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Un cambio di prospettiva

21 febbraio 2011

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Durante un mio recente viaggio ho avuto l’occasione di confermare che, fuori dall’Italia, esiste una sensibilità diversa rispetto al ruolo della donna nella società e nella cultura.

La destinazione del mio viaggio era Parigi.

Passeggiando in non ricordo quale delle stazioni della metro parigina sono sommersa da mille messaggi pubblicitari. Ma uno in particolare riesce a catturare la mia attenzione. Titola: “Le salon du mariage et du pacs”. Probabilmente è stato quello il momento in cui ho realizzato che non ero effettivamente più in Italia.

Passeggiando ancora per la città decido di entrare in un celeberrimo museo. Collezione permanente. Mostra su Arman. Poi una sorpresa: opere che affermano più o meno direttamente la loro denuncia sociale (e non solo) ma comunque tutte lì con le loro firme. La mostra è intitolata “Elles”: raccoglie opere di tutti i generi. Donne che si occupano di pittura, scultura, architettura, fotografia, video arte, danza, cinema. Donne dalla provenienza geografica e generazionale più disparata, riunite.

Il Museo Pompidou espone opere di donne.

È interessante la differenza tra i vari atteggiamenti che esprimono le artiste nelle loro opere: c’è chi, come le irriverenti Guerrilla Girls o Orlan, reinterpreta in modo contemporaneo l’immaginario che ruota attorno alle attiviste femministe, ironizzando e giocando con il loro stesso ruolo. Denunciano una quasi totale assenza di opere di donne nelle gallerie e nei musei, e cristallizzano immagini di donne che pagano la loro notorietà di artiste attraverso la mercificazione di se stesse e del proprio corpo.

Chi, come Martha Rosler denuncia, banalizzandolo e ridicolizzandolo, l’immaginario della donna di casa in “Semiotics of the kitchen” (1975).

E Françoise Janicot che con la sua delicata ma incisiva fotografia esprime un vero e proprio senso di oppressione.

Camille Henrot, che semplicemente, attraverso una pura ricerca artistica e senza una diretta partecipazione alla questione femminile, ci fa capire che è tempo per le donne di maturare una loro autonoma dimensione, diversa da quella stereotipata della quale tutti i giorni siamo spettatori.

Donne architetto. Zaha Hadid e Benedetta Tagliabue (EMBT) che stanno ora ridefinendo gli orizzonti per quanto riguarda il loro campo.

Allo stesso modo, ci sono degli artisti (le cui opere sono incluse nell’esposizione) che riescono in modo altrettanto pungente a parlare di problematiche riguardanti l’immagine della donna. Ma forse la parola stereotipo sarebbe più adatta anche in questo caso: sono Michel Journiac e Juergen Klauke.

E ancora Sonia Delaunay, Frida Kahlo, Louise Bourgeois, Natalia S. Gontcharova, Hannah Höch , Judit Reigl, Suzanne Valadon, Diane Arbus, Dora Maar, Niki de Saint Phalle, Karen Knorr, Rosemarie Trocket, Atsuko Tanaka and Ana Mendieta, Agnes Martin, Vera Molnar, Valérie Jouve, Hanne Darboven, Jenny Holzer, Barbara Kruger, Natacha Lesueur, Cristina Iglesias, Eija-Liisa Ahtila, Matali Crasset, Alisa Andrasek, Tacita Dean, Louise Campbell, Isa Genzken, Nancy Wilson-Pajic, Geneviève Asse.

Donne spesso non note ai più, ma che hanno lasciato un’impronta poderosa nella storia dell’ultimo secolo e quella più recente.

Se non altro, eccezionalmente, ho assistito ad un rovesciamento della percentuale tra i sessi all’interno di un’esposizione.

La mostra si è posta nei miei confronti come una sorta di rassegna di una parallela storia dell’arte e della cultura e mi ha suggerito l’idea che il ruolo della donna nella storia, per come ci è stata trasmessa, sia stato pesantemente sottostimato.

Una storia che vede la donna sempre rappresentata e mai rappresentante. Abbiamo studiato secoli di storia dell’arte, insegnataci fin dalle scuole inferiori, in cui l’artista in questione è puntualmente di sesso maschile.

Questo pone una cruciale questione: quello del punto di vista delle donne, eliminato pressoché in toto. Un punto di vista che oggi la donna sente di dover proporre. O che, a mio avviso, dovrebbe sentire di dover proporre.

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6 commenti leave one →
  1. 21 febbraio 2011 15:16

    bellissimo, avevo appena affrontato il discorso qui 🙂 :

    http://suddegenere.wordpress.com/2011/02/20/riappropriarsi-dello-sguardo/

  2. antigonexxx permalink*
    21 febbraio 2011 16:45

    Bellissimo post!!!!il fatto che anche l’arte sia stata oggetto di una sapiente operazione maschilista a discapito delle donne, mi fa pensare che non ci sia davvero nessun ambito che si salvi dalla misoginia culturale. Ovvero se anche l’arte che dovrebbe essere un luogo di libertà autentica è un luogo di manipolazioni e mistificazioni, allora non ci resta che prendere atto che i muri da abbattere sono moltissimi e resistentissimi. Credo che il fulcro di tutto sia la negazione che la donna possa davvero eccellere e superare l’uomo nelle sue capacità, non è il fatto di saper fare o non fare, ma di saperlo fare meglio…

  3. missgvanderrohe permalink
    21 febbraio 2011 18:13

    Grazie suddegenere, ho letto il tuo post e l’ho trovato davvero interessate.
    Grazie antigonexxx, mi lusinga il fatto che ci sia un dibattito su questo tema.

    Quello che mi piacerebbe sottolineare ora è il fatto che se da un lato l’uomo ha operato (intenzionalmente o meno) una repressione anche in un campo in cui il più delle volte è data per scontata una forte libertà di espressione, la donna si è spesso sottomessa a questa arroganza maschile.
    Per questo mi piace la propositività del tuo post, suddegenere: siamo noi le prime a dover riappropriarci del nostro stesso sguardo.
    Soprattutto dovremmo però appropriarci anche dei ruoli a cui questo stato di cose non ci permette di accedere con la stessa facilità degli uomini.
    Non amo generalizzare ma io stessa, studiando architettura, ho notato come nella testa degli stessi docenti la figura della donna sia incompatibile, ad esempio, con il cantiere, territorio che è sempre stato maschile.
    Questo panorama mi rattrista molto ma al tempo stesso vorrei che la nostra generazione riscattasse tutte quelle menti femminili che i libri di storia non ha visto (o voluto vedere?).

  4. 21 febbraio 2011 19:58

    missgvanderrohe….invece nei cantieri dove lavoravo io (archeologici, nell’altra vita!) eravamo soprattutto donne (anzi era auspicabile!) ….solo che a dirigerli spesso no!!!!
    la modalità di (ri)appropriazione è duplice, credo: da una parte rivolta verso noi stesse (mettere in discussione noi stesse, lanostro posizione nel mondo, etc…), dall’altra verso lo spazio pubblico..costruirsi oggetto e soggetto di rappresentazione, il discorso è molto bello….
    a presto
    doriana

  5. paola permalink
    23 febbraio 2011 08:42

    @suddegenere: dopo aver letto il commento di missgvanderrohe stavo per scrivere qualcosa ma, leggendo il commento successivo mi sono accorta che l’autrice mi aveva preceduta. Sì, è vero, nei cantieri scientifici, diciamo così, cioè in quelli universitari o comunque non di emergenza, quello che dici era vero almeno fino a qualche tempo fa. La situazione era invece già da tempo diversa nei cantieri di emergenza, cioè nella maggior parte dei cantieri archeologici, dove, tra parentesi, si applicano gli stessi criteri metodologici di ricerca e documentazione ma con una tempistica, ahimé, spesso diversa. Lo dico per chi non ne sapesse niente. Insomma, oggi nella maggior parte dei cantieri archeologici di questo tipo la direzione è affidata ad un’archeologa, che dirige il lavoro di un gruppo più o meno numeroso di operai, spesso non specializzati. La situazione più estrema (ah ah!!!) è quella delle cd. “sorveglianze”, cioè dei cantieri consistenti nella sorveglianza delle trincee per la realizzazione di infrastrutture di vario tipo (acqua, gas, energia elettrica, fibre ottiche, sedi stradali, semafori, etc.), dove l’impegno intellettuale, purtroppo per l’archeologa, è spesso minimo, ma la fatica e l’attenzione sono uguali. In queste due grosse categorie di cantieri archeologici “di emergenza” , il panorama socio-antropologico maschile, dagli ingegneri delle ditte agli operai, potrebbe costituire oggetto di studio nelle sue interrelazioni di genere con l’archeologa responsabile per conto delle Soprintendenze. Aggiungiamo che, molto spesso, il referente per la Soprintendenza è una funzionaria archeologa o una sua collaboratrice subordinata, ed il frullato è pronto. Aneddoti e situazioni che ne scaturiscono sono spesso tra i più esileranti, tanto che due o tre anni fa, con due amiche e colleghe, avevamo progettato di scrivere un libro sul tema: il materiale non manca, purtroppo manca il tempo; per ora, ad ogni buon conto, mi sono applicata al titolo.

  6. unaltradonna permalink
    30 marzo 2011 10:53

    ciao, sul mio blog ho postato un articolo in tema tratto da Inside Art:
    http://unaltradonna.wordpress.com/2011/03/29/la-lunga-via/

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