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“Solo quando hai delle opportunità, hai delle scelte”

6 ottobre 2010

Pensavo che la legalizzazione della prostituzione fosse una cosa giusta, concreta. Poi mi è capitato sotto mano questo articolo su Vanity Fair di questa settimana, che ha messo in dubbio le mie certezze sul tema. Si tratta di un’intervista ad una famosa giornalista messicana, Lydia Cacho,  che da anni si occupa di inchieste sulla prostituzione e la pedofilia e su cui ha scritto un libro che uscirà in Italia per Fandango il 7 ottobre. Si chiama “Schiave del potere” ed è un’indagine sulla tratta internazionale di donne e bambine. Diverse cose mi hanno colpito. Non solo delle notizie che non conoscevo, ma anche  lo stesso modo in cui la giornalista analizza il tema prostituzione.

La notizia: anche in Olanda dove la prostituzione è legale, la maggior parte delle prostitute sono prostitute di strada, senza documenti,  provienti dall’Africa, dall’Asia, dal Sudamerica. La legalizzazione non sembra funzionare sul fronte del miglioramento delle condizioni delle prostitute.

Due altre cose mi hanno colpito. L’una ha a che fare con le prostitute-schiave dei paesi del terzo mondo, di quei luoghi dove le donne scelgono liberamente di prostituirsi. Non hanno nessuno che le minacci se non il rischio di morire di fame. È qui che una bambina, intervistata, rispondendo alla domanda circa la legalizzazione della prostituzione, ha detto “Solo quando hai delle opportunità, hai delle scelte“. Come per dire: la legalizzazione è l’ultima ratio di una società che ha fallito sul tema della protezione e tutela della vita e delle donne. Se non dai delle opportunità, delle alternative, le donne sceglieranno sempre liberamente di prostituirsi per sopravvivere. In quel caso la legalizzazione va bene. Ovvero quando hai già rinunciato ad essere una società decente.

L’altra cosa ha a che fare con le prostitute di lusso. Quelle che apparentemente hanno scelto di farlo. La giornalista ha intervistato una ex-escort che le ha raccontato che per quanto tu lavori in ambienti diversi, rimani sempre una prostituta. I tuoi clienti ti trattano come tale. Sei umiliata e offesa. Non si tratta di un lavoro come un altro perchè coloro con i quali ti relazioni ti considerano poco più che un animale da divertimento, o un bel passatempo. Tutte le donne che liberamente hanno scelto di prostituirsi, alla domanda della giornalista, se avessero voluto cambiare il loro lavoro con il suo, hanno risposto di sì. È l’assenza di altre opportunità che, forse, costringe queste donne a rendersi  liberamente schiave. E forse le prestazioni che offrono non sono altro che uno stupro ben retribuito.

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7 commenti leave one →
  1. 6 ottobre 2010 11:01

    foto da campagna di Donne DaSud:

    ciao
    Doriana

  2. anna chiara permalink
    6 ottobre 2010 12:37

    interessante. avevo sempre pensato che la legalizzazione fosse una tutela in più per le prostitute…questo post è invece tristemente vero. e mi viene anche da chiedermi: quanto sono “liberamente” scelte anche tante altre situazioni che viviamo? per esempio : non partecipare alla vita sociale e politica perchè se no i figli chi li guarda è una scelta libera? farsi mantenere dal proprio marito è una scelta libera? rinunciare ai figli per tenersi il lavoro è una scelta libera? o non siamo tutte un pò “schiave” anche quando siamo fisicamente libere?

  3. nanni pepino permalink
    6 ottobre 2010 12:52

    del tutto piu’ che d’accotdo sui primi 2\3; dubbi sull’ultimo paragrafo!

  4. paola permalink
    6 ottobre 2010 16:01

    Più che di legalizzazione, si è spesso parlato, da vari fronti, di regolamentazione della prostituzione, dato che la prostituzione ad oggi non è illegale, e quindi non è perseguita per legge, mentre costituisce un reato il suo sfruttamento, che dovrebbe sempre essere perseguito per legge in qualsiasi forma esso si presenti. Le proposta di regolamentazione intendono di solito ridurre la prostituzione nelle “regole” di una libera professione, applicando a chi la esercita qualcosa di simile allo statuto dei liberi professionisti, sia pure riunit* in cooperative, società, o altro. Le posizioni ideologiche delle donne mi sembra si riducano a due: 1) la prima afferma che è preferibile che una donna che desideri fare commercio delle sue prestazioni sessuali pretenda di essere retribuita in valuta per ciò che offre, piuttosto che lo scambio avvenga su altri piani, che comporterebbero, invece che una condizione di libero mercato domanda/offerta, ed una posizione di autodeterminazione della donna in questione, una condizione di asservimento per la donna stessa, comunque costretta a cedere il suo corpo in cambio di altro, a addirittura a non disporne personalmente, lasciandone la gestione ad un uomo (vedi le recenti vicende escort e massaggiatrici). In realtà, già a monte di questo discorso, come è evidente, c’è l’impossibilità di scelta tra altre e diverse opportunità che tu evidenziavi, e non solo nel senso dell’assenza di altre opportunità di sopravvivenza, che si verifica nei paesi poveri e/o nelle fasce sociali misere, ma proprio nel senso delle oppurtunità che una società offre, o meno, alle donne di rendersi economicamente indipendenti rispetto ad un qualsiasi potere maschile. Il discorso della libera scelta funzionerebbe invece, ovviamente, se tutte, proprio tutte, le donne potessere realmente scegliere tra un ampia gamma di possibilità di automantenimento, che le mettesse in condizione di non dover mai scendere a patti con un qualsiasi potere maschile, in qualsiasi modo connotato. Mi sembra però che questa situazione sia teorica, almeno in Italia, ovvero che non si dia per tutte le donne. 2) L’altra posizione considera la prostituzione, comunque, un adeguamento alle istanze della cultura maschile, l’accettazione di un’istituzione creata dagli uomini a vantaggio degli uomini e, quindi, una forma di collaborazionismo con la cultura maschilista dominante. Per poter sostenere la prima posizione, sarebbe necessario ascoltare le prostitute nate e operanti nei paesi sviluppati, e nei quali è più o meno paritaria la condizione delle donne e degli uomini sotto l’aspetto socio-economico-culturale. Sarebbe interessante conoscere le singole storie personali per capire il percorso, libero oppure obbligato, che le ha portate a tale scelta. Scusate la lunghezza del post, ma il tema che hai proposto non è sintetizzabile facilmente. Per quanto mi riguarda, pur comprendendo le argomentazioni di chi sostiena la prima ipotesi, non posso fare a meno di solidarizzare emotivamente con la seconda.

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