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Attenti al lupo

11 agosto 2011

Stanotte la quiete è tornata nelle strade di Londra e delle altre città, le quli sono state teatro degli scontri che, da quattro giorni a questa parte, hanno riempito le prime pagine dei giornali assieme ai titoli sui continui crolli delle borse internazionali. Nonostante il tentativo, operato dalla stampa e dalla politica conservatrice inglese, di separare le violenze di queste notti dalla gravità della situazione economica e sociale in cui l’Europa si sta trovando in questo periodo, appare evidente come le due cose non possano essere assolutamente trattate separatamente. Troppo facile affermare, come ha fatto Cameron, che le violenze di questi giorni non siano altro che “pura e semplice criminalità”.

La situazione è in effetti molto più complessa, perchè se è vero che le persone che sono scese in piazza in questi giorni (principalmente, ma non solo, ragazzi inglesi appartenenti alla cosiddetta “seconda generazione”, ovvero figli di immigrati nati sul suolo britannico) non hanno protestato in nome di una causa politica ma si sono limitati ad attacare le forze di polizia e a saccheggiare e bruciare banche ed esercizi commerciali, non si può in alcun modo ritenere una coincidenza il fatto che simili disordini si verifichino nel corso di quella che rischia di diventare la seconda recessione di fila dell’economia mondiale. L’omocidio di Mark Duggan da parte della polizia assume a tutti gli effetti i tratti di un casus belli: esso ha effttivamente risvegliato la rabbia della comunità nera di Londra, che da decenni convive con una integrazione a dir poco problematica. Ma quella che poteva diventare una lotta per i diritti e l’uguaglianza si è trasformata in una terra di nessuno, occupata immediatamente da vandali e gang di ragazzini che hanno trasformato le città inglesi in una zona di guerra.

Non è la prima volta che una simile dinamica si presenta nelle proteste inglesi, le quali cominciano per motivi condivisibili per poi sfociare irrimediabilmente in violenze gratuite, che hanno il solo risultato di rendere più facile il gioco delle voci che da più invocano la necessità della reazione e del controllo. Mi riferisco in particolare alle proteste studentesche del Novembre 2010, sfociate in una devastazione della sede del partito conservatore che ha permesso a quest’ultimo di far passare la riforma dell’istruzione senza alcun problema. Se le proteste, che in questi tempi non possono che essere condivisibili, non riescono a separarsi dall’idea di caos ed anarchia che le accompagna, le persone che vogliono fare sentire la propria voce non potranno che essere soffocate dall’azionismo estremo dei violenti, che in definitiva creano un danno molto più grave di quello economico causato ai commercianti (e quindi ai contribuenti).

Causare un clima da guerra civile infonde nuova linfa nelle forze della reazione, le quali in effetti non aspettano altro che una simile possibilità: in senso politico per diffondere le proprie idee di intolleranti e xenofobe, in senso pratico per schierare le proprie falangi militariste ad apparente difesa degli “onesti cittadini”. Non a caso, durante queste notti di scontri, il BNP (British Nationa Party) e l’EDL (English Defensive League) si sono fatti un’ottima pubblicità schierando i propri uomini a difesa dei quartieri che le forze di polizia non erano in grado di proteggere. Se i cittadini inizieranno a pensare che il potere politico non solo non riesce ad evitare un’altra crisi globale dell’economia mondiale, ma è anche inefficace nel mantenere l’ordine, è tutt’altro che improbabile che si rivolgano, in segono di protesta o per effettiva convinzion,e all’ultradestra: una cura che, pur essendo ben peggiore del male, si presenta sempre come appetibile.

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4 commenti leave one →
  1. 11 agosto 2011 12:47

    Contesto l’uso assolutamente errato e strumentale della parola “anarchia”, spero non me ne vogliate. Ci si vede comunque al Feminist Blog Camp

    • Riccardo Motti permalink*
      11 agosto 2011 13:28

      Ciao Jo, non ho usato il termine anarchia in senso “errato e strumentale”, ma in senso prettamente grammaticale (NON politico). Alla voce “anarchia” del dizionario italiano si trova per prima la definizione: “situazione di disordine conseguente alla mancanza dei poteri governativi”. Lungi da me aggregarmi alla vulgata che crede che il pensiero politico dell’anarchia sia un sinonimo di “confusione totale”. A questo tipo di pensiero ha già risposto a suo tempo Proudhon dicendo che l’anarchia è “ordine senza il potere”. Tuttavia, contrariamente a quello che pensano molti anarchici, questo termine si usa principalmente in senso grammaticale, ed è quello che ho fatto io. Spero in ogni caso che, a parte questa disputa formale, tu abbia ritenuto interessante il contenuto dellìarticolo.

      • 11 agosto 2011 14:32

        In tal caso allora dovrei contestarlo doppiamente visto che in Inghilterra non c’è nessuna mancanza dei poteri governativi, anzi mi pare esattamente il contrario visto che il casus belli è stato originato proprio da un eccesso di potere governativo.
        Per quanto riguarda il contenuto dell’articolo beh, è chiaro che ho una visione totalmente differente della situazione. “La rivolta” come dice nel saggio ominimo Pierandrea Amato è un fenomeno molto recente, degli ultimi 10-15 anni per intenderci. Rivoltarsi (o “indignarsi”) è un gesto politico, significa soprattutto esserci e volerlo dimostrare.
        Continuare a ragionare con la dicotomia violenza/non-violenza con cui si ragionava negli anni ’70 e ’80 non credo possa portare ad un’analisi efficace. Credo che questo sia stato dimostrato anche dai riots recenti che abbiamo avuto in Italia (noTav e manifestazione degli studenti nel dicembre scorso) dove è stato più volte ribadito il bisogno di volersi smarcare da questo tipo di ragionamento: il “siamo stati tutti”, è stato sottolineato più volte.
        Aggiungo inoltre che ogni riot è totalmente diverso dall’altro a prescindere dal grado di violenza, quelle che hai citato tu del novembre scorso con la “conquista” della Millbank Tower era decisamente più anarchico e antistatalista e poco ha a che spartire ad esempio, con la rivolta degli indignados in Spagna che occupavano pacificamente le piazze e opponevano i fiorellini alle manganellate dei Mossos de Escuadra a Barcellona. Pur essendo entrambe delle rivolte le reazioni a destra non si sono fatte attendere, anzi direi che in generale dove la rivolta è stata più pacifica maggiori sono state le misure repressive.
        In Grecia i riots sono veramente molto violenti mentre i saccheggi di Londra di questi giorni non lo sono stati affatto. Eppure destano molto più scalpore l’incendio alla Sony piuttosto che le immagini dei poliziotti in fiamme ad Atene. Saluti

  2. Riccardo Motti permalink*
    11 agosto 2011 15:17

    è chiaro che in Inghilterra non c’è nessuna mancanza di poteri governativi in senso lato, ci mancherebbe! Come ho detto, mi riferivo alla situazione specifica in cui cittadini saccheggiano e bruciano negozi, venutasi a creare in seguito ad una sommossa popolare, e questo corrisponde ad una mancanza, ovviamente temporanea, del potere governativo. Un normale stato di diritto non prevede il saccheggio come normale pratica civile Da qui “anarchia” in senso puramente grammaticale. Per quanto riguarda la dicotomia violenza-non violenza, non credo proprio si possa abbandonare. Forse noi che leggiamo la saggistica possiamo permetterci, borghesemente, di liquidare il problema e di avallare ogni tipo di spontaneismo, al di là del tipo di coscienza del quale è dotato e delle forme in cui si manifesta. Ma a mio parere il problema è come, attraverso i mezzi di comunicazione, i media e il potere utilizzino questo tipo di azioni per poter avallare le forze della reazione, a cui viene data carta bianca in nome della sicurezza.

    E’ vero, come dici, che la reazione è violenta anche in caso di proteste non violente, ma questo tipo di reazione è a breve termine, perchè viene operata per “rimuovere” quelle forme di protesta che il sistema identifica come immediatamente inaccettabili. Ma il tipo di reazione a cui mi riferisco io è a lungo termine, ha a che fare con la coscienza politica dei cittadini che si sentono minacciati dalle violenze degli scontri, e reagiscono avallando le forze dell’ultradestra, viste come garanti del quieto vivere (che è l’unico obiettivo della maggioranza della popolazione). Il problema, come dicevo, è che una sommossa dai presupposti condivisibili, come quella inglese, ha perso immediatamente il suo contenuto politico per ridursi ad un misero saccheggio di supermercati. Non è così che si costruisce un’alternativa valida al tardo capitalismo: questo tipo di azioni non fanno che portare acqua al mulino di chi vuole più polizia e meno diritti.

    Per quanto riguarda gli “indignati”, come scrivevo nel post precedente a questo, sinceramente mi pare siano tipi di mobilitazione più reazionarie che rivoluzionarie, che vedono scendere in piazza persone a cui è stato presentato il sogno capitalista della bella vita e che, in nome di quell’illusione, si dicono indignati perchè esso non si sta avverando, a causa della crisi economica. la maggioranza di queste persone vuole semplicemente che il sogno capitalista sia ristabilito, e sia data loro la possibilità di “diventare qualcuno”.

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