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Car* tutt*

12 ottobre 2010

Il linguaggio esercita una certa influenza sul modo in cui noi percepiamo la realtà. Questo è innegabile. E questo non per una strana e quasi magica forma di trasferimento che rende il pensiero “realtà”, ma perchè dietro le parole stanno sempre dei significati concreti, delle aderenze all’esistenza viva che in qualche modo si sedimentano nelle parole.  Il pensiero non produce realtà in maniera immediata. È la realtà, insita e nascosta dietro un pensiero, che viene rafforzata attraverso il linguaggio. Direi quindi che il linguaggio rafforza, riproduce e diffonde degli schemi di realtà che spesso si realizzano come strutture di potere. Questo vale anche per ciò che riguarda le questioni di genere e il modo in cui la lingua sia spesso usata per perpetrare il dominio maschile. Questo muove dalla realtà in direzione del linguaggio, per poi tornare rafforzato nel viaggio inverso, quello che dal linguaggio torna alla realtà.

La consapevolezza di questo duplice movimento è ciò che ci ha portato ad affermare (qui) che vi è una naturale priorità nell’agire sulla realtà, piuttosto che sul linguaggio. È nella vita attuale e immediata che risiedono le urgenze più drammatiche della condizione femminile. È in essa che si può scorgere l’origine del sessismo nel linguaggio.

L’attenzione troppo radicale per il senso inverso, quello che dal linguaggio va alla realtà, mostra come molto spesso giuste battaglie possano essere condotte con mezzi sbagliati, fuorvianti e nocivi per la battaglia stessa. È il caso dell’asterisco, come mezzo per omettere la declinazione del genere.

L’uso di questo sistema è ormai diffuso. Lo scopo dovrebbe essere quello di mostrarsi in qualche modo imparziali, dal punto di vista del genere, rispetto agli interlocutori ai quali ci si rivolge. Il risultato sembra però essere non quello dell’imparzialità, ma piuttosto quello della censura (omissione e censura sono i significati attribuiti all’asterisco, vedi Wikipedia).

La mia domanda è: posto che il linguaggio, come abbiamo visto, rafforza o influisce sulla realtà nel quale si esprime, quale realtà verrà fuori dal linguaggio che usa l’asterisco come mezzo di omissione del genere? Una realtà censurata e omessa, e con ciò mistificata e distorta. Ammettendo pure che ci sono persone che non si collocano pienamente né nell’uno né nell’altro genere, nondimeno possiamo immaginare che l’uso dell’espressione “Care/i tutte/i” possa funzionare alla grande e soddisfare un po’ tutti. Esistono individui dalla sessualità ibrida, multiforme, complessa, difficilmente incardinabile all’interno della strutturazione binaria maschio/femmina, ma non (come sembrerebbe dall’uso dell’asterisco) individui privi di una sessualità. L’asterisco struttura una realtà che non esiste, e che, se esistesse, sarebbe alquanto grigia, una realtà fatta non da individui in carne e ossa, ma da alieni asessauti, prodotti dal laboratorio sempre attivo di menti incapaci di immaginare una realtà più complessa di quella prodotta per mezzo dello strumento alquanto semplice dell’autocensura.

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22 commenti leave one →
  1. paola permalink
    12 ottobre 2010 16:51

    Sì, dal punto di vista della correttezza linguistica opterei decisamente per “Care/i tutte/i ” ; per quanto mi riguarda il motivo per cui uso spesso l’asterisco è la maggiore rapidità, e nel segno non ci vedo una terminazione neutra, o di omissione del genere, ma una terminazione poligenere, insomma comprensiva di “e” ed “i” , al plurale, e di “a” ed “o” al singolare, ma mi rendo conto che questo contenuto è soggettivo. Propugnamo pure la sbarretta consapevole, ma riconosciamo che l’asterisco è comunque un passo avanti, almeno come manifestazione di un’esigenza, rispetto alla regola che ancora io stessa ho imparato alle elementari, per cui se in un gruppo ci sono soggetti maschili e femminili si usa il plurale maschile. Contestata già alle medie.

    • Domenico permalink
      6 ottobre 2015 10:16

      Una pignoleria inconsistente. In italiano il genere maschile svolge la funzione di neutro nel caso ci si riferisca a un gruppo misto. Sindacare su questa semplice regola grammaticale dettata dall’uso è femminismo da quattro soldi che certo non fa onore alle pur giuste e condivisibili battaglie femminili del passato. Se per voi la parità passa attraverso queste cose..

  2. 12 ottobre 2010 18:57

    Quello dell’uso del femminile nella lingua italiana è una storia ricorrente, a partire dalla pubblicazione de “Il sessismo nella lingua italiana”.
    Premesso che nulla vieta un cambiamento quando l’uso nuovo è consolidato, per ora vale il plurale al maschile anche se nel gruppo c’è un solo elemento (persona, animale o cosa) di genere maschile.
    L’uso dell’asterisco anche in altre parole, ad esempio come bambin*, non è un’omissione di genere, ma un’estensione a tutti e due, non penso alla sessualità ibrida. Di certo è inadatto – almeno per ora – nei contesti letterari e nelle comunicazioni formali.
    Mentre in italiano per le cose predomina il maschile, in francese predomina il femminile.
    Per quanto riguarda i termini “uomo e “donna” ( in francese “femme” significa sia donna sia moglie) giova andare a lingue più antiche, come l’ebraico della Genesi, dove troviamo hish (uomo) e hisha (donna), su un piano di parità semantica che l’italiano fa dimenticare.

  3. paola permalink
    12 ottobre 2010 22:40

    Sì certo, “il plurale al maschile anche se nel gruppo c’è un solo elemento (persona, animale o cosa) di genere maschile” è la regola che abbiamo imparato alle scuole elementari (per me tanti, ma tanti, anni fa) e che abbiamo già cominciato a contestare alle scuole medie (inferiori e superiori, correvano i fantastici anni ’70), non senza argomenti validi, come il seguente: perché “anche se c’è un solo elemento di genere maschile”? Ovvero: se uno dei generi deve prevalere assorbendo l’altro, almeno osserviamo la regola della maggioranza, no? Perché no? Ce lo siamo chiesto? Perché dei soggetti di genere femminile possono essere assorbiti nel maschile e non viceversa? Le risposte sono due, e di ordine diverso: la prima, più filosofica, è che il genere maschile corrisponde, di per sé, all’universale (vedi l’uomo di Leonardo, per capirci con un’immagine). La seconda, insieme filosofica e antropologica, è che per un individuo di genere femminile essere omologata al maschile costituisce una promozione, mentre per un individuo di genere maschile, essere omologato al femminile costituisce una degradazione. Ritengo comunque preferibile la sbarretta alle omologazioni di un genere all’altro. Inoltre, passando alle lingue antiche, è vero che molte di esse sono apparentemente meno “maschiocentriche” dell’italiano e di altre lingue moderne: il greco ed il latino hanno una parola per dire “essere umano generico” (rispettivamente: anthropos/ou e homo, hominis), ed entrambe altre due parole diverse tra loro per radice, per dire essere umano maschio (rispettivamente: anèr, andròs e vir, viris) ed essere umano femmina (rispettivamente: gyné, gynaikòs e mulier, mulieris). L’ebraico, comportandosi in questo caso da lingua agglutinante, usa la radice maschile “hish”, aggiungendo la terminazione per il femminile, e quindi: “hish-a”, come, per es., il turco moderno che fa : “bay” e “bayan”. Ma il mio intento non era linguistico, volevo soltanto dire: non facciamoci illusioni, il fatto che molte lingue antiche avessero tre parole per designare gli esseri umani (non determinato, maschile, femminile) non vuol dire che le donne non fossero subordinate, e asservite, nelle società che quelle lingue parlavano.
    Penso però, che effettivamente oggi sia necessario prestare attenzione alle parole che diciamo, quindi, bene “a/o” ed “e/i” quando è necessario. Non credo che ci siano cose più importanti, ci sono cose altrettanto importanti e, il linguaggio, è lo specchio dell’anima, insomma “chi parla male pensa male” (anche se non è mia).

  4. 12 ottobre 2010 23:07

    Io credo che la questione del linguaggio sia secondaria. Non riesco a vedere tutta questa centralità. Non mi interessa delle “a” e delle “e” se poi non posso avere un lavoro se ho un figlio, se gli asili nido non ci sono, se le pubblicità mi umiliano, se la televisione mi vuole muta, se la politica mi vuole fuori, se lo stipendio è più basso di un parigrado uomo, ecc. ecc. ecc.
    Tuttavia devo ammettere che ho anche sempre sottovalutato la sensibilità diffusissima che questi temi linguistici hanno tra le donne con cui mi è capitato di parlare ultimamente. E’ semplice: tante donne ci tengono davvero. Come paola qui sopra.
    Quello che voglio dire è che ammetto di non comprendere a pieno questa preoccupazione, ma la rispetto, a patto che ci capiamo sull’obiettivo: l’obiettivo della questione femminile è cambiare (almeno un pochino..) il mondo, non semplicemente il linguaggio! Non vorrei che casomai dovessimo vincere [ 😉 ] ci ritrovassimo in un mondo pieno di desinenze femminili ma senza rappresentanza, rispetto e dignità perché eravamo occupate a scegliere tra asterischi e barrette.

    • Claudio permalink
      13 ottobre 2010 14:35

      Cara Isa, ci spieghi dove hai letto che, a parità di grado, le donne sarebbero “pagate meno”? A parte che non mi risulta che su alcun CCNL ci sia scritto che le donne devono essere pagate meno, ma ti invito a leggerti questi articoli:

      Le donne italiane hanno la paga più “maschile”
      http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201003articoli/52923girata.asp

      Stipendi, è parità tra uomini e donne
      http://www.corriere.it/cronache/09_giugno_19/stipendi_parita_uomini_donne_rita_querze_ee6d2bbe-5ca0-11de-a55b-00144f02aabc.shtml

      Capisco che si deve fare la solita propaganda sugli uomini privilegiati e le donne sempre vittime, discriminate e perseguitate, ma almeno diciamo le cose come stanno senza inventarsene di nuove.

      P.S.: una domanda, se, per esempio, Francesco, che fa il cameriere guadagna più di Giovanna, che, per esempio, fa la cameriera, non potrebbe essere che, per esempio, Francesco fa più straordinari o che Francesco è più bravo di Giovanna, o che Francesco ha più scatti di anzianità? E’ così impensabile che gli uomini possano avere meriti e ragioni? Immagino di sì

  5. sauerophelia permalink
    13 ottobre 2010 23:08

    Grande Claudio, eravamo giusto preoccupate per la tua assenza: tutto bene a casa?

    I tuoi articolisti hanno qualche carenza nella lettura dei dati: guarda qui (e vedi se riesci a leggerlo tutto) http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/donne-economia/questione-genere/gender-gap-stipendio-minore.shtml?uuid=b0815ce0-2864-11df-800d-74241d6b774c

    E’ il Sole 24 Ore, non il Bollettino delle Femministe Staliniste Armate.

    Ciò detto, questa è la mia ultima risposta: a meno che tu non riesca miracolosamente a resistere alla tentazione irrefrenabile di commentare sempre fuori tema rispetto a qualunque post che si proponga di instaurare una discussione minimamente seria su un qualunque argomento, prendendo una dettaglio e facendone ogni volta un caso, peraltro completamente insussistente.

    Saluti,
    S.

    • Claudio permalink
      14 ottobre 2010 20:22

      A casa non va proprio tutto bene, ho avuto un lutto nel parentato in questi giorni, se la cosa può farti piacere.
      Io non ho cambiato discorso ho semplicemente risposto alla solita bufala delle donne che sarebbero pagate meno perché discriminate che la versione che vi fa più comodo, quindi semmai è la tua collega che è andata fuori tema, anche perché della questione linguistica non mi interessa, in quanto la ritengo una questione di bassissimo interesse, che può andar bene a chi vuole giocare a maschi contro femmine.

      Leggendo il tuo articolo (tranquilla sono abituato a leggermi tomi di documentazione in inglese, non so se tu ci riusciresti) forse ti è sfuggito questo passaggio che riporto testualmente

      “Questo dato però va intepretato tenendo presente anche la retribuzione mensile o annua di uomini e donne, come sottolinea la professoressa Paola Villa, professore di Economia a Trento e componente del Centro studi di genere. Le donne tendono infatti a lavorare meno ore (per il mercato) rispetto agli uomini, perché scelgono orari di lavoro più corti, sono maggiormente occupate part-time e sono meno disponbili al lavoro straordinario”

      Quindi secondo la tua teoria noi, anche se lavoriamo più ore, dovremmo prendere, a fine mese, lo stesso stipendio di chi lavora di meno, ah la parità, che bella cosa!

      P.S.: dimenticavo, del tuo articolo ti è sfuggito anche “I numeri resi pubblici dall’ Eurostat evidenziano che l’Italia è il paese Ue con lo scarto minore, il 4,9%, tra il salario maschile e quello femminile.”

      • isaroseisarose permalink
        14 ottobre 2010 23:39

        “Le donne tendono infatti a lavorare meno ore (per il mercato) rispetto agli uomini, perché scelgono orari di lavoro più corti, sono maggiormente occupate part-time e sono meno disponbili al lavoro straordinario”.

        Sei certo che noi donne scegliamo di “lavorare di meno”? Il punto è questo: la valorizzazione del lavoro femminile non si può limitare alla promozione del part-time, per la semplice ragione che questo implica considerare le donne come le uniche responsabili di quello che la riflessione femminista chiama “responsabilità di cura”, cioè (te la faccio breve) accudire bambini, assistere anziani, farsi carico in generale del lavoro domestico. Una vera equità deve partire da qui. Per esempio affiancando al periodo di congedo per maternità analogo periodo di congedo per paternità, spendibile solo dall’uomo e non dalla partner. Così anche voi uomini e vi fareste carico del lavoro non formale. Dovreste essere contenti: “lavorereste di meno”.

      • Claudio permalink
        15 ottobre 2010 09:16

        E meno male che sono io che cambio discorso e sposto le questioni!
        Il “lavoro di cura” è un altro discorso e semmai ne parliamo in un altro post, visto che dite SEMPRE che sposto le questioni, quì il discorso è molto più semplice: hai lavorato meno ore? E allora per quale motivo a fine mese pretendi gli stessi soldi? Perché hai accompagnato il bambino a scuola?
        Spero di essere stato sufficientemente chiaro.

  6. 14 ottobre 2010 01:00

    Solitamente nei vari blog mi sforzo di usare il tutte/i per rispetto ma spesso mi viene istintivo di usare la regola appresa a scuola per forza di abitudine e velocità espressiva senza esserne neanche accorgermene (ci sto riflettendo ora, grazie al post).
    Sull’asterisco, beh il linguaggio è anche per molti versi una convenzione, quindi se si stabilisse che l’asterisco riassume l’esteso barrato non vedo il perchè debba indicare mancanza di orientamento sessuale, anche se non mi piace molto esteticamente.
    Per quanto riguarda il maschile plurale classico capisco invece che sia un uso linguistico che deriva da una concettualizazione di tipo maschilista e che mancano termini come antrhopos o homo, e che quindi sia poco rispettoso di una donna e cerco -come detto- per quanto posso di evitarlo (sebbene pure molte donne consapevoli lo usano abitualmente nelle converazioni), anche se reputo che si continui ad usarlo anche qua per convenzionalità e velocità di comunicazione, e come dice Isarose riguarda più la forma che la sostanza.
    Ma insomma anche la forma ha il suo perchè….

    • antigonexxx permalink*
      14 ottobre 2010 10:31

      Non credo che le convenzioni siano così neutre e neutrali come tu le presenti. Anche dietro a scelte linguistiche, apparentemente dettate dalla semplicità, possono nascondersi dei significati più profondi.

  7. 14 ottobre 2010 15:57

    Sono d’accordo Antigone, il linguaggio esprime concetti e i concetti si basano su valori, come ho detto, però l’asterisco al posto dell’estensivo non mi sembra questa gran elaborazione ideologica, il plurale maschile ho già cercato di dirlo che è diverso…però è anche vero che se dovessimo liberarci di tutte le implicazioni che il linguaggio da noi ereditato porta passeremmo la vita a far quello…

  8. 14 ottobre 2010 20:39

    Antigone,
    pensavo ad una cosa; alla fine si ripropone il grande dilemma tra il concetto ed il linguaggio.
    Ovvero, si potrebbe anche pensare che abituandoci a perdere il linguaggio maschile svilupperemmo una diversa concettualizzazione della realtà (es: dicendo a tutte/i si tende a farci una rappresentazione meno maschile e più ampia).
    Ma io sono piutosto oggettivista: credo che sia il contrario: usiamo una terminologia maschile perchè abbiamo concetti maschili; infatti ci mancano parole come homo perchè noi tediamo a scambiare l’homo col vir e non a caso nei tempi con lo svilupparsi di concetti che una volta non c’erano si sono dati automaticamente nuovi vocaboli per significarli.
    Chiaro che poi i due piani, concettuale e semantico, come tutto nella persona umana si intersecano ma è per questo che quella del linguaggio a me personalmente non sembra una questione fondamentale; importante sì, fondamentale no.

    • antigonexxx permalink*
      15 ottobre 2010 10:46

      Sulla non fondamentalità della modificazione del linguaggio siamo d’accordo. Infatti l’ho scritto. Posto che la questione non è fondamentale, visto che prima ci sono altre urgenze, mi sono permessa di criticare l’uso dell’asterisco perchè, oltre a rispondere ad una questione non essenziale, è anche un metodo, a mio avviso, sbagliato di omissione di genere. Io voto a favore di tutti/e perchè qui le donne vengono rappresentate, con l’asterisco, secondo me, non viene rappresentato nulla. Non ho detto che queste siano le battaglie fondamentali, perchè non lo credo. Era solo una riflessione.

  9. 15 ottobre 2010 12:09

    Guarda Antigone, ci siamo capiti benissimo, era solo un modo per precisare bene la mia posizione.
    E anche a me l’asterisco non piace affatto e capisco le tue ragioni, tant’è vero che, quando scrivo chè ho più tempo per rifletterci, uso la formula -e/-i soprattutto in casa delle donne.
    Ciao!

  10. 13 ottobre 2011 09:24

    Ma cosa bevete prima di scrivere questi stuoendi commenti?

  11. 13 ottobre 2011 09:24

    (stupendi)

  12. Stefano permalink
    22 ottobre 2011 21:02

    senza tirarla per le lunghe: all’asterisco preferisco una bella nuotata nelle ortiche.

  13. 62peppe permalink
    22 gennaio 2012 03:28

    Sarà opportuno, in nome della parità di genere nella lingua italiana, dare del lui agli uomini invece che del lei, e non femminilizzare al plurale sostantivi maschili come il braccio (plur. le braccia).

    • Ilaria Durigon permalink*
      22 gennaio 2012 16:23

      ?mi sa che non hai capito…Il riferimento è a quei casi in cui facendo riferimento ad un gruppo di persone, si considerano sempre e solo al maschile. E da qui l’uso che alcuni fanno dell’asterisco. Cosa centrano braccio e braccia?mica sono persone…dai che se ti sforzi forse ci arrivi!

      • rimmmel permalink
        15 luglio 2015 12:17

        Il concetto di genere grammaticale vs genere reale ti dice qualcosa? il plurale maschile omnicomprensivo è semplicemente un genere grammaticale e lo si usa non per sottomissione all’uomo, ma per semplice rispetto alle regole grammaticali, anche perché non si tratta di regole inventate qualche decennio fa alle elementari, ma di regole grammaticali esistenti fin dall’inizio della lingua Italia, in cui il neutro latino è confluito nel maschile.

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