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Sì, siamo femministe. Ecco perché.

23 maggio 2011

Questa è  la prima parte della relazione che abbiamo tenuto al convegno Corpi e ruoli di genere tra stereotipi e realtà.

Le nuove vie del femminismo

Che il femminismo abbia ancora un senso è un’idea che, negli ultimi tempi, ha trovato nuovi spunti. Non ci sono però idee chiare su cosa occorra fare, quali siano le sfide più impellenti, come dovrebbe rinnovarsi l’idea stessa di una rivendicazione di genere all’interno della società attuale.

Molti diritti sono stati acquisiti, cosa che farebbe pensare che non ci sia ancora molto per cui lottare. Ma non è così. E non lo è in un duplice senso, duplicità che rivela come i piani su cui occorre ancora lavorare siano due. Il primo coincide con la rivendicazione più strettamente giuridica, e che quindi ha a che fare con i diritti. Molto spesso si pensa che, su questo piano, le donne abbiano raggiunto la parità e che quindi non ci sia altro da rivendicare. Ma non è così: da un lato infatti un diritto acquisito una volta non è dato per sempre. Basti pensare al tema dell’aborto e a come spesso venga messo ancora oggi in discussione. Dall’altro lato molti di questi diritti aquisiti si collocano sul piano della pura formalità, formalità che è diventata tanto più evidente quanto più il mercato del lavoro si è modificato in modo da rendere nulli quei diritti legati ad esempio alla maternità e quindi alla possibilità, per una donna, di conciliare il lavoro e la possibilità di avere un figlio.

Il femminismo quindi ha ancora molto da fare sul piano strettamente giuridico. È su questo piano che si rendono ancora necessari quei metodi di lotta propri del “vecchio” femminismo, manifestazioni, rivendicazioni politiche all’interno dei partiti, spinta ad una maggiore rappresentanza. Ciò che è venuto a mancare a mio avviso, nelle manifestazioni del 13 febbraio, è proprio l’idea di ciò per cui si stava lottando. Se si vuole ottenere qualcosa occorre chiedere qualcosa. Da questo punto di vista manifestare ha ancora un senso. Nel momento in cui devo rivendicare l’acquisizione di diritti, fare precise richieste giuridiche, rivolte a coloro che ci rappresentano, la piazza ha ancora un senso. Questo senso però si gioca tutto sulla possibilità che in quelle occasioni vengano lanciati messaggi chiari con obiettivi precisi: paternità obbligatoria, costruzione di asili nido per renderli fruibili per tutti.

Ma il femminismo di oggi non può agire solo su questo piano. Si vede infatti come la discriminazione delle donne non si giochi più solo sul piano della mancata applicazione dell’uguaglianza formale e giuridica, ma anche su quello meno immediatamente evidente della rappresentazione della figura femminile. Se infatti la discriminazione agisce sul piano della diffusione di modelli dannosi, sull’utilizzo dei massmedia per assoggettare le donne all’interno di stereotipi di comportamento che ne minano la libertà, allora il piano strettamente giuridico non basta più. Si tratta qui della necessità di un’azione a livello di cultura, di immaginario e di rappresentazione. Il lavoro a questo livello appare un momento davvero imprescindibile. Se infatti una volta il problema era garantire alla donna il diritto di uscire di casa, di votare, di lavorare, di abortire o divorziare, cioè garantirne un posto sulla scena pubblica ora il problema è il modo in cui la donna sia dipinta e immaginata all’interno di questa stessa sfera. Una volta che la donna si è conquistata questo spazio, il modo migliore per limitarne la sfera di azione è stato quello di assoggettarla proprio in quanto agente sulla sfera pubblica. Di qui gli stereotipi sulla bellezza, sulla magrezza, sulla donna-oggetto. È proprio a questo livello che diventa necessario fare un lavoro culturale ed educativo, un lavoro il cui scopo sia da un lato quello di restituire alla donna un ruolo all’interno della dimensione pubblica, dall’altro quello di far sì che le donne prendano consapevolezza delle proprie capacità, della propria forza politica, di una coscienza più libera del proprio corpo e quindi di se stesse.


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5 commenti leave one →
  1. Francesca permalink
    23 maggio 2011 16:15

    Ciao. Son d’accordo sul fatto che si dovrebbe (si deve!) trovare una linea precisa da seguire per portare avanti il discorso femminista, inteso nel senso del portare avanti le contestazioni riguardanti tutto quello che ancora non va. Il mio è un discorso che prescinde dall’appartenere ad un movimento o a un partito politico (questo ci tenevo a precisarlo!). Insomma dicevo, fin qui sono totalmente d’accordo… però per quanto riguarda la manifestazione del 13 febbraio, penso che, ognuna di noi sia scesa in piazza non per un motivo soltanto. Con questo intendo dire che il “motivo” che ha dato il via alla manifestazione era solo un pretesto. Sono certa che l’indignazione di ogni donna, di ogni essere umano, si riferisse a tutto: Dall’uso del corpo della donna inteso soltanto come oggetto sessuale, ai tanti (troppi diritti) non ancora raggiunti o non raggiunti completamente. Il fatto è che in quel caso secondo me non era necessario battersi per un motivo soltanto e quindi evidenziare un particolare; ma in quell’occasione era fondamentale la presenza delle donne e degli uomini e già soltanto quello significava disapprovare ogni tipo di discriminazione nei confronti del genere femminile. Il punto centrale non era solo uno, tutti gli interventi che son stati fatti, vertevano su argomenti diversi.
    Ciao 🙂

    • antigonexxx permalink*
      24 maggio 2011 08:09

      Cara Francesca. Grazie del commento. Non volevamo dire che quelle manifestazioni fossero completamente inutili, ma concentrarci su come, a nostro avviso, avrebbero dovuto svolgersi per ottenere qualche risultato. Certo che è stato comunque un importante segnale, ma non basta fermarsi lì. Il problema di quel tipo di manifestazione è che, sostanzialmente, non hanno cambiato nulla, mancavano di concretezza e di contenuto politico, cosa che le ha rese un fenomeno estemporaneo di cui pochi, già oggi, si ricordano. Ecco, diciamo che la nostra è una critica costruttiva e non distruttiva, un tentativo di spiegare come quell’energia avrebbe potuto incanalarsi nella lotta per obiettivi politici precisi.

  2. 24 maggio 2011 08:04

    Ottimo intervento, molto chiaro e pienamanente condivisibile.
    Aggiungo che mi sembra che nel nuovo femminismo vada a confluire anche l’esigenza degli uomini – che emerge da gruppi sicuramente per ora ristretti, ma significativi, in molti paesi del mondo – del superamento degli stereotipi di genere maschile. La nascita di una riflessione e di un’azione politica al maschile per il superamento delle gabbie di genere mi sembra una grande novità che dà ulteriore forza alla lotta al sessismo. Si potrebbe parlare di un antisessismo che unisce donne e uomini consapevoli. Forse proprio l’unione delle forze di persone di ogni sesso e orientamento sessuale potrà davvero spezzare queste catene millenarie in cui è imbrigliata l’umanità.

  3. unaltradonna permalink
    26 maggio 2011 09:22

    Condivido tutto quanto detto nel post, e anche il commento di Valentina S.

  4. fishcanfly permalink
    28 maggio 2011 09:29

    Questo post lo trovo magnifico. Eloquente, chiaro e lucido. Spiegare perchè abbiamo bisogno del femminismo non è solo un’etichetta commerciale: è quanto più di giusto c’è per spiegare perchè siamo arrivati a ciò che abbiamo ora.
    La contrapposizione coscienza-corpo a mio avviso, almeno nella mia visione utopistica è falsa. Ma , di fatto, vediamo come il corpo diventi strumento: oscura il messaggio a favore del soggetto.
    Ti invio, se ti fa piacere, una riflessione del 6 febbraio sulla giornata mondiale contro le mutilazioni ai genitali femminili. Pare che non c’entri, ma in realtà, anche la strumentalizzazione è per me una mutilazione dell’intelligenza!
    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/02/06/mutilazioni/
    Grazie dell’attenzione!

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