, se ne occupava in caso di morte del padre, garantentendo ad esso lo stato di erede. Ma, teniamo presente, che con queste disposizioni si intendeva tutelare non una potenziale vita umana, quella del feto, bensì il diritto del padre, anche se defunto, ad avere un erede. Dunque, mi sembra che gli unici soggetti che possano aver mai vissuto in modo empatico, e non legalistico, il problema siano state sempre e solo le donne, e che pertanto, cadute le coartazioni delle società patriarcali (o no?) non mi sembra illogico che a loro, alle donne, spetti di decidere se il figlio che hanno dentro di sé lo vogliono o no.
    Grazie dell’ospitalità.

  5. 25 maggio 2010 11:19

    In effetti, come dice Paola, l’aborto era illegale anche quando era legale ammazzare o tenere schiavi… E’ evidente che non è la “vita umana” (qualunque cosa sia) che ha un qualche minimo valore in questo campo.
    E’ che dall’Illuminismo in poi, quando l’essere umano è stato messo al “centro” e gli sono via via stati riconosciuti i vari diritti, per l’uomo non è stato più possibile ridurre la donna a “cosa” se non soggiogandola tramite la schiavitù della gravidanza: in questo modo, si cerca di dare all’embrione lo status padronale un tempo detenuto dal padre, marito, stato ecc…

    In un passo del saggio di Todorov “La scoperta dell’America – Il problema dell’altro”, l’autore porta l’esempio degli schiavisti spagnoli che, prima di frustare una donna incinta, facevano scavare una buca sul terreno in modo che lei potesse sdraiarsi a pancia in giù con la pancia nella buca e che il feto non venisse così danneggiato dalla violenza: il tutto serviva a proteggere il futuro schiavo (cioè la forza lavoro) che avrebbe dovuto nascere e essere sano per il lavoro.
    Come si vede, essere “per la vita” non è in sé positivo. Anzi.

    Sull’aborto, ho scritto questo testo: http://www.elhacedor.com/index.php?option=com_content&view=article&id=138:ru486&catid=36:societa&Itemid=79

    ciao

  6. 25 maggio 2010 15:32

    Ciao, io sono una femminista, da sempre credo, da quando ho cominciato a pensare. Una femminista del 21° secolo, per quanto concerne quindi le problematiche vecchie/nuove che questo secolo tiene per noi donne.
    L’argomento aborto io non l’ho mai ritenuto complicato, nonostante invece in televisione sia tutt’altro che semplice. E perchè? Per la chiesa che incombe indisturbata sulla nostra società?Per campagna elettorale?Per soldi che entrano nelle case farmaceutiche? L’unica cosa è che io ritengo l’aborto un diritto a cui la donna deve rapportarsi nel modo più semplice possibile. Si pensa come giustificazione etica all’aborto alla donna che vuole abortire per un errore di gioventù o perchè è stata stuprata da un porco schifoso, ma io ritengo che eticamente può abortire anche una donna che rimane incinta e non lo vuole punto e basta. Quali giustificazioni???Perhcè così tanta pressione psicologico-sociale???? Noi donne non dobbiamo dare alcuna giustificazione a ciò che riguarda la nostra vita e il nostro corpo. Io donna non voglio mettere alla luce la creatura che porto in grembo e abortisco, basta. Non ho bisogno di consulenza psicologica nè di vergognarmi davanti alla mia famiglia nè con gli altri.

  7. 25 maggio 2010 15:50

    Un articolo interessante si trova qui: http://www.cronachelaiche.it/2010/04/donne-aborto-e-%C2%ABmisoginia-di-stato%C2%BB-intervista-a-carlo-flamigni/
    dal titolo DONNE, ABORTO E “MISOGINIA DI STATO”

    Riporto una parte, si tratta di un’intervista a Carlo Flamigni:

    “Ma quando inizia, effettivamente, la vita umana?

    Quando il feto si iscrive al sindacato! La vita personale, lei dice? La vita personale comincia quando lo dice la madre. E’ un personalismo che deriva dal vecchio mondo femminista: bisogna che l’embrione si sia annidato nel grembo materno, ma anche che la donna l’abbia riconosciuto come proprio figlio. Quindi questo esclude le nascite per violenza e per caso… E’ necessario che ci sia il contatto con il grembo della madre, che è quello che lo mette in connessione con il mondo, con la società, ma è anche necessario che la madre voglia fare questo gesto, cioè che lo riconosca come figlio.”

  8. Claudio permalink
    24 agosto 2010 10:35

    E’ molto semplice la risposta: il bambino sta nella pancia della madre? Ed allora è di sua esclusiva proprietà, il padre stia zitto e, se serve, tiri fuori i soldi (“si prenda le sue responsabilità”)

    • 24 agosto 2010 15:35

      Come dice Morena in un altro commento, parlare di “proprietà” del figlio è inutile e, soprattutto, fuorviante. Infatti in nessun ordinamento giuridico si parla di “proprietà” del feto da parte della donna. I corpi sono di chi sono: il mio corpo è mio, il tuo corpo è tuo, il suo corpo è suo, e via così. Parrà banale, ma è fondamentale.
      Per quanto concerne la gravidanza, il corpo è quello della donna (il suo). Con questo fatto bisogna fare i conti, comunque la si pensi. E bisogna farci i conti soprattutto se non si vuole riconoscere alla donna il diritto di scegliere. La gravidanza che è un momento di scelta (anche se si sceglie di volere un bambino), scelta delicatissime e nel quale per ragioni ovvie possono sorgere difficoltà anche gravi.
      Io capisco e rispetto la posizione di chi vorrebbe per il feto in via di sviluppo forti tutele. Così come capisco che i padri vogliano contare nella decisione. Ma coloro che hanno queste preoccupazioni saranno i primi a riconoscere che, a supporto della loro posizione, serve una riflessione seria su cosa si debba fare nel caso in cui la donna non volesse portare a termine la gravidanza. Perché la donna non è una scatola alla quale dire cosa fare, la donna ha un corpo che viene “abitato” dall’esperienza della gravidanza, che invece rimane completamente esterna al corpo maschile.
      Parità non vuol dire facciamo-finta-di-essere-uguali-su-tutto, ma rispetto delle reciproche differenze. E la gravidanza è, tra queste differenze, la più evidente.

      E’ molto che lo cerco, ma devo ancora trovare un antiabortista che a questo riguardo mi dia una risposta seria e argomentata.

      • Claudio permalink
        24 agosto 2010 17:42

        E’ inutile che dici “capisco che i padri vogliano contare nella decisione”, perché finché continui a dire che se il figlio deve nascere o no devono decidere solo ed unicamente le donne.
        La verità è che a voi dei padri non ve ne frega assolutamente niente.

        “Parità non vuol dire facciamo-finta-di-essere-uguali-su-tutto”, infatti parità significa parità solo se fa comodo a voi, altrimenti rimaniamo differenti

  9. enea88 permalink
    24 agosto 2010 17:54

    Da un punto di vista pratico la donna può partorire e non riconoscere il figlio. C’è una legge che garantisce questo diritto. Mi sembra una soluzione migliore dell’aspirazione del feto.

    • 25 agosto 2010 10:28

      Non riconoscere il bambino è una soluzione antichissima: è la versione moderna (e giuridicamente garantita) dell’abbandono dei neonati (i cosidetti “trovatelli”, i neonati lasciati alle ruote degli ospedali).
      Tuttavia, perché sia una soluzione praticabile, ci devono essere molte condizioni. La salute fisica della donna, la quale deve essere in grado di affrontare fisicamente i mesi della gravidanza. Anche la salute psicologica, ovviamente, è fondamentale. E il sostegno famigliare e sociale non può mancare: se la donna viene lasciata sola, portare a termine la gravidanza può essere davvero molto difficoltoso.
      A mio avviso non riconoscere il bambino è UNA soluzione, ma non può essere l’unica giuridicamente garantita.

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