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Tu chiamala se vuoi.. revolution

7 giugno 2011

Si può fare politica con l’indignazione?

In queste settimane è stato dato parecchio rilievo, sulla stampa, ad un movimento che si sta diffondendo soprattutto sul web e che si è dato il nome di “Italian Revolution. Democrazia reale ora”. Nato sull’onda del movimento che ha portato in piazza diverse migliaia di persone in Spagna, anche il movimento italiano si propone degli obiettivi ambiziosi, come si può dedurre dal suo nome. Rivoluzione, democrazia reale. Peccato che, se si vanno a cercare i contenuti sul web, si trovi ben poco. E quel che si trova dà la netta sensazione di una serie di esternazioni di dilettanti allo sbaraglio. Le proposte che si trovano nel manifesto sono delle più disparate, e vanno dalla completa riscrittura dei codici civile e penale alla legalizzazione della prostituzione: tutte affermate in termini generalissimi e prive di qualunque caratterizzazione (se la prima è ridicola dal punto di vista giuridico, la seconda è pregna di implicazioni molto problematiche sulle quali non si può sorvolare).

Quello che lascia più perplessi è la totale mancanza di conoscenza, di approfondimento e di approccio critico rispetto ai temi che dovrebbero costituire l’oggetto di questa azione rivoluzionaria.

Si tratta, chiaramente, di un problema che ha a che fare con le singole persone che partecipano, ad esempio, alla stesura del “Manifesto” del movimento (prima il movimento, poi i contenuti? Mah).

Ma il vero problema, in realtà, riguarda la natura di questo movimento. Come questi, ce ne sono stati altri che invocavano un “nuovo” modo di fare politica, la partecipazione dei cittadini alla vita politica e alle decisioni, il web come elemento innovatore e capace di collegare moltissime persone. Penso al popolo viola, penso anche al 13 febbraio e al movimento “Se non ora quando?”.

Sono, questi, movimenti che non nascono sulla base di un contenuto politico, né per rivendicare qualcosa di preciso, ma costituiscono piuttosto l’espressione di una “indignazione”, di uno sdegno, di una insoddisfazione, frustrazione, rabbia. Questi sono sentimenti. Lungi da me sostenere che i sentimenti debbano essere esclusi dalla vita politica, ma non possono essere più di un motore per un’azione politica che si deve sostanziare – tuttavia – di ben altri contenuti. Non è politica, quella che si esaurisce in un sentimento. Perché la cosa peggiore, in questo caso, è che passato il sentimento – sfogata l’indignazione, fatto un po’ di casino, passato qualche giorno in piazza (come forse molti degli attuali rivoluzionari non avevano mai fatto prima) – passa anche il movimento, come peraltro è accaduto per il 13 febbraio e l’indignazione delle donne italiane: a quanto pare tutti/e si sono sfogati/e, e chi ne parla più?

Un movimento siffatto è il modo migliore per lasciare che questo “sistema” – che, sia chiaro, non piace a nessuno di noi – continui ad essere tranquillamente così come è sempre stato. Se si creano degli spazi di sfogo come può essere uno status su facebook o anche una riunione di piazza, dove però non si produce alcun concreto contenuto politico che vada al di là della generica affermazione che non ci piace niente e che vogliamo cambiare tutto, allora il risultato sarà, inevitabilmente, che ad un certo punto si troverà un’altra valvola di sfogo, o ad un certo punto arriverà la polizia per davvero, e allora si scapperà tutti a casa.

Di certo i popoli del Nord Africa (a molti piace paragonare le piazze spagnole a quelle egiziane o tunisine, compiendo un evidente e grossolano errore di valutazione) non si sono ribellati per una generica aspirazione democratica, o perché c’erano Twitter e Facebook. La rivoluzione si fa quando non si ha nulla da perdere. E questa non è (non ancora, per lo meno) la situazione di nessun giovane italiano che stia seduto in piazza o davanti al suo computer. Fortunatamente, siamo ancora (teoricamente) nelle condizioni di fare un discorso politico, invece che di darci fuoco per la disperazione, e di scendere in piazza, se lo vogliamo fare, con un insieme di concrete rivendicazioni politiche rispetto alle quali chiedere conto alla nostra classe politica. Sono certa che questo sia l’unico modo: stare in piazza per poi pensare a cosa volere mi sembra implicare un grosso fraintendimento dell’ordine delle cose.

8 commenti leave one →
  1. Serena permalink
    7 giugno 2011 15:31

    Care compagne, vi scrivo dopo aver riflettuto un attimo: gli mando una mail privata o un commento? Opto per il commento, cosicché posso sfruttare questo vostro spazio per condividere i miei dubbi sul movimento, così come le pochissime certezze che ho in proposito.
    Sono andata a fare una capatina al movimento Democrazia Reale Ora per caso, e ho finito per frequentarlo assiduamente.
    Condivido in pieno le vostre critiche a DRO, credo anch’io che il movimento manchi di contenuti e che, come tutti i movimenti, sia qualcosa che presto scomparirà. Tuttavia io lo sto frequentando, nonostante i dubbi e le perplessità che voi avete elencato. Perché? Perchè sono convinta che continuare a stare sui nostri blog a scrivere, o almeno, fare solo quello, non cambierà le cose. Mi potrete rispondere: nemmeno fare assemblee. E invece forse qualcosa la cambia. Là ho conosciuto molti compagni, e presto ci mobiliteremo insieme per fare qualcosa di grosso. Magari il movimento DRO si sfascerà, ma noi resteremo in contatto, noi che abbiamo a cuore certe tematiche che riguardano il mondo del lavoro.
    C’è una parte dei partecipanti che non si rispecchia nel movimento, semplicemente ci va perchè ora come ora non c’è niente di meglio, e questo dovrebbe far riflettere su quanto ci impegnamo ad isolarci, a coltivare il nostro orticello senza pensare che là fuori il mondo è pieno di gente con voglia di fare, ma che semplicemente non trova un proprio contenitore, e si butta nel primo – anche brutto – che gli passa a tiro. Tant* compagn* si sono stanchat*, stancat* di dover stare appresso ai collettivi indecisi, alle organizzazioni studendesche che si svegliano sul serio solo a dicembre, e via dicendo… Insomma, di doversi far mettere il cappello in testa.
    il movimento DRO avrà sicuramente tanti tanti difetti, ma è certo che ognun* di noi può scendere in piazza e portare i suoi contenuti. io come femminista mi ritrovo ad aver molte difficoltà ad esprimermi perchè sono da sola a dire certe cose, e allora mi chiedo: le altre compagne dove sono…? perchè non si sporcano mai le mani?
    un’ultima cosa: DRO è diverso dal 13febbr solo per una cosa, ma molto importante: il 13 è stato un giorno, ed è morta lì. DRO si riunisce tutte le sere in piazza, per cui… vi aspettiamo!

  2. sauerophelia permalink
    7 giugno 2011 23:55

    Cara Serena,

    grazie per il commento. Io non sono per nulla contraria alle assemblee, né allo sporcarsi le mani con la realtà: non sono tra quelli che non lasciano il loro pc per paura di incontrare le persone vere e la realtà. Ho fatto parte di altri movimenti, e credimi: anche quando si parte con dei contenuti molto determinati e una grossa organizzazione (vedi l’onda di un paio d’anni fa) è molto difficile non solo far durare il movimento, ma anche renderlo efficace. Questa è una prima considerazione di ordine pragmatico.

    La mia seconda considerazione è teorica: andare in piazza prima, e cercare i contenuti dopo (non “affinare”, o “strutturare meglio”, ma cercare i contenuti), non mi sembra una gran mossa. Il fatto che non ci sia nulla di meglio di “X”, non rende “X” qualcosa di valido o di efficace sul piano politico. E stare in piazza a discutere con altre persone che sono semplicemente “indignate” ma non hanno la più idea di quali siano i problemi e le soluzioni non è un gesto politicamente utile, di per sé. Politicamente utile è essere un gruppo compatto, rappresentativo, competente e con le idee molto chiare sull’oggetto delle proprie rivendicazioni. Si vuole lottare per il lavoro? Allora si raccolgono tutti i precari: ammesso (ma difficile) che concordino su che cosa vogliono ottenere, ad esempio, bisogna stare in piazza (TUTTI) sotto il relativo palazzo finché non lo si ottiene. Ma mi spieghi come si fa a ottenere qualcosa trovandosi in piazza a parlare del fatto che si è scontenti di tutto, con un manifesto pieno di proposte senza capo né coda, che peraltro non toccano se non di striscio i punti essenziali del disagio giovanile? E quanto alle donne, vedi qualcosa in quel manifesto, a parte la legalizzazione della prostituzione (che non è esattamente a loro favore)?

    Detto questo, io in piazza ci farò un giro, così come ci sono andata, nonostante le perplessità, il 13 febbraio. Ma dubito che cambierò idea!

  3. donatella permalink
    8 giugno 2011 09:44

    Trovo interessante questo mobilitarsi quasi senza oggetto (le parole per dirlo?) e mi viene di raffrontarlo a quanto accaduto a Milano per le amministrative. Leggo da un’analisi e dal racconto di Marina Terragni (http://blog.leiweb.it/marinaterragni/2011/06/03/da-berluscones-ad-aranciones/) che lì i giovani, più che altrove, si sono ritrovati intorno a un obiettivo, Pisapia sindaco, mettendo in campo e in gioco sentimenti, valori, aspettative, capacità di aggregazione personale e in rete contribuendo probabilmente non poco al risultato elettorale.
    Poi mi torna in mente un incontro tenuto a Roma più di un anno fa, promosso da Filomena, altra rete in questo caso di donne, nel corso del quale una ragazzza parlando della passività dei suoi coetanei, diceva che difficilmente questi promuovevano inziative di incontro pubblico o di protesta, ma aderivano con grande partecipazione a quelle promosse da altri nelle quali ritrovavano contenuti convincenti.
    Mi sono, ci siamo chiesti a lungo del perché di questa passività, non solo dei giovani, ma anche di quella fascia dei quarantenni, precari che, tutto sommato, abbiamo visto poco protestare, “assaltare” il potere e ci siamo risposti che la nuova contrattualistica e la “nuova” mentalità capitalistica stanno educando tutti all’impotenza, al consumo in solitudine e molto altro.
    Ancora, mi torna in mente lo spettacolo del gruppo Di Nuovo, visto in video nel corso di un incontro pubblico con una giovane esponente del gruppo la quale sosteneva che il non avere alternative tra l’assecondare un modello imperante (accesso al lavoro e carriere mediante la vendita di sé) e la disoccupazione, era frutto di una solitudine nella quale le avrebbe lasciate il femminismo. Diceva: ricordate che se stiamo male noi, state male anche voi, intendendo per voi la generazione adulta del femminismo italiano. Ecco, qui ci ho letto un ricorso all’autorità simbolica della madre, più che una capacità reale di interpellare il potere materiale del padre e mi è sembrato di cogliere che la “rivolta” adolescenziale, in questo caso post-adolescenziale, non viene più indirizzata al padre perché si è complessivamente perduta la fiducia nella sua capacità di ascolto. Si ricorre alla madre colpevolizzandola perché ritenuta più responsabile del padre? o si ricorre a lei perché si confida nelle sue capacità ascolto? Il cerchio per me un po’ si chiude pensando a quanto ascolto è stato messo in campo durante la campagna elettorale milanese: penso certamente a Pisapia ma penso anche a Boeri che ne ha condotto una parte con due sedie , una per sé e una per chi gli voleva parlare dei problemi della città e trovo tutto questo fortemente emblematico e pieno di indicazioni anche per ciò di cui si discute in questo post.

  4. donatella permalink
    8 giugno 2011 09:54

    Aggiungo che, sempre nel blog di Marina Terragni si sta tenendo un interessante dibattito sulla rivoluzione spagnola degli Indignados sullo svolgimento della quale ci aggiorna la brava giornalista Giusi Garigali . Ecco il link: http://blog.leiweb.it/marinaterragni/2011/05/20/dalla-spagna-con-dignidad/.
    Naturalmente linko questo post nel blog di Marina.

  5. 8 giugno 2011 10:03

    Belle riflessioni.
    Ne parlai anche nel mio blog.
    Ho ascoltato due compagne ed un compagno che abitano in Spagna e che partecipano, chi più chi meno, alla mobilitazione.
    Certo, la nascita sul web e i temi generici aggreganti, oltre all’improprio parallelo col Maghreb, lasciano perplessi.
    Tuttavia nelle Piazze la gente ha imparato a rapportarsi, ci sono assemblee tematiche che riferiscono poi all’assemblea plenaria…insomma un tentativo di auto-organizzazione reale che ha il suo fascino.
    Però arriva sempre il momento del bivio se non si vuol rimanere una protesta universitaria sullo stile de L’Onda o degenerare nell’antipolitica; e questo deve avvenire per Dry che è, a mio avviso, in una fase ancora pre-politica.
    Per organizzare un movimento che incide sulla società, bisogna avere una struttura politica (e credo che sarà doveroso un confronto con Izquierda in questo senso) che sappia entrare nei luoghi di lavoro e stare in quello che è e resta il punto centrale di ogni lotta sociale e politica: il conflitto capitale/lavoro.
    Si deve dunque superare la Piazza e l’assemblearismo (cosa diversa dalla sacrosanta assemblea deliberante e votante) per non estinguersi e dunquedotarsi di una struttura politica che tende ad avere rappresentanza e cercare egemonia; e dunque è necessario un dialogo con izquierda anche per spingerla a fare proprie le posizioni del movimento.
    Almeno a mio parere di interessato da lontano…

  6. Serena permalink
    8 giugno 2011 11:50

    Concordo in toto con brunaccio.
    Io ne faccio parte, ripeto, ma anch’io credo che il movimento DRO è in una fase pre-politica, e rischia un sacco di cadere nella fase dell’antipolitica, perché l’antipolitica, confusa con l’apartitismo, va di moda (vedi Lega ecc….).
    Per quanto riguarda l’utilità pratica del movimento, abbiamo deciso di incontrare le masse di lavoratori e lavoratrici dei centri commerciali della città di Roma, poi i call center… e piano piano forse si creerà una rete assembleare di “indignat*” (anche a me il termine fa schifo, è molto borghese!), rete che in fase assembleare, se riusciamo a mobilitarla, si troverà da sé le proprie soluzioni – di certo secondo me preconfenzionarle e offrirle è un danno, loro si devono autodeterminare.
    Detto ciò, che non coincide molto col pensiero di DRO, ma è ciò che io apporto all’assemblea generale, e che spero influenzi tutt*, vediamo come va…
    Ovviamente optare per il meno peggio è terrificante, personalmente ne soffro parecchio, ma almeno ci dovrebbe far riflettere, da militanti, a che punto siamo arrivat*.
    Per quanto riguarda il manifesto, nemmeno a me piace, infatti ne stiamo proponendo uno nuovo… se vi va di contribuire a spingere un po’ sulla questione femminile, please contattemi in privato che vi dico.

    Serena

  7. sauerophelia permalink
    8 giugno 2011 15:54

    Serena, se vuoi qui (https://femminileplurale.wordpress.com/2011/05/27/si-siamo-femministe-ecco-perche3/) ho elencato quelli che per me sono i punti più urgenti per una politica sulla questione femminile. Non c’è “copyright” sulle proposte, quindi se pensi che possano essere utili fanne pure uso!
    Se posso poi permettermi un’osservazione sull’uso dell’asterisco, credo che ecco, questo non faccia parte delle priorità. Questo soluzione (che è peraltro soltanto una grafia, e non può quindi tradursi nel parlato) cancella del tutto i generi, piuttosto che includerli entrambi nel nostro modo di esprimerci. Dato che nelle lingue a prevalere è l’uso, credo che l’abitudine a includere il genere femminile nel linguaggio andrà di pari passo – anzi, sarà trainata – dall’inclusione piena delle donne nella vita sociale, culturale e politica del nostro paese. E ti dirò: probabilmente a quel punto della questione linguistica non ci ricorderemo nemmeno più.

  8. giovannino118 permalink*
    11 giugno 2011 10:59

    Bel post e bella discussione! Il problema che viene posto è, a mio parere, di primaria importanza per capire il valore politico del momento di indignazione che sta attraversando la società civile. La cosa positiva è che ora si può parlare di politica e di economia anche con il cittadino che fino a 10 anni fa bollava come “roba comunista” ogni tipo di discorso che contenesse un’analisi critica del capitalismo. Si è cominciato a capire, a proprie spese, che il modello di successo presentato dal sistema non coincide con la realtà: per questo ci si indigna. Tuttavia, permane ancora una specie di rimozione che impedisce ai partecipanti a queste manifestazioni di definirsi politicizzati. I partiti hanno deluso, e le persone reagiscono affermando di rifiutare qualsiasi nomenclatura di “destra” o “sinistra”, perchè non vogliono che la loro lotta passi sotto un certo vessillo. Come abbiamo visto in italia, questa è una pia illusione. Il successo di Vendola, Pisapia, De Magistris eccetera è la prova più lampante che i partiti, anche indirettamente, colgono e mettono sotto la propia ala “protettiva” anche questi movimenti che teoricamente le rifiutano a priori. Un partito come l’IDV è diventato un pò il partito degli indignati, così come ha fatto Grillo con il suo “partito” (una specie di lista civica a livello nazionale). Notevole che la piazza si faccia sentire in un’epoca telematica nella quale le piazze stesse sono progettate per restare vuote, ma si corre il rischio che, senza un’organizzazione internazionale che sappia tenere le fila del movimento e dare un contenuto politico decisivo nel momento in cui si dovesse arrivare al potere, queste forze si disperdano a poco a poco, o si sfoghino in partiti che puntano il loro successo sulla pancia della piazza, piuttosto che sulla sua testa.

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