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Fenomenologia della donna italiana

4 dicembre 2010

[Warning: non è che qui ci sentiamo rappresentate dalla Carfagna. Ci mancherebbe. Però ci piacerebbe avere chiaro contro cosa stiamo combattendo, visto che combattere contro la Carfagna, forse, è un po’ troppo facile.]

La Carfagna ha attraversato diverse metamorfosi – show girl, valletta, ministra dell’amore. È il simbolo del modello di donna considerato dal potere in Italia. Esteticamente solleticante, politicamente insignificante, lampante nei suoi difetti e cristallina nei suoi (scarsi) meriti, la Carfagna è, comunque la pensiate, una garanzia, una scorciatoia. Con la Carfagna si vince facile.

Guardando la sua carriera politico-televisiva (binomio inscindibile ai tempi di Berlusconi), emerge quanto la Carfagna sia comoda, docile, plasmabile come l’acqua che prende la forma del proprio contenitore. Prima di diventare la “ministra più bella del mondo” (secondo Bild), la Carfagna è stata una showgirl e una top model. Esordisce a vent’anni sul nazionale e sempiterno trampolino di Miss Italia: si classificherà solo sesta ma ricorda quell’esperienza come ciò che le ha tirato fuori “la voglia di vincere” e che l’ha fatta “diventare una donna”. Ecco. Celebre anche per le sue pose nude per Maxim, ha recentemente riscosso la fedeltà dei propri ammiratori aggiudicandosi il primo posto per la politica più calda del mondo. La prima manifestazione della Carfagna è quindi quella della donna decorativa e sorridente, un’arrapante valletta del piccolo schermo, con foto da attaccarsi alla parete dell’ufficio.

Rifiutando di girare un film per Tinto Brass, la Carfagna coglie l’occasione per esternare alcune generiche convinzioni circa l’importanza dei valori e della famiglia. Tanto le basta per ascendere a Berlusconi che, senza farsi mancare qualche battuta pesante, prima la incorona responsabile del Movimento per le donne in Forza Italia, poi la inserisce nelle liste per la Camera dei deputati. Infine, la nomina Ministra per le pari opportunità. La sospetta evoluzione non passa inosservata e Veronica Lario ha occasione di preparare il terreno per il divorzio scrivendo una lettera aperta a Repubblica con la quale pretende dal marito pubbliche scuse.

Nel frattempo gli esperti di immagine del Capo preparano una trasformazione su misura per adattare Mara alle mutate circostanze. Non un corso di formazione (su questo Mara è candidamente autodidatta, un corso sull’omosessualità se lo fa fare dalla Concia) bensì un cambio di look. Le gonne corte e le scollature vengono trasformate in un abbigliamento ostentatamente morigerato, la lunga chioma erotica viene trasformata in un sobrio caschetto (che, dicono, torna di moda grazie a lei). Si dice che Berlusconi la voglia fare portavoce del governo: da vecchio venditore di spazzole qual è, capisce che quel dolce visino è abbastanza telegenico per saziare quella parte di Paese alla quale piace confondere informazione e promozione. Mentre il Tg1 di Minzolini assomiglia sempre di più ad un misto tra Striscia la Notizia e Cronaca Vera, la Carfagna assume altre sembianze: una politica senza meriti che al capo deve tutto.

Intanto Berlusconi viene annaffiato con i suoi quotidiani litri di femmine. Non ha nemmeno bisogno di sottolineare che la Carfagna sia irrilevante, perché nessuno ha il dubbio del contrario. L’umiliazione sessista per donne e uomini è quotidiana e il fronte italiano per la parità di genere ha davanti a sé un tiro al bersaglio facile, facilissimo. Fin troppo facile. E così la Carfagna è simbolicamente onnipresente: è tra le righe del ciarpame senza pudore di cui si lamenta Veronica Lario, è in sottofondo per gli scandali sessuali della ex-minorenne Noemi e della escort professionista D’Addario ed, infine – si lascia trapelare – da qualche parte c’è un’intercettazione che conferma ciò nessuno sa ma tutti immaginano: «… alcune chiamate che non hanno rilevanza penale e che tuttavia sono un cocktail esplosivo per il forte contenuto erotico e i riferimenti al sesso orale, che gli italiani chiamano il “pompino”», riporta Il Clarin («… algunas llamadas que no tienen relevancia penal pero son un cóctel explosivo por su fuerte contenido erótico y las referencias al sexo oral, que los italianos llaman il pompino»).

Così la Carfagna diventa un simbolo per tutti. È un simbolo per il potere, che mostra spudoratamente quale tipo di donna in Italia può raggiungere posizioni di leadership (condizione necessaria: essere gnocca; condizione sufficiente: faccela vedé faccela toccà). In questo senso è un promemoria del potere, per ricordare a tutte e tutti, casomai ce ne dimenticassimo, qual è la gerarchia di potere tra i generi. Per le stesse identiche ragioni, Carfagna diventa un simbolo per chi è a favore della parità. In effetti, è tanto sconfortante quanto indicativo che la massima risorsa in questo stato per la promozione e la tutela delle donne sia una che fino a ieri sculettava in tv.

I provvedimenti che la Carfagna prende dal ministero sono particolarmente light et ottimamente pubblicizzati: tra l’ilarità e l’imbarazzo, istituisce nuove pene per la prostituzione (proprio mentre Berlusconi viene definito dal suo stesso avvocato-deputato “l’utilizzatore finale”) e istituisce il nuovo, e pubblicizzatissimo, reato di stalking. Niente che cambi davvero qualcosa.

Finché non arriva un fatto politico, che mostra la Carfagna nella sua incarnazione numero 3, mirabile sintesi tanto della figura numero 1, la valletta inutile, quanto della figura numero 2, la politica inetta. Uno scontro, questa volta, tutto politico, per la gestione dei rifiuti in Campania, mostra perché proprio questa donna è stata inserita nella squadra di governo. Perché quando la Carfagna si fa dura, i duri la zittiscono. Per gli strumenti, c’è l’imbarazzo della scelta. Il Giornale la delegittima trasformando la ragion politica in ragion sessuale: la Carfagna ha un flirt con Bocchino, si è fatta suggestionare, è l’uomo che detta la linea alla donna decerebrata. E facile perché già in pochi credono che di cervello, in effetti, ne abbia. Esattamente in questo spirito Alessandra Mussolini la fotografa in aula mentre parla appunto con l’esponente di Fli, come se questo significasse qualcosa.

E così si capisce perché è così utile avere una donna che sia stata velina, valletta, show girl, che si è fatta fotografare sgocciolante d’olio: il grande merito della Carfagna è la sua ricattabilità. Se mai dovesse fare i capricci, basta prendere una sua fotografia e sbatterla in prima pagina. Per farla diventare un’altra “velina ingrata” bastano (lo sanno tutti e, cosa più importante, lo sa lei) poche ore. Il tempo della prossima prima pagina del giornale del padrone.

L’impressione è che la Carfagna sia comoda per tutti. Per i velinisti come gli anti-velinisti. Per chi stabilisce ogni giorno, come dice Gramellini, le “Impari Opportunità” e per chi a favore della parità si batte.

La Carfagna permette a tutti di vincere facile: ma l’obiettivo, ricordiamocelo, è molto più in là.

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8 commenti leave one →
  1. paola permalink
    4 dicembre 2010 14:47

    Cara isaroseisarose, vorrei andare un attimo fuori tema, ma per rientrarci subito: incuriosita dal link all’articolo di Gramellini su “La Stampa”, ho cliccato e ho letto. Bravo Gramellini, scrive quasi come una donna. Poi sono passata ai commenti dei lettori, per farmi un’idea di ciò che pensano coloro che non seguono i blogs che seguo io. Uno dei lettori rimpiangeva il passato, epoca in cui le “amanti” che erano per questa loro qualifica facilitate nella carriera politica erano poche, così poche che il lettore commentatore poteva limitarsi a citare Nilde Iotti. Ora, chi vuole, oggidì, può apprendere facilmente, attraverso internet, cose che quando ero piccola si potevano apprendere leggendo la carta stampata, o ascoltando i discorsi dei testimoni diretti degli eventi passati: e cioè, nel caso, che Nilde Iotti fu la più giovane eletta all’Assemblea Costituente, quando ancora non conosceva Togliatti, che incontrò proprio in seguito alla sua elezione alla Costituente e poi al Parlamento. Una ragazza che si è presentata sulla scena politica della nascente Repubblica con quelle credenziali non aveva bisogno di nessun amante, o di essere l’amante di nessuno, per emergere. Ma il fango in cui siamo abituati a navigare tracima anche sul passato più onorevole (è questo il caso di usare l’aggettivo). Oppure, è soltanto che se una donna fa “carriera” politica ciò non può essere dovuto, comunque, ai suoi meriti, anche se l’ordine cronologico e logico e causale dei fatti documenta il contrario?

    • 4 dicembre 2010 17:49

      Non avevo letto i commenti di Gramellini e la cosa che riporti mi stupisce, ma non più di tanto. La si può vedere come forza dell’abitudine: se una donna è o è stata in politica allora non può che essere una figura della fenomenologia contemporanea.

    • 6 dicembre 2010 10:27

      Ad Agosto quella gran politica di Daniela Santanchè disse: “… in questo Paese non c’è più il modello Bindi (“non è bella, è nata così”, afferma la Santanché), non c’è più il modello Iotti, che c’è stato in questo Paese per molti anni … anche se Nilde Iotti è stata la prima amante e forse ha fatto la Presidente della Camera perché era l’amante di Togliatti … e cosa diciamo, che la Iotti era un Escort? Non credo … era semplicemente una donna innamorata del capo del Partito Comunista e poi è diventata Presidente della Camera … se oggi ci fossero quei giornalisti, quegli intellettuali così sofisticati di sinistra, cosa direbbero di Nilde Iotti, che è diventata Presidente della Camera perché era la donna del capo?” a Radio 24.
      Diciamo che con quel “e poi” la Santanchè vuole farci credere che sia possibile il paragone Carfagna-Iotti. Questo per dire che i commenti di cui parlava Paola non mi stupiscono affatto.

      • 6 dicembre 2010 11:17

        Grazie del commento, è vero: è come se, dopo le polemiche iniziali, il modello-Carfagna fosse diventato l’unico possibile per le donne che occupano posizioni di leadership, e non solo.
        Tutte noi donne (che Carfagna non siamo) paghiamo e pagheremo prezzi altissimi per questa rappresentazione di noi stesse.
        Però è proprio per questo che l’obiettivo, secondo me, non può e non deve essere attaccare la Carfagna, perché significa stare ancora dentro lo stesso modello berlusconiano. Quello che cerco di dire nel post è che più attacchiamo la Carfagna, più rafforziamo quella rappresentazione di noi stesse come l’unica possibile.
        Il punto è uscire da quel modello nel quale l’unica orrida dialettica possibile è quel “e poi” della Santanché. Si tratta di trovarsi come donne estranee a quella logica.

        • 6 dicembre 2010 15:22

          Il mio post da voi linkato, non voleva essere un attacco personale alla Carfagna (e comunque, per quanto mi renda conto di esserci andata giù pesante, ribadisco che “Non c’è nulla in lei che io, come cittadina, lavoratrice, studentessa e donna possa apprezzare”), ma un attacco a tutto ciò che lei rappresenta nel panorama politico e culturale del paese.
          Per me lei o il figlio di Bossi sono la medesima cosa, questo voglio che sia chiaro.
          Vero però è che io sento la sua presenza in Parlamento come un insulto a me e a tutte quelle donne normali che studiano, lavorano e si sbattono.
          E questa offesa me la fanno tanto le donne incapaci messe lì non si sa bene perché, quanto i vari “figli di” e “amici di”, al di là del sesso.

          Parlando di lei, io voglio parlare di un modello di donna e soprattutto di un sistema politico e sociale che non mi appartiene e che condanno, che dice alle donne che per andare avanti nella vita basta “sposare un ricco”, come ci ha ricordato il Presidente del Consiglio, o spogliarsi in prima serata.

  2. 6 dicembre 2010 16:25

    cara Arguzia, ti ringrazio perché finalmente tocchiamo quello che io credo sia il nodo del problema. Allora, anch’io voglio mettere in chiaro che, come scrivi tu, “non c’è nulla in lei che io, come cittadina, lavoratrice, studentessa e donna possa apprezzare”, che non mi sento rappresentata dalla Carfagna e dal sistema politico che l’ha prodotta, eccetera eccetera. Su questo mi pare siamo più che d’accordo.

    Quello che voglio dire è che attaccando la Carfagna sbagliamo. Perché si piantano le tende nella logica berlusconiana, per la quale tutto o è con lui o è contro di lui. Perché altrimenti rimaniamo con la Santanché e i lettori di Gramellini a fare discorsi orripilanti, tipo no dai, la Iotti è un’altra cosa, che c’entra che anche lei faceva l’amante. Perché attaccando la Carfagna rimaniamo a giocare in difesa, a dire che non tutte le donne in certe posizioni sono lì perché l’hanno data alla persona giusta, e siamo già all’angolo perché parliamo di donne parlando di prestazioni sessuali, lecite o meno. Perché attaccando la Carfagna rimaniamo all’interno della fenomenologia proposta dal potere, e che al potere è tanto comoda perché ci classifica tutte o come ridicole bacchettone o come utili puttane. Attaccare la Carfagna è sbagliato perché, se lo facciamo, la loro retorica ci ha già inglobate. Facciamo il loro gioco, e per di più pagando il prezzo di attaccare da donne una donna (che peraltro secondo me ha perfettamente ragione quando dice che è stata discriminata per questioni di genere).

  3. 7 dicembre 2010 09:01

    Non lo so.
    Voglio dire, il tuo discorso non fa una piega ed è assolutamente condivisibile.
    Ma sedici lunghissimi anni di berlusconismo mi hanno fatto arrivare ad un punto tale per cui non intendo evitare l’attacco indiscriminato a tutti quelli che hanno contribuito a questo sfascio, alla faccia di sorellanza e politicamente corretto.
    Basta, veramente. “Attaccando Berlusconi facciamo il suo gioco”. Giuro, se sento ancora qualcuno pronunciare questa frase sbrocco.

    Io ho deciso che l’attacco da parte mia sarà invece continuo, in qualsiasi posto e con qualsiasi pretesto: questi ci umiliano, ci affamano, ci lasciano senza lavoro, senza casa, vogliono decidere sulle nostre vite e io non posso attaccarli? E se non posso attaccarli cosa mi rimane? Vorrei poter dire “la piazza”, ma lì ci aspettano coi manganelli…

    Mi viene in mente una manifestazione di donne di qualche anno fa.
    Era quando in un ospedale di Napoli la polizia andò a controllare un presunto aborto illegale, su chiamata anonima. Il periodo di Ferrara e della moratoria sugli aborti, un bel momento nella vita delle donne italiane, insomma.
    Nel pieno del cazzeggio da corteo, io e mia zia, trovandolo troppo silenzioso, cominciammo a inventare slogan idioti, al livello di “Ferrara ciccione, sei proprio un bel coglione”. Mi si avvicina una signora e mi dice di smetterla, perché non era carino insultarlo per la mole. La risposta di zia fu: “lui può dirmi troia e assassina e io non posso dire che è ciccione?”.
    Ecco, il principio più o meno è lo stesso.

    E comunque credo sinceramente che l’ultimo motivo per cui la Ministra dovrebbe essersi sentita discriminata sia proprio il genere.
    La discriminazione di genere la viviamo sulla pelle noi ogni giorno anche grazie a quelle come lei. Forse fa brutto dirlo, ma io credo davvero che sia così.

    E poi non so quanto il mio attacco alla Carfagna sia “facile”: insomma, mi becco gli insulti dei suoi fan e dei berlusconiani di ferro, gli ammonimenti del piddì e le redarguite delle donne: è una fatica bestiale! (si capisce che è ironico?)

    Comunque, a parte la mia rabbia, davvero penso che quello che scrivi sia la sola cosa sensata da dire, ma c’ho l’indole incazzosa.
    Posso pensare di difendere la Carfagna dagli insulti sessisti, ma per tutto il resto sono in prima fila.

    • 7 dicembre 2010 13:00

      Arguzia, ti ringrazio molto di questo confronto, e spero che sia chiaro che su un sacco di cose siamo d’accordo.

      Condivido in pieno l’indole incazzosa, condivido in pieno la convinzione che questi decenni berlusconiani abbiano distrutto il nostro paese, condivido in pieno che i modelli televisi proposti a reti unificate blocchino l’immaginario e l’educazione personale e civica di milioni di donne e di uomini, condivido in pieno che siamo noi le prime a pagarne le spese.

      Quello voglio dire è che la rabbia e lo sdegno – anche se sacrosanti – politicamente non ci portano da nessuna parte perché non costruiscono da sé una alternativa politica praticabile… che è invece è quello di cui io (personalmente ma soprattutto collettivamente) sento la mancanza.

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