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Innanzitutto donne

27 agosto 2010

Quando su Google si cerca un’immagine inerente al concetto di femminilità ci troviamo di fronte ad una serie di immagini di cui il quadro qui a fianco rappresenta un piccolo assaggio. L’attribuzione dell’aggettivo “femminile” alle donne è sempre primariamente collegata ad un carattere estetico: femminili sarebbero i tacchi a spillo, femminili sono le minigonne, femminile è una bocca carnosa o un seno prosperoso. Non solo quindi la definizione di tale espressione rimanda al puro apparire, ma, a ben vedere, si rivolge principalmente all’occhio maschile. Femminile è una donna che piace all’uomo. Femminile quindi non è un carattere in sé autonomo ma è sempre relazionale. Il femminile si definisce a partire dal maschile.

Non solo. La definizione di ciò che è femminile è mutevole. Cambia con il tempo, con il modificarsi degli stili di vita, della cultura e della società stessa. In base a questi cambiamenti l’uomo ridefinisce, sia consciamente che inconsciamente, ciò che deve essere concepito come femminile. Femminilità è quindi un concetto in movimento e lo è perchè deve sempre essere adeguato allo scopo che si prefigge che rimane immutato. Se il fine è unico, il modo per raggiungerlo cambia così come l’immagine/rappresentazione che lo supporta.

All’interno del concetto di femminile sono confluite negli anni diverse determinazioni tutte volte ad un unico scopo, incardinare la donna all’interno di uno spazio delimitato e controllabile. L’immagine del femminile permette infatti non solo l’uniformità dei comportamenti ma anche la loro conseguente prevedibilità. Uniformare le donne significa maggiore possibilità di controllo, significa incardinare l’azione all’interno di un unico binario, significa togliere spazio e tempo. L’immagine della donna-angelo del focolare rispondeva quindi allo stesso scopo che assolve oggi l’immagine donna-taccoaspillo.

E tutto ciò attraverso l’idea della femminilità. È attraverso la sua costruzione che si incardina la donna all’interno di un unico modo di agire, di fare, di pensare. Non assolvere al proprio obbligo di conformazione al “femminile” significherebbe, per una donna, tradire la propria natura. Ma la definizione del femminile, più che pertenere alla natura, appartiene alla cultura, al potere e non ultima all’economia. Liberiamoci quindi del femminile, torniamo ad essere donne.

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10 commenti leave one →
  1. Claudio permalink
    27 agosto 2010 19:58

    Io ho fatto una ricerca di immagini utilizzando “maschile” e “femminile”, “mascolinità” e “femminilità” ed i risultati sono stati praticamente identici

  2. antigonexxx permalink*
    27 agosto 2010 21:44

    Notiziona! Peccato che quello fosse solo il punto di partenza per un analisi più ampia che non coinvolgeva solo le immagini ma la definizione stessa dei ruoli. Se vuoi dire che ciò che viene definito come maschile è solo un corpo palestrato etc. mi sa che abiti in un altro pianeta. Quando torni qui ne riparliamo.

    • Claudio permalink
      28 agosto 2010 06:50

      Io ho scritto quello che ho visto dalla ricerca, se la verità ti fa male non so che dirti. Capisco che bisogna cercare sempre un pretesto per dire che noi siamo schifosamente privilegiati e voi sempre vittime, ma almeno cercate un pretesto serio

  3. Claudio permalink
    28 agosto 2010 08:21

    Una proposta per un prossimo post, elencare tutto quello che ti viene in mente quanto pensi alle parole:
    – Maschile
    – Femminile
    – Uomo
    – Donna

  4. 28 agosto 2010 10:42

    Cara antigonexxx, grazie di questo post, mi trovi in empatia. L’emancipazione che vogliamo deve partire da noi stesse e in particolare dal modo con cui noi percepiamo la nostra stessa bellezza. Il dubbio che ho è il seguente: siamo sicure che per questo dobbiamo rinunciare al femminile? Se è vero che c’è un “femminile” schiacciato sul presunto desiderio maschile, c’è anche un “femminile profondo” che è libertà di essere sé stesse. La sensualità e perfino la voglia di piacere sono davvero cose di cui disfarsi? Non vorrei che a causa del fastidio con cui sopportiamo come la nostra bellezza sia spesso il pretesto per mancare di rispetto alla nostra persona, noi finissimo per rimuovere il nostro corpo. E’ una domanda sincera e spero che sia un’occasione di confronto.
    Ti saluto segnalandoti un post di Lorella Zanardo (E’ tempo di far capire al mondo chi siamo) da cui mi sono ispirata per i termini della mia domanda.

    • antigonexxx permalink*
      29 agosto 2010 14:24

      La separazione del genere secondo una struttura binaria (maschile/femminile) se, a prima vista, sembra pertenere alla natura, dall’altro lato lascia fuori dalla classificazione quegli esseri umani che non sono facilmente includibili all’interno di essa (transessuali, intersessuali). Ma essa non include nemmeno coloro che, anche se biologicamente collocabili all’interno di uno dei due termini, non si comportano o non vivono secondo i caratteri specifici del genere a cui afferiscono. Un omossessuale con atteggiamenti femminili ma un corpo maschile a che genere afferisce? Ma il discorso non è solo questo. La suddivisione binaria, non corrispondendo in pieno a quella che è la natura, si rivela spesso opera della cultura. E’ essa che definisce, al di là della mera strutturazione biologica, ciò che è femminile e ciò che è maschile. La definzione del femminile ad opera della cultura, e del potere che la sorregge, impone un’immagine del femminile che limita anzichè liberare. Per queste ragioni, proprio perchè il femminile (costruito forse volontariamente in opposizione al maschile) è frutto di una costruzione sociale che più che includere, esclude, che ho proposto l’idea che anzichè pensare ad esso si dovrebbe ritornare ad un pensiero legato all’essere donna. D’altra parte come direbbe Simone de Beuvoir, donne non si nasce (!) ma si diventa. Lo spunto di questa riflessione mi è venuto leggendo il libro di J. Butler, La disfatta del genere.

      • 29 agosto 2010 17:24

        Ho un’amica che soffre di problemi di sovrappeso. E’ grassa, e ne soffre molto. Mi ha confessato che si guarda allo specchio sempre meno: la differenza tra il suo corpo rotondo e i corpi perfetti delle modelle che vede tutti i giorni in tv, nei giornali e nelle pubblicità la mette così a disagio che preferisce non pensarci. Lo stereotipo del “femminile” non si adatta a lei e la fa sentire esclusa, irrimediabilmente lontana dalla bellezza. Eppure è una ragazza dolcissima e a mio parere molto bella: e se riuscisse a dimenticare come la società le dice che dovrebbe essere, si risparmierebbe molte sofferenze e guadagnerebbe fiducia in sé stessa.
        Concordo con quanto dici e mi pare che nel discorso della Butler ci sia un grande potenziale di liberazione: io non sono ciò che la società vuole che il mio genere sia. Io sono io.
        Ma per la mia esperienza l’emancipazione dagli stereotipi di genere è difficile perché è legata alla maturità personale di ciascuno di noi. E’ come se ognuno fosse solo con il suo genere e dovesse scontrarsi con quelle parti di sé che non rispecchiano il modello dominante. A me pare che il punto sia una mancanza di fantasia: abbiamo mille modelli del “femminile” (in realtà uno, con mille variazioni) ma pochi, pochissimi modelli per l’essere donna.

  5. antigonexxx permalink*
    29 agosto 2010 17:44

    Hai centrato il punto. Anzichè puntare sull’idea del femminile a mio avviso occorre proporre nuovi modelli di donne. Mentre il femminile, con la sua aura di “naturalità” e “generalità”, tende a imprigionare la natura stessa, l’idea di donna, non solo è più aperta alle differenze e alle molteplici singolarità, ma è anche maggiormente ancorata alla realtà politica e sociale. Il mio essere donna, e non la mia appartenenza al “genere femminile” mi permette di avere delle specifiche istanze all’interno di una società che non si dovrebbe costituire a partire dal maschile o dal femminile, ma a partire dall’essere e dalla vita concreta di individui che non si lasciano ridurre in classificazioni binarie.

  6. 30 agosto 2010 13:22

    Critica di una donna ad altre donne:

    “Cinquecento ragazze, per una cifra irrisoria, hanno fatto ore sotto al sole per comparire quale codazzo giocondo di un leader quanto meno discutibile di un paese in cui i diritti umani, e quelli delle stesse donne, giacciono in una condizione per lo meno ambigua. Sono state usate come bambole di pezza, ma con il proposito di far di loro una testa d’ariete per fare propaganda a un uomo e a una cultura che non ci rappresentano e che, senza falsi correttismi, è lontana anni luce dai nostri parametri. Ma non sono loro le mercenarie: 70 euro non è paga che possa suscitare appetiti tali da mettere a tacere una coscienza, anche vacillante. I mercenari, così come i loro profitti, sono altri: sono coloro che queste ragazze le hanno vendute, e il riferimento non è certo – o non è solo – all’agenzia, ma alle istituzioni che hanno consentito questo spettacolo aberrante.

    Ma allora che cos’è che disturba? A disturbare c’è il motivo per cui queste ragazze hanno acconsentito a essere parte di quel grottesco carrozzone. Non vi è dubbio; eccetto per poche, che forse erano antropologicamente incuriosite dall’esperienza, il motivo non può essere che uno e uno soltanto: una incredibile, vuota, cupa ignoranza declinata in tutte le sue possibili conseguenze e manifestazioni, che vanno dalla candida inconsapevolezza al più vile menefreghismo.

    Tutti i politici dell’opposizione (e alcuni della maggioranza) hanno criticato chi il governo, chi la mercificazione della donna, chi la compiacenza verso un semi dittatore, ma nessuno ha osato criticare le donne. Non è politically correct?

    Al contrario, non sarebbe politically correct non farlo: vergogna. Con la vostra dabbenaggine avete inferto un duro colpo alla nostra, e vostra, battaglia di dignità e uguaglianza.”

    Da http://www.cronachelaiche.it/2010/08/gheddafi-il-sonno-delle-donne-genera-mostri/

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