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La Costituzione è donna. La politica no!

31 maggio 2010

– da Donnepensanti

Donne, politica e società

Tra parità formale e discriminazione di fatto

In Italia è oramai comune la convinzione per cui le donne abbia conquistato molti diritti e libertà negli ultimi decenni, specie a partire dagli anni ‘70.

Sempre più uomini, addirittura, denunciano una “discriminazione alla rovescia”: la “sopraffazione” dell’uomo ad opera delle donne, sempre più intraprendenti e di successo, nella vita come nella società.

Se in questo vi è indubbiamente un fondo di verità, comunque, al di là delle apparenze la “questione femminile” resta ancora attuale e ben lontana dall’essere del tutto chiusa.

A denunciarlo è la stessa Costituzione, ove sollecita espressamente il legislatore ad intervenire per garantire una effettiva parità di diritti ed opportunità tra uomini e donne.

In particolare:

I. l’art. 37 co.1 recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”;

II. l’art. 51 co.1 (modificato dalla l. cost. n. 1 del 2003) sancisce: “Tutti i cittadini, dell’uno o dell’altro sesso, possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”;

III. e l’art. 117 co.7 (introdotto dalla l. cost. n. 3 del 2001) afferma: “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovo la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive” (principio introdotto anche negli statuti delle regioni speciali con la l. cost. n.2 del 2001).

Nonostante la riconosciuta parità formale tra i sessi, però, ancora la classe politica (non a caso quasi interamente maschile…) non ha ancora fatto quel salto in avanti richiesto dalla Costituzione: il passaggio dalle mere “enunciazioni di principio” a risposte concrete legate ai bisogni reali e quotidiani delle donne (e delle famiglie, di cui le stesse sono il perno).

È divenuta, così, un’esigenza improcrastinabile:

I. il miglioramento dei servizi pubblici offerti alle famiglie, necessari per riscattare più “tempo libero” in favore delle donne. Il che è conseguibile, ad esempio:

a. sostenendo il “costo” della maternità con sussidi adeguati (non interventi minimi ed “una tantum”, come gli assegni per i nuovi nati);

b. rendendo detraibili tutte le spese mediche pediatriche (sempre più elevate);

c. investendo risorse per nuovi asili nido pubblici;

d. defiscalizzando il costo dei servizi di babysitter e badanti;

e. garantendo il tempo pieno nelle scuole.

II. la predisposizione di un’effettiva tutela legislativa del lavoro femminile. Sarebbe opportuno, ad esempio:

a. fissare delle “quote rosa” nei posti di lavoro (imponendo ai datori di lavoro, almeno nei settori in cui ciò sia possibile, l’assunzione di donne almeno per il 40% del personale);

b. e sanzionare più efficacemente i licenziamenti “giustificati”, di fatto, dallo stato di gravidanza della dipendente (anche se sempre più spesso, nel caso di lavoratrici precarie, non formalmente licenziamenti bensì “mancati rinnovi” dei contratti di lavoro).

L’elettorato è donna. La politica no!

L’insufficienza di rappresentanza femminile in politica, nonostante l’elettorato italiano sia in maggioranza femminile, si traduce inevitabilmente in una carenza di democrazia.

Una classe politica quasi interamente maschile, infatti, non può essere degna rappresentante degli interessi propri dell’“elettorato rosa” (quando si tratta di disciplinare, ad esempio, materie come la maternità, i diritti delle donne lavoratrici, la fecondazione assistita, l’aborto…).

Per riportare solo alcuni dati significativi:

I. la rappresentanza delle donne nel governo, dal 1996 al 2005, è variata:

– da un minimo dell’8,6% (sotto il governo Berlusconi del 2001/2005);

– ad un massimo del 24% (sotto i governi D’Alema del 1998/2000).

II. le candidate elette alle elezioni politiche del 2001 sono state:

– 71 alla Camera (su 630 deputati);

– e 25 al Senato (su 315 senatori).

III. e nei Consigli regionali la rappresentanza delle donne, di regola, non supera il 10%!

Per affrontare questa emergenza democratica, allora, non è più sufficiente appellarsi al “buon senso” dei partiti.

Le principali cause per cui la politica parla sempre meno al femminile, difatti, dipendono proprio:

1. da una mancanza di democrazia interna ai partiti, i quali riservano generalmente alle donne solo ruoli da “gregari” (nessuna di esse può ambire a scardinare gli equilibri di potere in mano ai gruppi dirigenti!);

2. e dalla legge elettorale “porcata” vigente, che non offre alle donne (oltre che ai giovani) alcuna possibilità per emergere in politica senza la “protezione” di un influente dirigente di partito!

Per questo occorrerebbe, anzitutto:

1. introdurre l’obbligo di quote rosa nelle liste elettorali per le elezioni degli organi elettivi di tutti i livelli di governo (Stato, Regioni, Province e Comuni), ossia il principio per cui le liste elettorali debbano essere composte da un “numero pari” di uomini e donne (pena l’inammissibilità delle stesse);

2. e riformare la legge elettorale vigente (il cd. “porcellum”), abolendo le liste bloccate alle elezioni politiche così da restituire all’elettore il diritto di scelta del candidato (in caso contrario, le segreterie dei partiti avrebbero la possibilità di vanificare gli effetti dell’introduzione di “quote rosa” collocando le candidate sistematicamente nei posti in fondo alle liste, con ciò condannandole a non essere elette).

Rimarrebbe nella libera disponibilità dell’elettorato, in ultima analisi, determinare col proprio voto la quota effettiva di rappresentanza dei due generi presenti negli organi elettivi.

È vero che il “sesso” non dovrebbe essere una ragione di “preferenza” in politica (essere uomo o donna non dovrebbe rappresentare un motivo per dare maggiore o minore rilievo ad una candidatura).

È anche vero, però, che il sesso non può rappresentare una “discriminante” per le donne impegnate in politica (superabile solo nel caso in cui, alla qualità d’essere donna, si aggiunga una buona dose di “bella presenza” e di “accondiscendenza”!)

Gaspare Serra

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4 commenti leave one →
  1. 31 maggio 2010 21:16

    Come già premesso altrove non sono ferratissimo sul tema ma una mia idea, magari stupida, sulla questione delle quote rosa me la sono fatta.
    Onestamente a me la quota rosa ricorda una specie di “riserva indiana”, un’area protetta per specie in via di estinzione.
    E’ verissimo ed inconfutabile che la politica è vergognosamente maschile ma stabilire a priori che le liste debbano essere al 50% mi pare folle. Pensate la Carfagna moltiplicata per 10..
    Sì perchè il vero problema non è il “numero” di “rosa” in lista ma il modo con cui si viene eletti e il modo in cui si entra in quelle liste. Quindi l’obbiettivo primario è il “porcellum” non le quote; se non cambia il porcellum è totalmente inutile inserire percentuali rosa, blu o gialle..
    a.y.s. Bibi

  2. 1 giugno 2010 04:21

    Sul porcellum siamo d’accordo ma messo a posto quello possiamo anche pensare a un correttivo riguardo alla partecipazione femminile al potere. Ovvio che senza merito non si deve poter andare da nessuna parte ma tirare fuori la Carfagna per rappresentare le donne è come tirare fuori Bondi per rappresentare gli uomini – semplicemente (per fortuna) è sleale.

  3. 1 giugno 2010 06:35

    @ isaroseisarose

    “…tirare fuori Bondi per rappresentare gli uomini – semplicemente (per fortuna) è sleale.”

    No ..in questo caso non è sleale…Bondi è molto peggio..è la rappresentazione di quello che NON deve essere un politico indipendentemente uomo o donna.
    Tornando al problema, non penso che il correttivo si possa trovare fissando “quote”. Per come ho vissuto io l’esperienza politica (non di sinistra) ho notato che sono le donne stesse a tagliare le gambe (politicamente parlando) alle colleghe. Vengono viste come rivali scomode.
    Come dice l’autore nell’articolo, dovrebbe essere l’elettorato in ultima ratio l’ago della bilancia ed è in quella direzione che bisogna andare secondo me. Temo infatti che onde evitare modifiche al porcellum o comunque ogni tentativo di alterare equilibri , a volte faticosamente raggiunti, l’attuale classe politica in uno schieramento assolutamente bipartisan sia disponibilissima a fissare quote rosa: il male minore dal loro punto di vista.
    a.y.s. Bibi

  4. Claudio permalink
    24 agosto 2010 18:48

    Sono d’accordissimo, se gli uomini sono in maggioranza è solo perché rubano il posto alle donne, non è minimamente concepibile che un uomo possa essersi guadagnato la candidatura per avere lavorato maggiormente o può avere più talento, l’unica ragione è il furto nei confronti delle donne.

    Io proporrei anche di ABOLIRE le candidature maschili, hanno governato fino ad ora, e si tolgano dal mezzo
    Ma perché? Perché lo dico io punto e basta!

    E poi diciamocelo, il VERO uomo deve cedere il posto alla donna, solo che i veri uomini non ci sono più, dico bene?

    P.S.: non è possibile vedere delle sproporzioni infatti io farei il 50 e 50 anche:
    – Tra gli insegnanti
    – Tra chi svolge lavoro di segreteria (ma perché il peso di fare un lavoro simile lo devono avere solo le donne e gli uomini si devono divertire a fare gli operai?)
    – Tra i minatori
    – Tra gli operai edili
    – Tra gli operai che rifanno l’asfalto nelle strade (anche all’una o alle due dei mesi estivi col sole che picchia duro e col rischio di contrarre melanomi)
    – Tra chi fa interventi nelle ciminiere
    – Tra chi fa il servizio d’ordine allo stadio (perché il privilegio di prendere le botte deve essere riservato solo agli uomini?)
    – Tra chi si butta nel fuoco per spegnere gli incendi
    etc. etc. etc.

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