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Neo-femminismo 4

25 maggio 2010

Questo blog è aperto da un anno.  Nel corso di questo tempo si è rivelata sempre più urgente la necessità di chiarire cosa significhi essere femministe oggi. Innanzitutto perché, se c’è una continuità rispetto ai movimenti del passato, nondimeno è importante sottolineare come questa continuità non rappresenti la riproposizione statica di quelle istanze critiche, ma piuttosto come essa sia il frutto di una costante adeguazione del concetto di femminismo alla realtà storica nella quale si trova inscritto.

In secondo luogo, ci siamo rese conto che l’opinione comune che ruota attorno a quelle che ieri e oggi rappresentano le idee portate avanti da questo movimento di liberazione siano il più delle volte delle idee distorte e spesso molto lontane dalla realtà. È per questi motivi che ci siamo proposte di pubblicare, con cadenza settimanale, quattro post ciascuno avente uno specifico argomento inerente a ciò che significa “femminismo”, con lo scopo non solo di chiarire la nostra posizione in merito, ma anche di dare il via ad un dibattito, che sia fruttuoso per il movimento stesso.

Neo-femminismo 4. Perché il femminismo è una questione di priorità

Come tutte le battaglie politiche, il femminismo dipende anche dalla corretta individuazione degli obiettivi da perseguire. È naturale che alcuni obiettivi siano immediatamente utili, e altri meno.

In Italia l’individuazione di questi obiettivi è particolarmente importante. Considerando la condizione femminile, il nostro paese è tra i peggiori in Europa. Visto che questa osservazione può apparire la solita tiritera anti-italiana farò due esempi:

Primo esempio. Poco tempo fa, in occasione dell’8 marzo, l’Istat ha diffuso una indagine in cui venivano analizzate le differenze di genere nel rapporto con la politica. Ne risultava che poco meno della metà delle donne italiane non parla di politica nemmeno una volta nel corso della propria esistenza, mentre il 30% non si informa mai. Maschio, bianco, benestante = informato. Donne, immigrati, analfabeti = non informati. Quando si dice le coincidenze eh. Un ragionamento maschilista vorrebbe concludere che le donne siano meno portate all’impegno politico per una specie di destino naturale (?). Io credo che sia l’equità sociale a creare l’equità in generale. Quindi niente equità sociale, niente impegno politico indipendentemente dal genere sessuale (dall’etnia, dalla classe sociale, etc.) cui si appartiene.

Secondo esempio. Per il reinserimento lavorativo femminile dopo la prima gravidanza l’Italia è ultima in Europa. Cosa vuol dire? Che se una donna italiana resta incinta ha buone probabilità di non lavorare mai più. I figli crescono e le mamme imbiancano (a casa), con una vita professionale nel migliore dei casi frammentata oppure, semplicemente, azzerata. Qualche volta essere femministe incazzate ed essere pii politici a favore della famiglia sono concetti che dovrebbero coincidere.

Vorrei che pro-life volessere dire occuparsi di equità sul lavoro, di reinserimento lavorativo e di sostegni alla natalità (la chiamano womeneconomics). È senz’altro più difficile che recitare la parte degli ideologici proclami sull’aborto, ma potrebbe essere immensamente più utile.

Se questi due esempi danno un’idea almeno vaga della condizione femminile in Italia, allora è chiaro quello che si diceva all’inizio: certe battaglie sono più importanti di altre. Alcune battaglie sono quelle primarie. Altre battaglie invece non vanno alla radice del problema e sono, quindi, secondarie.

Un esempio di battaglia secondaria, secondo me, è quella contro il sessismo nel linguaggio.

Il sessismo nel linguaggio è quella tesi secondo la quale, se sei a favore dell’equità di genere, non devi scrivere “Ciao a tutti”, bensì “Ciao a tutt*”, devi prestare attenzione a dire “sindachessa” e “assessrice”, e secondo la quale è certo un maschilismo implicito nella grammatica italiana che fa dire “fogli e buste bianchi”, perché “fogli e buste bianche” suonerebbe meglio (questo lo diceva Piero Ottone, Venerdì di Repubblica 5 febbraio 2010).

Ora, è senz’altro vero che l’uso del linguaggio influenza il nostro modo di pensare e di agire, e non vorrei essere fraintesa: sono certa che il sessismo nel linguaggio esista eccome, e che crei degli effetti nella realtà (frocio, negro, troia sono parole di guerra). Ma concentrarsi solo sull’eliminazione di queste disparità linguistiche mi fa pensare a chi pulisce tutt’attorno a un tappeto (ma non sotto) e poi si sente contento perché la cucina sembra pulita.

«Buongiorno signorina».

«Mi scusi ma mi dovrebbe chiamare signora. Lei è un sessista linguistico».

«Va bene signora. L’ho convocata per comunicarle che lei è licenziata».

«Ma come sono licenziata? E perché?»

«Signora, perché lei è incinta e non abbiamo intenzione di pagarle un congedo per maternità. Un lavoratore con un pene invece che con un utero è più economico, lo sa?»

«Come mi dispiace!»

«Lo dica alla natura signora, alla natura e all’economia! Ora la saluto e le faccio i miei auguri per la sua carriera di manager».

«Manageressa, prego».

«La prego di scusarmi, signora. Volevo dire, signora manageressa».

«La ringrazio della sua sensibilità. Come mi sbagliavo sul suo conto, lei non è un sessista linguistico!»

«Qualche volta mi chiedo se non sono forse un femminista anch’io… Addio signora manageressa!».

«Addio signor femminista!»

Chiamare “signora” o “signorina” smetterà di essere discriminatorio: ma non quando imporremmo l’ennesimo (e innocuo) politically correct femminista, bensì quando finirà il pregiudizio verso le donne non sposate. La discriminazione linguistica tra “giudice” e “giudichessa” finirà: ma non quando daremo una multa a chi si sbaglia, bensì quando sarà stabilita per legge l’equità tra lavoro femminile e lavoro maschile. E anche facessimo riscrivere tutti i dizionari del mondo, se non lavoriamo sulla mentalità delle persone, sull’ethos, ci ritroveremmo con ad avere a che fare con le stesse dinamiche, gli stessi pregiudizi e la stessa non-politica. Il sessismo nel linguaggio verrà meno per effetto dell’equità, ma mai e poi mai potrà essere la causa dell’equità.

Voi amiche e amici che sostenete questa battaglia dite che il linguaggio «è il principale mezzo di espressione del pregiudizio e della discriminazione». Con tutto il rispetto per il vostro impegno e la vostra passione, credo che le cose non stiano così e che dovremmo cominciare, tutti quanti assieme, a mettere in fila le cose.

I principali mezzi di pregiudizio e discriminazione secondo me sono ben altri: la mancata partecipazione politica, il lavoro femminile non tutelato, l’equità sociale ancora da raggiungere, i sostegni alla gravidanza che non ci sono, la pienezza dei diritti solo sulla carta.

Prima individueremo i nostri obiettivi strategici, prima avremo la possibilità di vincere le nostre battaglie, quelle primarie come quelle secondarie. È urgente condividere, fare rete, unire le forze, avere chiari i nostri obiettivi. Specie oggi, specie in Italia.

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15 commenti leave one →
  1. 25 maggio 2010 15:58

    Capisco il tuo concetto, il linguaggio con le immagini è il peggior nemico di noi donne. Lascio però stare le immagini perchè per quanto concerne la televisione scriverei ore e ore.
    Nel nostro quotidiano quando vogliamo esprimere che una donna o un uomo è coraggiosa/o , diciamo che “ha le palle” (eppure solo gli uomini hanno le palle, e non molti godono di questo pregio, anzi…), quando ci stanchiamo di una certa situazione diciamo “che due maroni, che palle”…idem… oppure “che cazzo vuoi, non rompermi i coglioni”…tutti nomi che rimandano al sesso maschile, espressioni che nel nostro inconscio molto probabilmente devono ricondurci alla figura maschile in tutte le situazioni. “Femminuccia” per dire che non hai coraggio, e tante altre allusioni altamente stereotipate e controproducenti per la mentalità odierna a mio avviso.

    • 25 maggio 2010 16:40

      Non dubito Elena, ma nel post dico che se dovessimo fare una lista di priorità (e secondo me dobbiamo) il sessismo nel linguaggio sarebbe piuttosto in basso.

  2. Elisabetta permalink
    25 maggio 2010 18:42

    Le priorità è la partecipazione.
    Siccome questa società funziona basandosi sui soldi, tutte le attività che non ne producono sono considerate minori.
    Secondo me, più ancora che lavorare per facilitare l’ingresso e la permanenza delle donne nel mondo del lavoro – cosa certamente da fare, ovvio – bisognerebbe dare dignità al lavoro che silenziosamente svolgono.
    Il valore della vita basato sul PIL è il malinteso di fondo.
    La partecipazione delle donne alla vita politica è scarsa anche perchè molte questioni risultano estranee alla sensibilità di molte donne, che non vedono nella politica una rispondenza con la vita reale.
    Solo spostando il punto di vista sul mondo si può dare voce alle donne.

  3. Giuliana permalink
    25 maggio 2010 20:33

    non capisco il senso di “priorità” nel tuo discorso. o meglio forse lo capisco e non lo condivido ma prima di spiegare perché non lo condivido ti chiedo se ho capito bene.
    Mi pare che tu sostieni che modificare il linguaggiosia secondario, e quindi non sia importante farlo subito (INSIEME ad altri obiettivi) ma si debba fare DOPO.
    Mi pare anche che sostieni che il dopo verrà da sé. E’ questo che sostieni? te lo chiedo in tutta franchezza e ingenuità

    • 25 maggio 2010 20:55

      @Elisabetta
      Sull’inadeguatezza del PIL ho letto qualcosa anch’io ma in direzione ambientalista (si proponeva di sostituirgli un valore che facesse rientrare nel calcolo della ricchezza nazionale anche i progressi/danni ambientali). Tu hai presente qualcosa in direzione femminista? Sarebbe interessante!

      @Giuliana
      La priorità. La mia opinione (e in quanto opinione, è criticabile e perfettibile) è che il linguaggio sia secondario per natura.
      E’ secondario nel problema (si è razzisti -> quindi si chiama negro qualcuno; si è maschilisti -> quindi si usano sessismi nel linguaggio) ed è secondario anche nella soluzione. Bisogna agire sul sessismo nelle sue forme sociali materiali – e non linguistiche – per poter avere presa anche sul linguaggio. Perché il linguaggio è solo il sintomo, non la radice del problema. Sarebbe come truccare un ammalato e credere che sia guarito perché ha una bella cera. Mi pare che, altrimenti, rischiamo un enorme dispendio di energie verso un politically correct tutto sommato molto innocuo, piuttosto che concentrarci assieme sulla trasformazione delle condizioni materiali. Mettiamo che da oggi nessuno chiamasse più “negro” una persona di colore (o “frocio” un omosessuale, o “troia” una donna, e via così). Certo, un po’ di sollievo ci sarebbe. Ma, contemporaneamente, se non ci fossero la basi per una effettiva l’equità sociale di quei soggetti, avremmo truccato il conto. E gioiremmo della guarigione di chi, invece, è ammalato come prima.
      Ero (sono) un po’ preoccupata perché non voglio offendere le battaglie di nessuno, ma se ci confrontiamo mi fa davvero molto piacere e spero che sia utile per te quanto lo è per me.

    • supermambanana permalink
      25 maggio 2010 20:59

      senza voler scavalcare la redazione, cui lascio la risposta finale, per come la penso io, si, il linguaggio diventa discriminante SOLTANTO perche’ c’e’ discriminazione in altri campi. Se ci fosse parita’ vera non importerebbe sentirsi chiamati manageresse o altro, sarebbe naturale. Faccio un esempio paradossale: non e’ discriminante chiamare un avvocato avvocato e un ingegnere ingegnere, sono due professioni considerate allo stesso modo come status, non c’e’ discriminazione fra le due, non c’e’ bisogno che un avvocato dica e no, non mi puoi chiamare avvocato perche’ e’ offensivo verso un ingegnere, devi chiamare tutti e due, che so, libero professionista. Per dire. Quando arriveremo ad una parita’ di ruoli, allora non avremo piu’ la preoccupazione di sentire un nome piuttosto che un altro. Scusa il ragionamento convoluto, spero di aver dato l’idea.

  4. Giuliana permalink
    25 maggio 2010 22:22

    ringrazio chi partecipa, e ringrazio per i toni civilissimi (non sempre usati in altri blog). Premetto che voglio convincere e non sostenere che ho ragione non importa come.
    Vorrei fare una riflessione generale proprio sul linguaggio, che è fatto di suoni collegati a dei significati.
    Il livello dei significati non è piatto, univoco, semplice da analizzare ma strutturato in modo complesso e non direttamente scopribile da chi parla (come lo è anche quello dei suoni linguistici che a questi significati sono collegati).
    faccio un esempio, non è perché ci ricordiamo che oggi è il compleanno di Maria, che sappiamo cosa fa il cervello quando ci viene in mente “oggi è il compleanno di M” e come, perché ecc. lo fa.
    Poiché il linguaggio è innato alla specie umana (che ha questa forma di comunicazione molto più complessa che quella di altre specie), e poiché questa capacità innata e comune a tutti non è mai messa in discussione (come non mettiamo in discussione il fatto di camminare, vedere, avere sentimenti, ecc.) lo diamo per scontato e se non siamo specialiste non ci rendiamo conto di come funziona veramente, proprio come non siamo ancora veramente esperti di come funziona la psiche, anche se è ormai opinione comune che la psiche umana è complessa e che ci sono effetti consci, inconsci, superio, ecc.
    Faccio un esempio che c’entra con la comunicazione non verbale e quindi non con il linguaggio. Si sa che la pubblicità non esplicita è la più efficace. Ad es. si sa che se ci fanno vedere un fotogramma in mezzo ad un film di una marca di bibita, anche se nessuno si rende conto di averlo visto molti alla fine del film andranno al bar e sceglieranno quella bibita.
    Allora vi proongo di accettare almeno un dubbio: Il morfema maschile dato come non marcato quando ci si riferisce ad una donna SOLO (e questo è importante, solo) quando è in un ruolo che UNA VOLTA era solo maschile, ma che ora è GIà anche femminile (ad es. a capo di un ministero, nella direzione di un giornale, in senato o alla camera, PERCHè crea tanto problema declinarlo al femminile? Perché il maschile non si usa per i mestieri meno presigiosi, anche nuovi?
    non è la storia della lingua che non ha le parole, non sono le parole nuove a creare problemi. Infatti ci sono tante parole nuove che entrano ogni giorno senza problemi nel quotidiano direttamente al femminile (badante, massaggiatrice, escort) mentre altre con desinenze femminili “suonano male” al femminite (dirigente, direttrice, manager)?
    tu me lo sai spiegare partendo dalla tua ipotesi che il linguaggio è secondario?

    • 26 maggio 2010 00:35

      Giuliana, sono d’accordo su tutto ma non sulla priorità. Il fenomeno che dici me lo spiego come supermambanana: è sessismo materiale che si riflette nel linguaggio. Il linguaggio secondo me è un mero sintomo. Credo che se vogliamo migliorare le cose nella prassi di tutte [è il nostro scopo, vero?] dobbiamo concentrarci sul piano materiale, non su quello linguistico.

  5. paola permalink
    26 maggio 2010 01:06

    Mi ricollego all’ultimo commento: avete notato che per molti nomi che designano mestieri o ruoli non si è mai posto il problema del maschile/femminile? Pensiamo a contadino/contadina, oppure attore/attrice, oppure, più vicini a noi storicamente, maestro/maestra, impiegato/impiegata, insegnante/insegnante. Si tratta, in alcuni casi, di nomi di mestieri collocati “in basso” nella scala sociale, almeno all’origine: è il caso di contadino/contadina, oppure attore/attrice. Anche quando si passa a nomi che designano professioni o ruoli connotati “intellettualmente” e, quindi, collocati più “in alto” nella graduatoria sociale, come maestro/maestra, oppure impiegato/impiegata, la grammatica italiana continua ad essere vissuta correttamente. Ma si tratta ancora di nomi designanti ruoli comunque subordinati a qualche altro ruolo nella scala sociale e istituzionale: l’impiegato/a avrà sempre un ruolo che lo/a dirige, e il/la maestro/a avrà sempre un ruolo che ne presiede l’operato (preside). Così per i ruoli professionali che, se ricoperti da donne, si intendono non socialmente autonomi e rilevanti: quale pittrice, o quale scrittrice, si è mai mantenuta con il suo lavoro? E se ci sono state eccezioni, sono state, appunto, eccezioni: l’importante è che non siano diventate la regola. Mentre invece per altri nomi, che designano professioni o ruoli indipendenti o direttivi, oppure rappresentativi, socialmente riconosciuti come prestigiosi e remunerativi, ai quali le donne sono arrivate più tardi, scatta il panico grammaticale, e ci si dimentica che se il femminile di impiegato fa impiegata, così il femminile di magistrato farà magistrata, quello di avvocato farà avvocata, quello di deputato farà deputata; e che se il femminile di attore fa attrice, anche il femminile di senatore farà senatrice. E così il femminile di medico farà medica e quello di sindaco farà sindaca. Le reazioni paniche sono due: una di essa introduce, a segnalare la “stranezza”, rappresentata dall’inusitata presenza di una donna ad occupare ruoli finora maschili, una terminazione in -essa, che marca la mostruosità costituita da una donna che vuole agire alcunché di finora riservato ai maschi: per cui “una” presidente, che è come un’insegnante (con l’apostrofo dell’elisione di un-a), diventa una presidentessa, un’avvocata diventa un’avvocatessa, e così via.
    La seconda reazione è mimetica e, talvolta, adottata proprio dalle donne, per cui si usa il maschile laddove c’è già bell’e pronto in italiano, il femminile: è il caso delle tante donne-avvocato, donne-magistrato, oppure dell’espressione “il presidente Signora Tale dei Tali”, che spuntano dove nessuno penserebbe di dire donna-impiegato, oppure di dire: “il mio insegnante Sig. ra Tale” invece che “la mia insegnante Sig.ra etc.”. E’ vero, è anche una questione di equità sociale, ma è una questione di equità di genere: l’allarme grammaticale scatta infatti quando le donne superano una certa asticella, invadendendo i campi in cui si collocano certe funzioni “alte” nella società. “Un’insegnante”, finché è rimasta una “maestra”, non dava tanto fastidio, e la grammatica non ne risentiva: i problemi sono cominciati quando ha voluto insegnare alle scuole superiori oppure all’università. E allora, se per fare questo ha dovuto munirsi di una laurea, sarà diventata una dottor-essa, e poi, passata alla docenza, una professor-essa: la stranezza bisognava pure marcarla con la “strana” terminazione -essa. Eppure il femminile di dottore farebbe “dottrice”, e infatti in latino poetico esiste “doctrix, doctricis”, che indica colei che insegna qualcosa: ma più forte del precedente linguistico è stato il maschilismo della chiesa, che ha tentato di neutralizzare il genere femminile di Caterina da Siena e di Teresa d’Avila, facendone maschili “dottori” della Chiesa. E così, una volta “laureate”, correttamente al femminile, ci siamo ritrovate tutte “dottori”, al maschile. Diverso il caso del femminile di professore, o di assessore: in questo caso, i rispettivi femminili in italiano non potevano essere regolari, nel senso che la fonetica della lingua italiana, se non fa difficoltà per un’att-rice, impedisce di pronunciare “profess-rice”, oppure “assess-rice”. In questo caso, però, esiste l’alternativa creata dall’uso storico della lingua, che ha adottato, secoli fa, una terminazione irregolare per il femminile di questo tipo di nomi, ricalcandolo dal femminile di un altro tipo di nomi: così la moglie del “fatt-ore”, che non avrebbe potuto essere la fatt-rice (che invece era la mucca) si chiamava “fatt-ora”, allo stesso modo che la moglie del mass-aro, si chiamava massa-ara. Come si vede siamo ancora “in basso” nella scala sociale, vicini alla lavorazione della terra, dove le donne, se anche avevano qualche responsabiiltà, non potevano dare tanto fastidio. Ma questa invenzione linguistica dei nostri antenati contadini, o del notaio del paese, ci può servire oggi per fare il femminile di dottore, che in luogo dell’esotico dottrice potrà fare dottora, o il femminile di professore e di assessore, che in luogo di profess-rice o assess-rice (impossibili a pronunciarsi) potranno fare profess-ora e assess-ora. Scusatemi se sto occupando tanto spazio, ma è che vorrei dire che è sicuramente vero che è il linguaggio che segue l’evoluzione della società, ma è anche vero che questa sequenza non è automatica, come dimostra la resistenza dell’uso linguistico, che corrisponde alla resistenza della cultura, per cui ad una donna-monstrum (ma che, vuoi fare un concorso in magistratura? sei matta? Impossibile! fino al 1963, in Italia) corrisponde un “monstrum” grammaticale, cioè un errore di grammatica che segnala la caparbia indisponibiltà a riconoscere la normalità delle nuove situazioni, cioè l’indisponibilità ad accettare i cambiamenti avvenuti o in corso.
    Per concludere: ci è andata meglio con la parola “giudice”, che tutti usano, correttamente, come una parola uguale per il maschile e per il femminile; ma forse ci è andata meglio perché c’erano i precedenti: Debora, nell’ebraico libro dei Re, è “giudice” di Israele e, più vicina a noi, Eleonora d’Arborea è “giudice” di Gallura. Anche se loro erano “eccezioni”, e la loro carica non si limitava alla giurisdzione, la loro “eccezionale” esistenza ha salvato dall’ “-essa” tutte le giudici a venire di tutti i tribunali d’Italia. Alla fine, tanto per rimanere in tema di eccezioni, anche gli antichi romani si permettevano di osservare le regole grammaticali, fintanto che il fatto non incideva sull’ordine costituto, per cui, se Apollo era “Medicus”, Minerva poteva essere “Medica”: ma tanto lei era una dea, e non sovvertiva le regole della società umana; oggi, però, inviterei tutte e tutti, ad attribuire lo stesso titolo alle laureate in medicina che abbiano superato l’esame di stato.
    Grazie dell’ospitalità e spero di non aver esagerato, questa volta, e di non avervi tediato 😉

  6. supermambanana permalink
    26 maggio 2010 08:28

    vi porto un aneddoto dal paese che mi ospita 🙂 io vivo in inghilterra e qui ci sono due questioni, una e’ che non ci sono tipicamente le declinazioni al femminile, quindi un laywer (avvocato) o un farmer (contadino) o un nurse (infermiere) e’ uguale per entrambi i sessi. C’e’ pero’ il problema del possessivo (suo/sua) che come saprete non e’ legato alla cosa posseduta (il suo cane la sua casa) ma alla persona che possiede (his/her dog; his/her home). La scrittura (di documenti in particolare) non sessista e’ molto sentita e quindi vedi che ogni volta che si deve menzionare qualcosa che puo’ andare in una direzione o un altra si usano entrambi i termini, tipo, in un manuale “l’utente puo’ usare il mouse per…” diventa “the user will use his/her mouse for…”. Che certo nelle intenzioni e’ nobile ma rende il tutto alquanto illegibile a lungo andare.
    Poi c’e’ la questione delle parole che finiscono in “man”. Tipo “policeman”, “milkman”, “fireman” etc. In questi casi se si sta parlando di una persona in particolare, che e’ una donna, alcuni usano il “policewoman”. Se si parla in generale, per mantenersi neutri si dice “policeperson” ma anche qua la cosa suona artificiosa, e’ una modifica del linguaggio. E comunque non e’ usato in linguaggio comune, soltanto in documenti ufficiali o comunicati.
    Comunque soprattutto nella cosa pubblica il problema e’ molto sentito, tanto che alle volte esagerano nel lato opposto. Tipo, nei caselli dei pezzi di strada a pagamento, fino a qualche anno il cubicolo dove c’era dentro qualcuno per il pagamento era distinto da quello dove non c’era nessuno (a pagamento automatico) con la scritta “manned”. Ora manned non deriva da man, uomo, deriva dal latino, manus, insomma era quello dove c’era una “mano”, c’era una persona che poteva accettare il pagamento a mano. Nel timore di passare per sessisti di recente hanno cambiato le scritte in “staffed”. Che mi pare anche un voler dimenticare le origini della lingua, ma vabbe’ 🙂

    Questo per dire che in un paese come l’UK dove, certo lungi dall’essere perfetto, anzi (statistiche dicono che a parita’ di impiego una donna ha uno stipendio minore in media), ma dove le cose sono molto ma MOLTO piu’ avanti che in Italia (per dire: i miei figli quando vengono in italia e vedono la TV la prima cosa che chiedono e’ mamma ma perche’ quella signorina e’ in mutandine? qua proprio non esiste sta cosa, certo c’e’ qualche pubblicita’ ma di certo le “veline” o le “vallette” in generale, pure vestite, qua non esistono proprio) dicevo in UK si pongono il problema della lingua ma CON tutta un’altra serie di considerazioni, non la lingua per se. Altrimenti diventa sterile il discorso.

  7. Elisabetta permalink
    26 maggio 2010 11:50

    Forse devo spiegarmi meglio:
    Einstain diceva che non si può risolvere un problema utilizzando gli stessi schemi mentali che lo hanno generato.
    La quastione femminile nasce da una società sbagliata non solo con le donne. Lavorare solo sulla condizione femminile secondo me è l’approccio sbagliato. Bisogna avere un punto di vista globale, che guarda alla sostanza dei rapporti tra le persone in generale.
    Per quanto riguarda la domanda di isaroseisarose, la risposta è che la visione di Ivan Illich di una “società conviviale” considerava le donne come una grande risorsa per il cambiamento, una forza trasversale a tutte le classi sociali e perciò davvero potente.
    Sul tema dei volori da sostituire al PIL, mi è molto piaciuto “breve trattato sulla decrescita serena” di Serge Latouche.
    Del resto “le donne si distinguono per la loro intuizione della vita, di ciò che è veramente vitale, e questo le rende sensibili a ciò che è in pericolo nel mondo”. Questo lo dice VANDANA SHIVA che non è solo una ambientalista, ma promotrice di una nuova idea di vita, basata sul rispetto. Rispetto per l’ambiente, per l’uomo,per il diverso.
    Non è quello che vogliamo anche noi?

    • 26 maggio 2010 12:47

      Vandana Shiva l’avevo letta su la Nuova Ecologia sul tema, mi pare, degli ogm e delle sementi usate dagli agricoltori in India. Non sapevo dell’ecofemminismo ma ora mi informerò. Grazie!

  8. 24 giugno 2010 23:40

    Obiettivi, strategia, tattica. Forse una marxiana ce li potrebbe spiegare con maggior rigore di una linguista, ma una linguista ne dà il giusto significato. E senza una condivisione linguistica anche gli obiettivi si disperdono.
    Non c’è priorità, se vogliamo come donne raggiungere determinati obiettivi: è necessario l’apporto attento di competenze linguistiche che segnalino errori grossolani ed errori che causano sconfitte.
    L’analisi di Paola è grandiosa. Ci segnala situazioni su cui riflettere e ce le segnala con rigore scientifico.
    Ci dice che “…nomi, che designano professioni o ruoli indipendenti o direttivi, oppure rappresentativi, socialmente riconosciuti come prestigiosi e remunerativi, ai quali le donne sono arrivate più tardi, scatta il panico grammaticale”: non è forse un piano di lavoro su cui determinare obiettivi? Sfondare il tetto di cristallo, lo chiamano: conquistare posizioni di potere che ora non abbiamo.

    Penso che bisogna procedere insieme nell’analisi e nella definizione degli obiettivi da raggiungere, utilizzando al meglio le risorse, soprattutto quelle in riferimento a competenze specifiche.
    Un salutone e complimenti per il vostro lavoro di riflessione.

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