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Il sessista di sinistra

27 marzo 2011

Pubblichiamo di seguito il bel contributo scritto da Lorenzo Gasparrini e comparso il 22 marzo sul suo blog.

Questo uomo no, #15.

Stavolta m’è uscita una specie di lettera per un tipo di maschio che proprio non sopporto. Pensavo da un bel po’ a questo tipo – un po’ di nicchia, lo ammetto – che mi da’ parecchio fastidio. L’ho incontrato spesso, e devo ammettere che ha la notevole qualità di non sembrare affatto meno stronzo né col passare degli anni miei né col passare degli anni suoi. Meno male, perché mi dispiacerebbe proprio essere più tollerante solo perché il tempo passa.

Il compagno sessista è una figura molto più comune di quanto si pensi. E’ un maschio di sinistra, fortemente schierato; si professa comunista orgogliosamente, specie se ha già superato i quaranta, oppure anarchico «da sempre». Il compagno sessita veste con una specie di divisa riconoscibile, fatta di accessori e colori che nella sua città «significano» l’appartenenza alla sinistra militante, anche con qualche punta d’anarchia, perché no. Anche se non più giovane, riconoscerete senz’altro nel suo abbigliamento qualle caratteristiche comuni, irrinunciabili, con le quali si vuole distinguere.

Se ha un lavoro fisso e stabile il compagno sessista fa spesso lunghi discorsi critici sulla situazione socioeconomica attuale, anche ben argomentati, partendo da quelle situazioni quotidiane, «di base», che vive in prima persona; che sono, immancabilmente, l’ovvia triste conseguenza di scelte politiche folli votate da una maggioranza che non lo rappresenta e decise da una classe politica che lui disprezza, indipendentemente dall’etichetta di partito.

Forse è un nostalgico di partiti che non ci sono più, e pur apprezzando qualche esponente «rimasto», ne compatisce il glorioso passato rispetto a un presente privo di prospettive e di potere. Se invece è giovane e non ha di questi ricordi, il compagno sessista disprezza apertamente qualunque dirigente di partito sopra il livello regionale, lasciando un po’ di speranza a qualche esponente locale – di cui ha diretta conoscenza in comizi, manifestazioni, campagne – che si salva perché ancora non corrotto dalla politica più alta.

Sotto o intorno i trenta, il compagno sessista è di un attivismo inarrestabile. Non si perde un convegno, un’assemblea, un’iniziativa, una manifestazione; mette in moto relazioni, amicizie, collegamenti, usando tutti i mezzi di comunicazione, soprattutto i più nuovi, per smuovere cose e persone. Organizza, comunica, spende parole forti; ha sempre la testa al «dopo» ma spara giudizi sul momento; mangia beve fuma con la stessa passione frenetica con la quale parla, convince, condanna, studia e rielabora.

Il compagno sessista è molto attento al suo linguaggio. Fiuta la reazione e il razzismo lontano un miglio e condanna senz’appello il militante destrorso, sia attivo che passivo, soprattutto nelle sue espressioni. Pesa e sa pesare bene le parole, ed è molto attento a dire cosa a chi, perché conosce molto bene la forza del linguaggio e sa quanto può colpire e servire alla causa la parola giusta al momento giusto.

Ma c’è un ma.
Eh sì, compagno sessista, c’è un «ma».

Ma quanto ti dà fastidio quando le compagne gestiscono un’iniziativa, un’occupazione, ponendo problemi che non ti sono venuti manco in mente e proponendo soluzioni che ti costringono a ripensare un po’ il tuo ruolo. Ma quanto ti rode se da certe discussioni sei escluso, o comunque ammesso con le dovute riserve, perché uomo e in quanto tale non è che proprio ne puoi capire di certi argomenti. Ma cos’è tutta st’importanza al patriarcato, al machismo, alla violenza di genere? I problemi sono altri, queste sono chiacchiere che fanno perdere di vista l’obiettivo, l’idea, la cosa importante.

Ecco, io dico questo uomo no.

Tu, compagno sessista, hai sviluppato un naturale orrore per espressioni come «sporco negro» o «terrone di merda», ma non esiti a dare della «zoccola» alla donna al volante di una macchina davanti alla tua, della «puttana» all’assistente che ti interroga, «troia» alla giornalista in tailleur che non fa le domande che hai in mente te, «mignotta» alla deputata che rilascia dichiarazioni ridicole e inopportune, «bocchinara» alla discinta protagonista televisiva di turno, «pompinara» alla collega che lavora più e meglio di te. Poi hai spazio anche per un affettuoso «troiette» per le compagne che propongono una mozione diversa, e «puttanelle» per quelle del centro sociale che chiedono spazi e ore per le loro iniziative – che gentile, una nota di riguardo la sai dare.

Beh, compagno sessita, lasciatelo dire: sei un fascista. Sì, proprio fascista. Perché se non vuoi capire – e non lo vuoi capire, perché sei in grado di capire tutto il resto tranne questo! – che cosa significa il sessismo, è perché non ti fa comodo. E’ perché uno spazio nel quale esercitare il tuo potere di maschio fascista ti piace, lo vuoi conservare, e te lo prendi, alla faccia di tutte le compagne. Che, allora, lì, in quel momento, non sono compagne: sono zoccole. Neanche donne, parola che proprio non t’interessa. Perché dietro il negro e il terrone c’è l’uomo, e allora lo capisci che se dici negro e terrone offendi anche l’uomo che tu sei; ma se dici mignotta no, non lo vuoi capire. Insomma, compagna fino a che non rompe i coglioni: poi mignotta va bene. Questo uomo no.

Caro compagno sessista, a me non mi freghi. Poi avere il Che tatuato in fronte, falce&martello cuciti sulle mutande, il Capitale nella tua libreria nell’edizione originale e saper cantare l’Internazionale in russo, ma per me sempre fascista rimani. Perché il potere del maschio ti piace, te lo tieni stretto; non m’importa di che colore te lo rivesti: sempre schifo mi fai. Questo uomo no.


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22 commenti leave one →
  1. lucrezia permalink
    27 marzo 2011 10:40

    Che spasso questo articolo!
    Complimenti all’autore.

  2. paola permalink
    27 marzo 2011 13:45

    grazie Lorenzo, condivido 😉 su FB, permetti ?

  3. Emma permalink
    27 marzo 2011 16:17

    quanto è vero… quanti ne conosco!
    sottoscrivo in pieno!

  4. 28 marzo 2011 11:34

    Io conosco pure gente che e’ “stalinista”,marxista leninista che considera il femminismo roba borghese e parla male anche dei gay (considerandolo un vizio borghese) e quindi oltre che sessisti anche omofobi.

    • lucrezia permalink
      28 marzo 2011 16:54

      @il Progressista

      Nella mia esperienza ho notato che questo tipo di persone è “stalinista, marxista, leninista” nella misura in cui si trovano ad essere dalla parte dei “poveri”, cioè non da quella di Mr B & Co. Se fossero dall’altra parte, dubito che si collocherebbero neanche lontanamente nell’area di sinistra. La loro prepotenza e arroganza li categorizza immediatamente come degni membri di certi squadroni…

  5. Marina Del Monte permalink
    28 marzo 2011 17:29

    Condivido in pieno!

  6. Viola permalink
    29 marzo 2011 09:32

    Anche se ammetto che sebbene possano esistere dei compagni di questo tipo la caricatura mi pare un po’ eccessivamente accentuata, inoltre dall’altro lato esistono anche le “femministe da battaglia”.
    Si, sono quelle che riescono a deviare qualunque discussione sulla questione di genere, quelle per cui, in qualche modo, la piaga dei morti sul lavoro in un certo senso è derivazione diretta della cultura partriacale maschilista, quella che vogliono le quote rosa al 50% e scatenano un putiferio se si arriva “solo” al 47%, quelle per cui se dei compagni usano una foto d’epoca di un’officina in un volantino, ti replicano che nella foto non ci sono donne.

  7. 30 marzo 2011 15:42

    Viola, i compagni di questo tipo esistono e quella che ho proposto non è una caricatura, è una piccola summa di esperienze personali. Non ho esagerato neanche nella lista finale dei “segni” di appartenenza; ho conosciuto persone col Che tatuato in fronte, che avevano l’edizione originale del Capitale, che sapevano l’Internazionale in russo e che avevano falce&martello sull’intimo. Non contemporaneamente, è vero – ma non ho neanche detto che esistano compagni che hanno tutte e sole queste caratteristiche.
    E ho conosciuto anche di quelle “compagne” che descrivi tu. Ma ho notato una differenza: queste ultime comandano molto meno, raramente hanno compiti direttivi o organizzativi e non insultano in maniera sessista i compagni che non condividono le loro idee.

    • viola permalink
      31 marzo 2011 14:35

      Non credo proprio, anzi sono proprio queste compagne a chiudere qualsiasi dibattito accusando gli interlocutori maschi di essere sessisti, spesso a sproposito.

      • 31 marzo 2011 15:34

        Viola, credo sia appena il caso di farti notare che dare del sessista a qualcuno non è un insulto sessista. E’ un insulto e basta. Così come a una pericolosa guidatrice che mi fa rischiare la pelle in bicicletta dico stronza, perché voglio insultarla, e non c’è bisogno di mettere in mezzo il suo sesso.
        Non difendo nessuno a priori. Però chiamo le cose col loro nome.

  8. 31 marzo 2011 10:34

    Caro Lorenzo, il tuo articolo è molto carino, e il ritratto del “compagno” sessista irresistibile. Purtroppo anche a me non pare una caricatura, ma anzi una immagine soffusa di realismo. @Viola, non so cosa tu intenda con l’espressione “femministe da battaglia”. Dipende da quello che ti sta a cuore. Il fatto di essere donne e di riconoscersi, nel presente e nella storia, prima di tutto a quelle della nostra specie è una questione politica. La politica delle donne è sempre stata rimandata ad una fase successiva, al dopo: prima occorre risolvere i problemi dei lavoratori, del precariato e tutto il resto. Dopo, una volta risolti i veri problemi e le questioni importanti, dopo e solo dopo si penserà alle donne. Mi dispiace ma trovo questa prospettiva inaccettabile. Non accetto di essere rimandata a dopo, non accetto di occuparmi prima di tutto il mondo e poi, forse, delle donne. I frutti di questo rimandare, poi, sono sotto gli occhi di tutte e di tutti: il mondo nel quale viviamo è figlio di questa politica che rimanda, che si occupa solo di emergenze, che accetta i dettami di una agenda che parte dalla tv e dai suoi proclami. La politica delle donne è tutt’altro. Ed è forse l’unica speranza di vero cambiamento per tutti: donne e uomini.

    • viola permalink
      31 marzo 2011 14:37

      Allo stesso modo voler mettere la questione femminile sopra tutto il resto è un errore enorme. Sono queste le “femministe da battaglia” di cui parlo.

      • 31 marzo 2011 15:41

        Mi pare che nessuno abbia detto di volerla mettere “sopra” altre questioni, anche perché credo sia un modo molto sbagliato di porla. Credo fermamente che la questione di genere venga prima di ogni altra questione politica, e non sopra; ed è un “prima” che non vuol dire “prima in una lista” ma “prima come condizione di ogni altro problema”. Questo perché non accorgersi che la prospettiva sessista elimina dalla politica interlocutori, protagonisti, soluzioni, linguaggi, etc. è un errore che non voglio commettere. E vorrei tentare di far notare alla società in cui vivo che eliminare tutto ciò significa stroncare “prima” di ogni altro problema la stessa possibilità di risolverlo in maniera davvero democratica. Anche per questo avvicino il sessismo al fascismo (e a molti altri -ismi): entrambi sono l’idea che non debbano esistere altre idee.

    • Paolo1984 permalink
      31 marzo 2011 18:35

      Però ammetterai che le donne, come del resto gli uomini, sono tutte diverse tra loro per opinioni, idee, passioni, aspirazioni, interessi, temperamento.
      Insomma, facendo un discorso prettamente “di classe” dubito che un’operaia abbia gli stessi interessi e viva le stesse difficoltà di Emma Marcegaglia.

  9. 31 marzo 2011 22:44

    @Paolo, certo che le donne sono diverse: lo sappiamo e lo abbiamo imparato. E neanche le operaie, dunque, sono tutte uguali. Il punto è – e condivido in pieno quanto ha scritto Lorenzo – che la questione della differenza sessuale viene prima, per me, della questione di classe. E non voglio con questo sottrarmi al tuo esempio. L’operaia di cui tu ipoteticamente parli vive la sua vita di operaia prima di tutto come donna. E come donna, prima di tutto è portatrice di una differenza e di un punto di vista altro rispetto agli operai maschi. Non mi voglio qui riferire a considerazioni se vuoi banali che investono i conflitti che l’operaia donna vive in famiglia (orari, tempo per le cure etc), ma al contrario alla ricchezza di cui è portatrice, alle risorse della mediazione femminile e alla pratica delle relazioni. Non tutte le donne hanno cuore e praticano la politica delle donne: e qui, certo in negativo, si può purtroppo trovare un punto di contatto fra Marcegaglia e l’operaia inconsapevole o sorda alla politica delle donne.

    • Paolo1984 permalink
      2 aprile 2011 11:43

      Ok Lucia. Faccio solo notare che i conflitti fra il lavoro e la cura dei figli, gli asili nido che non si trovano o costano un occhio della testa..il fatto che una lavoratrice precaria non può permettersi di restare incinta perchè rischia di perdere il posto…non sono questioni così “banali”. Sono le difficoltà concrete di tante donne lavoratrici. Sono sicuro che lo sai e non sottovaluti il problema..ma è bene ricordarlo.

  10. 31 marzo 2011 23:35

    A me pare che sostenere che la questione politica delle donne venga “prima” o “sopra” o significhi considerarla una cosa tra le altre, a cui va assegnata una priorità nell’ambito di un elenco. Anche se la priorità assegnata fosse massima, resterebbe lo stesso un punto in una lista. Ma se prendiamo sul serio la politica delle donne, può trattarsi di una proposta più forte. Quando diciamo di voler andare contro il sessismo è perché vogliamo mettere due asili qui, un part time lì, uno reato di stalking là, o si tratta di una proposta politica che include anche queste cose ma che è più radicale, più complessiva?

    • 1 aprile 2011 09:00

      Mi dispiace essermi espresso evidentemente in maniera un po’ contorta, sopra, ma intendevo dire appunto questo: l’antisessismo è qualcosa di più radicale e complessivo proprio perché penso sia la “condizione” di ogni altra proposta politica. In questo senso per me è “prima”; come le nuvole vengono “prima” della pioggia.

    • 1 aprile 2011 09:17

      Scusami, pensavo fosse chiaro in quello che ho scritto, e invece probabilmente l’ora tarda e la stanchezza di ieri mi hanno portato a esprimermi in maniera contorta. Il punto è esattamente quello che tu individui: la politica delle donne è una prospettiva che va molto al di là (e se volgiamo dirla tutta c’entra poco) con le cosiddette “azioni positivi” (asili, part time e quant’altro); è un altro modo di stare nel mondo, propone uno spostamento simbolico dirompente e potenzialmente rivoluzionario. E tutto questo attraverso le relazioni, la differenza (quell’essere almeno due che rammentava Alessandra qui sotto), la mediazione e il riconoscimento fra donne. Non sono parole vuote, ma pratiche molto concrete, operate da molte donne tutti i giorni, all’interno di un agire politico di altro segno rispetto alla politica maschile.

  11. 31 marzo 2011 23:55

    Ho trovato questo articolo di Lorenzo equilibrato e a tratti divertente; in alcuni punti poi la tipologia è talmente ben segnata che sembra quasi di rivedere vecchi e nuovi compagni conosciuti in real life; questo per dire che l’evoluzione emotiva insieme all’educazione sentimentale spesso non sono proporzionali ai fulgidi percorsi cosiddetti di sinistra. Questo per dire che il sessismo è trasversale e che si trova a destra come a sinistra. E il fenomeno è piuttosto triste e ci avverte che la strada per mettere a frutto relazioni risolte è ancora lunga.
    Non dobbiamo cadere nel solito errore di partire dalla responsabilità/colpa delle donne che qui leggo intese addirittura come “femministe da battaglia” (direi che l’espressione è una contraddizione in termini, almeno per come dovrebbe essere inteso il femminismo), il solito malinteso di credere si voglia prevaricare ed eliminare il genere maschile (magari evirando a vanvera chiunque si ponga come interlocutore – questo è un pensiero prodotto da disordine simbolico). Interroghiamoci piuttosto sulla tristezza di certe espressioni da parte di sedicenti illuminati compagni e intellettuali che ci mostrano analisi politologiche di alto livello e che proprio in virtù di queste ultime si possono concedere certi scivoloni. Interroghiamoci intorno alla mancanza di accoglienza della differenza, domandiamoci se sia ancora il caso di potersi dire “arrivati” pubblicamente e poi in privato covare l’odio per la Madre come un piccolo neo trascurabile. Trovo nelle parole di Lucia e in quelle di Lorenzo una lucida analisi e un punto di forza che è quello della proposta del “due”. Dell’ “almeno due”. Si tratta semplicemente di un ordine simbolico differente, di un ordine che esiste, di un linguaggio e di una politica che tengano conto della differenza e delle sue declinazioni. Bisogna continuare a mettere in pratica, conciliare il dire col fare per procedere verso la costruzione di relazioni autentiche.
    E qui mi fermo però, ringraziando femminileplurale per le belle proposte e Lorenzo per la condivisione del suo percorso.
    Alessandra*

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