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Prendi una donna, trattala male

21 ottobre 2011

Non è solo un verso di una (orrenda) canzone di Ferradini, ma sembra che ormai sia diventata una vera e propria legge che regola i rapporti di coppia, difesa molto spesso da entrambe le parti: “se ti mostri interessato ti mostri debole, mentre solo chi domina le propie sensazioni e, soprattutto, la loro manifestazione esteriore, può ottenere ciò che vuole”. La domanda a cui vorrei tentare di dare una risposta è: c’è qualcosa, in questa dinamica, che va oltre il millenario rapporto di coppia e ha a che fare con le dinamiche sociali e politiche contemporanee? A prima vista un vero legame non sussiste, perchè le due sfere di esistenza sono tenute ben lontane dalla falsa distinzione tra “vita privata” e “vita pubblica”. Tuttavia, se si ignora questa divisione ideologica, mi sembra di poter individuare chiaramente una linea rossa che collega lo sfaldarsi dei rapporti interpersonali affettivi con la precarietà costante nella quale siamo costretti a vivere. Lo stesso meccanismo attraverso il quale il sistema del lavoro funziona è, infatti, fondamentalmente ostile ad ogni possibile conoscenza personale che sia degna di chiamarsi tale.


Per essere “competitivi”, ovvero per poter essere in grado di mordere nella giungla d’asfalto, dobbiamo essere disposti ad accettare la costante possibilità di un cambiamento radicale che interessa la città o la nazione di residenza, il quale non solo presuppone notevoli scomodità materiali come la ricerca di una nuova casa, la burocrazia legale e il cambiamento delle nostre abitudini quotidiane nel caso in cui si vada all’estero, ma ha anche l’effetto, ben più dannoso, di renderci soli. Si tratta di una spada di Damocle contemporanea che ci rende isolati, costretti a vivere lontano dalle persone con le quali abbiamo avuto un rapporto di reciproca conoscenza e che in fin dei conti creano quel fondamento necessario alla vita di ogni animale sociale. Il sistema è cosciente di questa frattura, e ci sottopone dei surrogati alle suddette relazioni i quali sono un’ulteriore prova di quanto questa rottura appaia, nella sua gravità, agli stessi occhi di chi la sta infliggendo. Il sistema non è abituato a fornire carote dopo le bastonate, e il fatto che in questo caso ciò avvenga è indice della gravità di questo colpo. Elementi come i social network e le cene aziendali sono emblematiche di questo slittamento: si è passati dalla cerchia di amici ad una serie di piccole foto ordinate alfabeticamente su una pagina internet. Faccine che chattano, annientando non solo l’espressività del linguaggio ma anche la sua possibilità di essere veicolo di sensazioni, oltre che di informazioni; faccine che si distinguno l’una dall’altra rispondendo a domande sui gusti personali, che poi vengono impacchettate e spedite alle compagnie pubblicitarie.

In questo panorama, cosa resta delle relazioni che si vorrebbero definire sentimentali? Se si afferma che i rapporti di produzione entrano prepotentemente in quelli interpersonali, sembra di fare un’affermazione che già nel 1865 era obsoleta, poi però non ci si spiega perchè, nelle grandi città, non si riesca a conoscere una persona che sia rimasta in un luogo per più di 6 mesi, e si finisce per dare la colpa alla “società fortemente globalizzata“. Il problema è che, così come nel mondo del lavoro dobbiamo essere disposti a stare sempre sull’orlo di un baratro di precarietà, il quale presuppone una nostra sostituzione in qualsiasi momento, magari a vantaggio di un candidato che essendo più “flessibile” di noi permette al datore di lavoro di sfruttarlo meglio e più comodamente, anche nel mondo delle relazioni affettive funziona così. “Non bisogna dare certezze, non bisogna dimostarre interesse, agisci come se la persona che ti ha di fronte potesse perderti da un momento all’altro, per sempre”: questo è verissimo dal punto di vista funzionale, perchè ormai i rapporti funzionano effettivamente come quelli delle sit-com americane, e il sistema dell’industria culturale è riuscito in questo campo ad ottenere una delle sue vittorie più clamorose, rendendo la vita materiale uno specchio della sovrastruttura fantasmagorica che è chiama a generare. Ma per chi è dotato ancora di un sano spirito critico, questa dinamica non può che apparire, a mio parere, come una reiterazione, perpetrata nella vita sentimentale, di quell’oppressione che caratterizza il mondo del lavoro.

La presa di coscienza che tu, amante, puoi in qualsiasi momento, e senza ragioni valide, essere sostituito da un altro pretendente che ha come caratteristica principale quella di essere più disposto di te ad essere dominato, e quindi faresti meglio e non “investire” troppo in una relazione e a trattale male il partner per avere in mano lo scettro del comando, non è un conseguimento della cosiddetta “maturità emotiva”, ma è solo l’accettazione apologetica di una dinamica di sfuttamento che punta ancora una volta a trasformare gli uomini in vincitori e vinti, forti e deboli, carnefici e vittime.

5 commenti leave one →
  1. Omofiliaco permalink
    26 ottobre 2011 11:14

    Caro Riccardo,
    intanto perdonami il tono confidenziale. Ho letto e riletto il tuo post più volte e non posso non dirmi d’accordo con te. Incidentalmente, ti faccio i miei complimenti per aver avuto il coraggio, o l’incoscienza, di affrontare un tema tanto delicato come quello delle relazioni sentimentali e per di più in una prospettiva socio-economica. Del resto è piuttosto vero che la relazione ha una sua valenza socio-economica enorme e, di conseguenza, è saggio tentarne una lettura simile. Ora ti chiederai, perché ti scrivo quanto ti sto scrivendo? Credo che il motivo sia che nel tuo post c’è qualcosa che mi disturba – tanto per fare il verso a Sean Penn; intendiamoci, non nel tuo modo di argomentare o di impostare l’intervento, ma esattamente nell’oggetto dell’intervento: i rapporti umani, sentimentali e non. So che vorrei dire qualcosa per contribuire alla discussione, ma non riesco a mettere a fuoco. D’altra parte mi sembrava una cosa buona e giusta complimentarmi con te per tutti i motivi di cui sopra. Insomma, quando riuscirò a mettere ordine nella mia testa, ti scriverò ancora.
    Per ora non posso far altro che dire: “Continua così”; affrontare alcuni, giganteschi, problemi della nostra contemporaneità, qualunque sia il punto da cui si decide di cominciare, è sempre una scelta giusta e salutare. Quanto meno si evita di subire tutto, sempre.

  2. Riccardo Motti permalink*
    26 ottobre 2011 12:31

    Caro Omofiliaco,

    grazie per il commento! Innanzitutto, lasciami dire che mi fa piacere che il mio post ti abbia, in qualche modo, disturbato. Quando scrivo lo faccio anche, se non soprattutto, per tentare di destare il lettore dal “sonno dogmatico”, che vedo essere sempre più diffuso nella società contemporanea. Riguardo al post, ovviamente non era certo mia intenzione ridurre la complessità le peculiarità e le varie sfaccettature di un rapporto come quello tra uomo e donna alle condizioni socio-economiche in cui questo si trova ad esistere. Tuttavia, mi sembra che troppo spesso si dimentichi che queste condizioni sono, la maggior parte dele volte, importantissime e decisive per le sorti delle relazioni. A noi è stato sempre raccontata la favola alla Walt Disney “l’amore vince su tutto”, ma a me questo pare essere un’altra forma di inganno con la quale il sistema dell’industria culturale maschera la realtà di oppressione, sostiturndola con i cuoricini e i San Valentini. Da qui il disgusto.

    PS: il tono confidenziale è auspicato, in una situazione di interazione costruttiva che caratterizza i blog “sani”

    saluti

    R.M.

  3. Omofiliaco permalink
    2 novembre 2011 13:31

    Caro Riccardo,

    di certo la favola dell’amore che vince su tutto o dei due cuori e una capanna non funziona; concordo con te. Non funziona per il motivo semplice che noi tutti si vive inseriti in un sistema sociale che è anche, e non secondariamente, economico. Ne segue che ogni tipo di interazione fra esseri umani sia, in un modo o nell’altro, informata di tutto ciò. Per questo motivo applaudivo al tuo tentativo di leggere le relazioni anche in termini socio-economici, ottica che non mi sembra riduttiva affatto, semmai inevitabilmente parziale – il che non è un difetto, una volta che lo si riconosca come assunto critico (così, giusto per giocare un po’ con le parole, potrei dire che ciò succede ogni volta che si affronta un argomento complesso, non complicato). Tanto per raccontarti un aneddoto, anni fa mi trovai a parlare con una carissima amica in procinto di sposarsi, in comune, la quale mi diceva che le sembrava di fare un discorso triste ma che aveva insistito col suo attuale marito per la regolamentazione della loro unione di modo che, se mai le fosse successo qualcosa di irreparabile, lui fosse tutelato dalla legge come coniuge; io le risposi che non mi sembrava affatto un discorso triste e che, anzi, proprio perché innamorata desiderava fornire al marito e ai figli, che sarebbero venuti, tutte le tutele che il nostro paese offre. Del resto, immagino non ti sarà difficile comprendere come, da omosessuale, io sia piuttosto sensibile a simili tematiche.
    Credo che ciò che mi disturba del tuo post sia la consapevolezza che l’ottica di cui sopra sia assolutamente, direi fatalmente preponderante, e che sia davvero faticoso per chi voglia costruirsi una vita affettiva oggi non dico prescinderne, ma almeno non darle troppo spazio. Invece è inevitabile constatare come le ragioni della giungla d’asfalto prevalgano. Avrei da sottoporre alla tua attenzione una lunga collezione di conoscenti che sono in coppia per non restare soli; che sono in coppia perché essere single, specialmente dopo una certa età, suscita sempre il sospetto di chi ti circonda, come se fosse il sintomo di qualche disfunzionalità comportamentale (a volte lo è, ma naturalmente non se ne può trarre una regola); che sono in coppia perché condividono alcuni interessi economici. Mi limiterò a raccontarti di un mio vecchio zio – ultraottantenne – che un giorno mi disse che non si può restare da soli perché “se ti succede qualcosa poi come fai”: come se si potesse considerare un compagno di vita come una valida e più funzionale alternativa al Salvavita Beghelli. Tutto ciò mi rende terribilmente triste. Trovo semplicemente mortificante che anche il rapporto di coppia debba essere letto in termini di performance, di controllo, di forza vs debolezza, di vittima vs carnefice. Trovo triste che, nel momento in cui ci si dice innamorati, si possa già pensare a una eventuale via d’uscita, alla possibilità di sostituire o di essere sostituiti; cose che, ovviamente, possono capitare, ma che è malsano comprendere nei presupposti di una relazione. Sarò un inguaribile romantico, certo, tuttavia non posso pensare che non ci sia un’altra via, che non si possa, almeno in questo specifico ambito dell’esistenza, tenere le ragioni economiche al loro giusto posto, senza che travolgano tutto; che non si possa, anzi non si debba creare proprio nel rapporto affettivo un nucleo di resistenza alla mercificazione onnivora nella quale abbiamo il discutibile privilegio di essere immersi, un luogo nel quale le emozioni e gli affetti abbiano un inattaccabile primato.
    Anche perché, per citare uno dei miei melodrammi preferiti (“Un Ballo in maschera” di Verdi): “Che ti resta, perduto l’amor?” Se non difendiamo noi i nostri sentimenti, la nostra ricchezza emotiva, nessuno lo farà per noi; rischiamo di trovarci come il Viandante di Schubert a domandarci: “Mein Herz, in diesem Bache erkennst du nun dein Bild?”; mio cuore, in questo ruscello riconosci la tua immagine? La risposta di Schubert è, tragicamente, no. Io credo che si debba spendere le nostre energie perché possa essere: sì. Battaglia difficile, ma da combattere. Perché l’essere umano non è solo una macchina che produce e consuma; perché può e deve essere un attore del sistema, non un ingranaggio; perché sanvalentino è una festa del cazzo ma l’amore merita di essere celebrato e difeso.

  4. Riccardo Motti permalink*
    2 novembre 2011 14:10

    Ciao omofiliaco,

    di nuovo grazie per il commento! Non mi accade molto spesso, ma devo ammettere che sono d’accordo con tutto ciò che hai scritto, la tua è una lucida analisi dello stato nel quale le relazioni interpersonali si trovano. Mi sento solo di fare una piccola aggiunta al mio post, in base a quello che scrivi in conclusione del tuo commento.
    La mia denuncia non vuole essere infatti, in alcun modo, un’amara constatazione che così stanno le cose, ed è impossibile chiamarsi fuori da questo gioco folle. E’ proprio in nome della difesa delle possibili relazioni che sussistono anche e soprattutto in nome di un forte legame emotivo, oltre che a motivazioni economiche, che ho cercato di descrivere il desolante panorama che un osservatore attento si trova di fronte.
    Io credo che il cercare e trovare un partner sia una delle azioni più belle che un uomo possa compiere nella vita, lungi da me indicare nella rinuncia a priori una possibile soluzione (che in realtà sarebbe solo una fuga, funzionale alla diffusione del male stesso) di questa dinamica malata.
    Ho cercato tuttavia di andare al di là della riduzione personalistica che spesso in questo ambito, viene operata (ovvero che ci siano le “belle persone” e le “brutte persone”) per cercare di dare un respiro più ampio all’analisi. Se i rapporti umani si stanno compromettendo, non è solo colpa degli uomini, ma a mio parere una parte di colpa fondamentale è da attribuire alle dinamiche di cui parlavo nel post, che sono un costante ostacolo nella vita di chi vuole ancora credere all’esistenza delle relazioni sentimentali. Detto questo, denti stretti e andare avanti, la vita è una guerra quotidiana, e conoscere il nemico che si incontra ti aiuta a sconfiggerlo meglio, non ad averne paura. Tenendo ben presente il monito nietzschano: “Chi lotta con i mostri badi a non diventare un mostro a sua volta. E, se guardi a lungo dentro un abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”.

  5. Omofiliaco permalink
    2 novembre 2011 15:58

    Sottoscrivo in pieno la tua postilla. Il senso del mio commento, finalmente, è proprio quello. E poi che posso dire? Nietzsche aveva visto tanto a fondo e tanto lontano. Grazie a te della lettura attenta.
    Buon proseguimento di battaglia!

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