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Al mio segnale scateniamo l’inferno/2

11 ottobre 2010

[Continua da qui]

L’attacco più diretto alla 194 si ha invece negli Art. 13 e 14, che disciplinano – con un innovativo approccio che consiste nel pensare di poter modificare una legge nazionale con un provvedimento regionale – il processo tramite il quale una donna accede all’interruzione di gravidanza. In breve: se voglio abortire, vado in consultorio (ammesso naturalmente che faccia riferimento al mio consultorio) e trovo una gentil signora che mi sottopone al «primo procedimento», che prevede una «fase di ascolto». Le spiego dunque quali sono le ragioni che mi conducono alla (dolorosa) scelta. A quel punto la gentil signora, secondo la legge, mi «propone […] il riconoscimento del valore primario della vita, della maternità e della vita del figlio concepito» e mi mette a disposizione tutti gli strumenti socio-economici previsti dalla 194 per evitare che io abortisca soltanto perché non ho i soldi per mantenere il bambino o vattelappesca (anche se non si capisce da dove questi strumenti, per cui non si sono mai trovati i fondi, dovrebbero uscire.. sempre dallo IOR?). Ah, il comma 3 dell’Art. 13 prevede che questo primo procedimento possa essere svolto in accordo da consultori pubblici e privati, associazioni di famiglie, associazioni culturali e sociali ecc. Insomma, non è esattamente come pensavo: non ci sarà soltanto la gentil signora: ci sarà anche un po’ di personale di vari consultori, un esponente del Movimento per la vita, un’associazione culturale. Tutti che tenteranno di dissuadermi. Tutti insieme. Se, nonostante il sostegno di questa folla di persone caritatevoli che tentano di dissuadermi dai miei propositi omicidi, dovessi persistere nella mia decisione, scatterà il «secondo procedimento», che sarebbe poi quello già previsto dalla 194.

Ma è l’Art. 14 che ci offre veramente l’esempio di quanto queste menti siano fanatiche. Poniamo il caso che, nonostante l’efficientissima rete di consultori istituita da Olimpia, io – stolta – abbia preferito andare dalla mia ginecologa, o dal medico di base, e che abbia sottoposto loro la mia intenzione di abortire. In quel caso il consultorio ha il «diritto» (cito, giuro) di essere informato della mia intenzione, e di contattarmi per mettere a disposizione mia e del padre il sostegno del consultorio e le «provvidenze offerte dalla legge». Ma soprattutto, quando Il Consultorio mi telefonerà a casa e mi convocherà nel suo studio, secondo il comma 2 dovrà ricordarmi il mio «dovere morale di collaborare» per superare le difficoltà che mi portano a voler abortire. Se a quel punto non avrò ancora imbracciato un kalashnikov e fatto strage di tutte le «associazioni di famiglie» che perseguono «fini pubblici», posso immaginare che la mia psiche sarà distrutta, e la mia capacità deliberativa annientata.

Questo è lo scenario che ha in mente Olimpia Tarzia, e che il Consiglio Regionale, pur contro il parere dell’Ufficio Legislativo del Consiglio Regionale – che ha rilevato l’illegittimità costituzionale della proposta di legge – sta facendo in modo di realizzare in tempi rapidi, forzando persino il proprio regolamento per la discussione della proposta di legge.

Questa proposta di legge si commenta da sé, e ne ho riportato soltanto le parti che più da vicino riguardano le scelte e la libertà delle donne, e la laicità delle istituzioni pubbliche. Si mira ad un sistema cristianamente ispirato, un sistema coercitivo ed impositivo rispetto al quale il termine «consultorio» perde ogni significato. Si vogliono far entrare le associazioni – quelle cristianamente ispirate – nella vita di tutte le persone, si vuole che la famiglia sia soltanto di un tipo e che la maternità esista e sia considerata soltanto in quel contesto. Questo è medioevo.

Ma quello che dobbiamo fare  non è, come si usa fin troppo in questo paese, sospirare scandalizzati «Ah, non ho parole» o «A che punto siamo arrivati!» e poi rimetterci a fare le nostre cose. La situazione è troppo grave. Per cui, come ha suggerito Emma Bonino, quello che serve è una mobilitazione nazionale contro questa proposta di legge, e aggiungo io, una durissima mobilitazione nazionale che si opponga nel modo più fermo ad una politica da crociata che mette in pericolo tutte le libertà e tutti i diritti conquistati dalle donne – ma in altri contesti anche dagli uomini – negli ultimi trent’anni. Non è più sufficiente indignarsi. Nessuna pietà loro, nessuna pietà noi.

 

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3 commenti leave one →
  1. 11 ottobre 2010 16:42

    Sottoscrivo in pieno l’invito ad agire e soprattutto a scendere (salire?) dal virtuale al reale. Facciamo di questo blog un punto di incontro per questo passaggio. La Bonino sta organizzando una manifestazione? Se sì, organizziamo un pullman? Chi tra lettrici e lettori avrebbe contatti a Roma? Attiviamoci.

    Per quanto riguarda l’analisi della proposta di legge, vorrei sottolineare un piccolo aspetto: c’è tanta indignazione nei Tg e tra la gente per la condanna a morte di Sakineh, ma quando la libertà delle donne viene messa in discussione da noi, con le nostre leggi, le nostre tradizioni e, soprattutto, per mezzo della nostra religione, la mobilitazione è meno generale. E l’indignazione pubblica non guadagna i primi titoli del Tg1.

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