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Il sillabario del precario

25 novembre 2011

Vi presentiamo oggi il contributo di un amico sul tema della precarietà. Come psicologo, Francesco si è occupato con la sua associazione del problema del precariato/precarietà e della sua influenza sulla vita di chi si trova in questa diffusa situazione (non)lavorativa. Gli abbiamo posto alcune domande sul tema, che riteniamo essere centrale per le giovani e meno giovani generazioni, e questo è il risultato della nostra “chiacchierata”.  

Precarietà, o della mistificazione

Innanzitutto un saluto a tutte le amiche di Femminile Plurale e vi ringrazio per avermi posto queste domande sul tema della precarietà, tema che mi ha visto insieme a tutti i colleghi dell’Associazione Macramè impegnato in un progetto che aveva l’ambizione di esplorare in maniera più approfondita i significati psicologici che stanno dietro a questo termine.

Io partirei essenzialmente – prima di rispondere alle vostre domande, che sono molto complesse e in qualche modo rischiose, si potrebbe andare a zonzo per altre questioni tale è la complessità – partirei dicevo, dalla delimitazione del concetto perché oggi, ad esser precari, non sono i contratti di lavoro, sono le istituzioni. Di fatto la precarietà è un sintomo, secondo me, ed è un sintomo che segnala la friabilità, l’inconsistenza delle istituzioni sociali contemporanee; le istituzioni sociali dello stato, le istituzioni sociali delle comunità, l’istituzione della famiglia, le istituzioni sociali in generale. Il capitalismo “senza muro”, la globalizzazione, sono velocissimi, modificano le istituzioni sociali senza che queste possano fare molto. In Italia siamo troppo lenti, siamo molto probabilmente uno tra i popoli tra i più restii al cambiamento e se parliamo del capitalismo italiano post Cortina di Ferro, post Muro di Berlino, la situazione è drammatica perché è stata affidata, molto probabilmente, al peggior monopolista tra gli industriali italiani.

La vostra prima domanda riguarda il modo in cui il precariato possa influire sulla vita delle persone al di là della sfera economica materiale, ed è il punto, ma va sovvertito. Bisogna proprio partire dall’al di qua delle economie, dei rapporti economici, delle condizioni economiche, perché il tipo di rapporto che c’è tra i soggetti e che c’è tra i soggetti e le istituzioni, determina molto. Quindi non si può partire al di là, bisogna partire al di qua. Il tipo di rapporto economico che c’è tra individui e quello che c’è tra individui e istituzioni è il punto di partenza, e questo rapporto oggi è  soggetto a un cambiamento molto più variabile, i cui vincoli, i i cui rapporti sono meno solidi, meno indeterminati, al di là del tempo e degli eventi.

La precarietà va a cogliere in maniera ineluttabile la modalità in cui il soggetto si rapporta al cambiamento, allora noi dobbiamo fare uno studio storico, sociale e culturale, cioè ci dobbiamo addentrare un attimo nella nostra storia e nella storia delle generazioni che ci hanno preceduto. Questo è fondamentale per il modo in cui noi affettivamente ed emotivamente viviamo la condizione della precarietà nel lavoro, che è dettato dai retroscena culturali e storici delle generazioni passate attraverso le quali facciamo differenze e attraverso le quali giudichiamo il nostro stato attuale, insieme anche alle aspettative sul futuro di queste stesse generazioni. È una questione che attiene l’eredità. Le condizioni economiche e materiali di un soggetto precario sono anch’esse precarie, manco a dirlo, e il termine “precarietà” è un termine che in realtà cerca di nascondere di offuscare la vera questione. È una parolaccia, la precarietà. È una parolaccia perché tenta di coprire la questione fondamentale che è la disoccupazione o il rischio di disoccupazione, ed è la variabile, potenzialmente maggiore, di cui si parlava prima rispetto al tipo di rapporto economico tra individui e tra individui e istituzioni. Il precariato è stato inserito come figura perché attualmente, nel mondo occidentale, il rischio di disoccupazione è maggiore e neanche i contratti a tempo indeterminato, che così chiamati sembrano peggio di un matrimonio [1], sono così fedeli, lo vediamo oggi in Grecia.

La cosa interessante è che con l’Associazione Macramè avevamo intenzione di studiare tale campo propria a partire dalla crisi economica degli anni passati, quella partita dagli Stati Uniti e dai mutui, perché  la consideravamo una crisi di sistema ed era interessante cercare di capire cosa significasse dalla nostra prospettiva, dal nostro punto di vista professionale, poiché per noi psicologi oggi è molto più importante non tanto «…l’assenza di malattia, ma lo sviluppo pieno degli individui e dell’intera comunità…». Quello che succede in Grecia, così vicina, è lo spauracchio di una economia, questo tipo di economia, che non è più in grado di proteggere ciò che prima si pensava potesse tutelare, il lavoro, il lavoro a tempo indeterminato compreso quello nelle aziende pubbliche. È una nuova parola che serve per coprire il fatto che il rischio di disoccupazione è più grande a prescindere dal tuo tipo di contratto, se poi il contratto è di tipo precario questo viene messo in chiaro proprio nel tipo di vincolo che si instaura tra lavoratore ed azienda, come tra il lavoratore e gli altri soggetti appartenenti alla propria comunità, noi in Italia dobbiamo il nostro stato di cittadinanza sul lavoro, non è una cosa da poco.

Il precariato influenza la vita affettiva? Questo è un dato di fatto. Freud diceva che una persona è sana quando sa amare e sa lavorare, quindi il lavoro è un ambito fondamentale nell’essere umano. Quello che ci suggerisce Freud ha a che fare con la coniugazione, il matrimonio, tra i verbi sapere, amare e lavorare. Il ruolo lavorativo va ad incidere su che persona io sono, in Italia senza questo si potrebbe inciampare anche nell’assenza di senso di appartenenza e cittadinanza. Il rischio è elevatissimo perché si riflette sulla friabilità, l’inconsistenza dei soggetti. Ed è un fenomeno nuovo. L’Italia agricola pre-industriale costituiva la sua identità lavorativa fin dall’infanzia, il contenitore per la creazione di cittadini e lavoratori era la famiglia. Nel boom economico la scuola e l’azienda si sono inserite come istituzioni che contribuiscono a ciò. L’operaio Fiat era operaio per tutta la vita, l’artigiano pre-industriale era artigiano per tutta la vita, e non solo la sua ma anche quella delle generazioni che lo avevano preceduto. Questo, a grandi linee e generalizzando non di poco, dà però l’idea di come il lavoro sia un ambito che fa il soggetto, il cittadino. Oggi, con questo tipo di precarietà, ciò che si va a minare non è tanto il lavoro, ma la costruzione dei soggetti, dei cittadini. Questo è un fenomeno strutturale sulla vita delle persone. Un fenomeno affettivo che si nota in maniera lampante è il senso di fallimento che attraversa i lavoratori precari, che rimangono in un circolo vizioso lavoro-disoccupazione-lavoro-disoccupazione. Sono soggetti che si sentono responsabili per la loro situazione e allo stesso tempo, paradossalmente, si vivono in maniera totalmente passiva. Sono situazioni disperate, perché l’uomo come lavoratore viene umiliato e sbeffeggiato doppiamente. Il soggetto precario è un soggetto con-storico, non fa la storia, la subisce, e allo stesso tempo si percepisce come responsabile, quindi come soggetto storico, della propria situazione. Una via d’uscita è quella di mostrare come non si abbia nessuna responsabilità della situazione generale, che questa già mina la nostra vita materiale, non può minare quella affettiva, perché in realtà i lavoratori precari sono lavoratori qualificati, efficaci, non sono loro i falliti, ma chi veramente ha fallito è il sistema lavorativo che sembrerebbe non avere più bisogno di lavoratori con cui crescere e svilupparsi. Allora il soggetto può smettere di essere precario, dentro, cioè può smetter di pregare il lavoro, svalutandosi come soggetto, alzarsi in piedi, essere consapevole del modo attorno e riqualificarsi come soggetto che sa amare e lavorare.

L’idea di mobilità, come quella di precarietà, non è né positiva né negativa, bisogna vedere che effetti ha. Torniamo alla questione dello studio delle generazioni passate. La generazione dei nostri nonni è una generazione che è emigrata, anche per la nostra, ma i due fenomeni sono diversi. La “mobilità” di oggi ritengo sia sempre una copertura del termine “disoccupazione”, o “rischio di disoccupazione”. Oggi per mobilità si intende una situazione in cui un lavoratore in eccedenza in una azienda invece di incorrere in una chiara disoccupazione riceve contributi per avviare una riqualificazione delle proprie capacità lavorative attraverso servizi di formazione. Di per sé non c’è nulla di sbagliato. Vorrei però sottolineare come tali termini che sempre e in qualche maniera coprono il termine disoccupazione, o rischio di disoccupazione, sono sempre riferiti ai lavoratori. Una impressione, penso veritiera, è che alla precarizzazione o mobilità del lavoro, nella loro accezione positiva, non si abbia avuto come contraltare e in maniera simmetrica la stessa valenza in termini aziendali. Le aziende vivono la precarietà rispetto alla globalizzazione, in senso negativo, non sono capaci di vivere la precarietà come quella condizione che rende necessario il cambiamento continuo delle finalità produttive, del rinnovamento e delle sviluppo dei prodotti in termini di ricerca.

Alla precarietà dei lavoratori non corrisponde la precarietà delle aziende, nel senso positivo del termine. Il lavoro è sempre precario quando tende al cambiamento e all’innovazione. Anche la precarietà del lavoro in questo senso può essere qualcosa di positivo se si pensa che un lavoratore può cambiare il proprio ruolo lavorativo, può migliorare e cambiare il proprio lavoro. Ma oggi prevale un senso negativo, perché oggi la precarietà come la mobilità mina il progetto di vita dei soggetti e delle imprese. Basta pensare ai lavori a progetto, o per meglio dire aborti lavorativi ripetuti, lavoro e lavoratore non hanno la possibilità di crescere, svilupparsi, evolversi, maturare. Allora la mobilità diventa immobilità, la precarietà diventa assenza di sviluppo. Il soggetto è in grado di organizzarsi in maniera nuova rispetto al lavoro, ma il lavoro deve avere possibilità di evoluzione, perché altrimenti abbiamo soggetti che invecchiano senza essere mai cresciuti come lavoratori.


[1] Se consideriamo questa battuta per quello che è, cioè un motto di spirito, potremmo cogliere quanto sia consona alla precarietà del sistema familiare attuale.

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9 commenti leave one →
  1. unaltradonna permalink
    25 novembre 2011 13:48

    Ottime riflessioni su un tema di vitale (letteralmente) importanza, di cui si parla troppo poco.
    Chi governa la nazione non si pone il problema, mentre dovrebbe porselo come prima cosa perché una nazione è fatta dagli uomini prima che dal Pil (o no?)
    Ho appena letto L’uomo flessibile di Sennet, anche se scritto nel 1998 qui da noi è uscito molto dopo e soprattutto più che mai drammaticamente attuale.

  2. Ilaria Durigon permalink*
    26 novembre 2011 09:12

    Innanzitutto torno a ringraziarti del tuo contributo che tratta di un tema non poco complesso. A proposito di quello che scrivi una cosa ha attirato la mia attenzione e cioè il modo in cui spiegavi come il lavoro “sia un ambito che fa il soggetto, il cittadino”. E in effetti che il lavoro costituisca una parte essenziale affinchè la soggettività dei singoli possa svilupparsi è un dato molto rilevante. Mi premeva però sottolineare come esso rappresenti anche il terreno su cui i soggetti si costituiscono come cittadini. Mi pare che da ciò possa emergere una conseguenza rilevante. Ovvero, se il lavoro è parte essenziale del nostro percepirci come appartenenti ad una comunità, la precarizzazione del lavoro non significa quindi il venir meno dei legami che ci portano a sentirci in dovere per quella comunità?Che ci portano a rispettarne le leggi e i vincoli?La precarizzazione avrebbe quindi una risvolto politico di enorme portata: il non sentirsi più parte di qualcosa che trascende le nostre singole soggettività non comporta dei notevoli rischi sul piano politico?

    • 26 novembre 2011 21:35

      Si, hai esattamente ragione. Ci sono dei rischi sociali come l’atomizzazione dei lavoratori e ne parleremo…ora la diretta conseguenza potrebbe essere la friabilità del patto sociale che fonda la civiltà, oppure a partire da ciò, dall’assenza o dalla mobilità del lavoro, potremmo anche trovarci di fronte, per contrappasso, la richiesta del proprio diritto di cittadinanza, non dato, per ovvie ragioni, come dato scontato. non so, mi verrebbe da risponderti così.

  3. Riccardo Motti permalink*
    28 novembre 2011 14:00

    Innanzitutto grazie mille per il contributo, veramente prezioso e riguardante un tema scomodo ma di vitale importanza per comprendere a fondo il funzionamento del meccanismo di alienazione in atto nell’età contemporanea. Tu scrivi: “Il ruolo lavorativo va ad incidere su che persona io sono, in Italia senza questo si potrebbe inciampare anche nell’assenza di senso di appartenenza e cittadinanza. Il rischio è elevatissimo perché si riflette sulla friabilità, l’inconsistenza dei soggetti. Ed è un fenomeno nuovo.”. Io sono d’accordo con te, qui siamo al cuore della spersonalizzazione e dell’atomizzazione della società che il capitalismo, nella sua accezione contemporanea, implica: il sistema dei mezzi di comunicazione lavora in questo senso,in un modo nuovo, per aiutare la trasformazione in monadi separate, simili nel contenuto ma ad un’irraggiungibile distanza l’una dall’altra, di quella che un tempo era la società civile. La precarietà, nella sua accezione negativa che tu giustamente identifichi, è proprio il modo in cui il sistema opera qesta separazione forzata, che ha degli effetti su tutti i campi dell’esistenza, da quelli pubblici fino a quelli più intimamente privati.

  4. 28 novembre 2011 14:38

    Ciao Francesco e grazie davvero di questo tuo post. Ho apprezzato come metti in evidenza che il lavoro sia un’attività fondamentale dell’essere umano, che viene messa a repentaglio dal rischio disoccupazione implicito nei nostri contratti precari. La parte che mi colpisce di più è legata a questo argomento e mi lascia interdetta: è quella in cui dici
    “il soggetto può smettere di essere precario, dentro, cioè può smetter di pregare il lavoro, svalutandosi come soggetto, alzarsi in piedi, essere consapevole del modo attorno e riqualificarsi come soggetto che sa amare e lavorare”.
    Ci sono tante metafore qui e forse è per questo che mi è poco chiaro come possiamo “smettere di essere precari”, dato che nel nostro rischio disoccupazione mi pare sia implicito un grado di ricattabilità formidabile. Noi precari siamo tutti appena-arrivati-e-in-procinto-di-andarcene, siamo sostituibili e alzare la testa si può solo a rischio – appunto – sostituzione, cioè disoccupazione. Disoccupazione che, in un contesto come quello che stiamo vivendo tutti, è pericolosa perché potenzialmente anticamera di un circolo vizioso. Io credo che la dignità interiore ciascuno la preservi con modi e per vie proprie ma mi sembra che siamo tutti costretti de facto ad accettare quel che ci viene dato. E che smettere di essere precari dentro possa avvenire, appunto, solo “dentro”, cioè nella concezione che ognuno ha di sé stesso e nella dignità delle proprie relazioni. Ma smettere di essere precari “fuori” potrebbe venire solo da un’azione collettiva… da un “noi” che vedo tutti facciamo molta, molta fatica a pronunciare. Forse perché un po’ ci vergogniamo. E finisce che ci sentiamo tutti più a nostro agio “atomizzati”, come dice Riccardo: perché almeno se sono un “io” e non un “noi” ho le mie sfortune ma non condivido questa condizione brutta, misera, da poveracci tipica del precariato.

  5. Riccardo Motti permalink*
    29 novembre 2011 10:45

    Si Chiara, hai notato uno dei punti fondamentali di questo post, a proposito del quale mi sento di lanciare una sorta di provocazione: ci si può liberare dalla precarietà “dentro”, mentre si è a tutti gli effetti precari “fuori”? Questa sorta di esistenza interiore separata ed indipendente dalla nostra esistenza pubblica non è forse un altro modo che l’industria culturale adotta per convincerci che c’è sempre una zona protetta, un rifugio dell’intimità in cui ci si può nascondere dalla realtà ostile e dolorosa, proprio nel momento in cui la sta liquidando? Questa fuga nell’interiorità, che si manifesta nell’esistenza di monadi separate, è in effetti suggerita dall’apparato propagandistico, che ci invita a preoccuparci solo della nostra piccola sfera di società: a questo proposito, l’inganno consiste nel convincerci che la nostra monade è diversa da tutte le altre, unica. Esso viene perpetrato proprio per impedirci di notare come, di fianco a noi, ci siano infinite monadi uguali alle nostre. “Puoi essere uno schiavo, ma se nel tuo intimo sei libero, sei salvo”: non vorrei che questa frase avesse come effetto ultimo quello di conservare gli schiavi così come sono, al di là dei buoni propositi che muovono chi la enuncia.

    • 30 novembre 2011 14:28

      Vi sono grato per aver sollevato tali questioni. Devo notare che sono problemi che meriterebbero di essere trattati in maniera più approfondita e che riguardano la nostra contemporaneità, oltre la condizione di pracarietà lavorativa, che in ogni modo, ne risulta essere implicata. Riepiloghiamo, la precarietà è un sintomo della friabilità delle istituzioni sociali fondamentali e si manifesta nelle istituzioni lavorative, che nel panorama economico sociale attuale, non possono assicurare lo svilupparsi e l’evolversi naturale della vita lavorativa dei soggetti. Ora non è mia intenzione far derivare tutto da ciò dalla lettura psicologica di tali dinamiche economiche e sociali, ma ribadisco come nel rapporto tra soggetto e istituzione, se si vuole perseguire un cambiamento, è il soggetto che deve produrre un cambiamento e che tale cambiamento muove contro e in maniera produttiva, non solamente controdipendente, a tale fantomatico ‘apparato’ della modernità neo-capitalista, e che è capace di costituire un vero ‘noi’ e non una melassa vischiosa e appiccicaticcia di soggettività che fan massa acefala. Vi propongo quindi una citazione, un po’ lunga, di Josè Bleger, che è il mio punto di riferimento teorico e metodologico, nella formulazione delle tesi dell’intervista proposta dalle amiche di femminileplurale.

      “a questo punto si impone un ulteriore chiarimento per evitare che quanto abbiamo esposto venga inteso nel senso dello psicologismo. Una fonte d’infelicità e di distorsione psicologica per gli esseri umani all’interno dell’istituzione è la struttura alienata delle istituzioni stesse e di tutto il sistema di produzione e di distribuzione della ricchezza a esse collegato. A partire da questa base si delineano le caratteristiche dell’alienazione degli esseri umani. Quello che vogliamo indagare e approfondire è l’azione reciproca che si esplica fra individui e istituzioni, perché un’analisi di questo tipo contribuirà a farci acquisire una maggiore conoscenza della realtà. Un cambiamento istituzionale radicale lascia un margine di libertà per cui nell’istituzione interviene comunque quello che gli uomini proiettano su di essa. Ciò che interessa è distinguere fra il funzionamento e gli obiettivi reali di un’istituzione e le soddisfazioni e le compensazioni (normali o nevrotiche) che gli esseri umani ottengono nel suo ambito. È stato provato che gli uomini non cambiano in modo automatico e immediato la loro struttura psicologica in conseguenza a un mutamento istituzionale radicale e che, anzi, trasmettono all’istituzione le loro caratteristiche psicologiche precedenti, compromettendo e ritardando il cambiamento totale di quest’ultima. I processi psicologici fanno parte della realtà così come ne fanno parte le istituzioni e le cose della natura, e non è possibile ottenere una modificazione radicale, se non mediante la conoscenza delle loro leggi peculiari. Per l’interdipendenza dei fenomeni, cambiamento di una parte si accompagna sempre al cambiamento del tutto, ma un intoppo in una delle sue sottostrutture comporta un intoppo nel sistema globale. Una società alienata è tale per la sua struttura globale, ma bisogna considerare come parte di tale struttura anche l’organizzazione psicologica degli esseri umani. Non abbiamo, del resto, nessun punto di contatto con tutte quelle posizioni che mirano a un cambiamento psicologico al solo scopo di garantire l’esistenza e il consolidamento delle prerogative delle classi abbienti, e non condividiamo nemmeno l’intento mistificatore con cui si adopera la psicologia nelle cosiddette human relations.
      A un mutamento istituzionale non può accompagnarsi uno “sbalzo” nella struttura psicologica degli esseri umani e , dall’altra parte, un cambiamento istituzionale radicale può prodursi soltanto in seguito a una presa di coscienza, cioè a una modifica della struttura psicologica. Quello che a noi interessa sapere è fino a che punto gli uomini si sforzino di non cambiare le istituzioni, benché d’altro canto cerchino di cambiarle, considerandole inadeguate o insoddisfacenti. E ci preme molto anche capire fino a che punto gli individui alienati, sottoposti a istituzioni alienate, si chiudano in un circolo vizioso di resistenze al cambiamento. Le cose hanno forza perché in esse sono alienate le forze degli esseri umani. Le istituzioni appaiono depositarie delle ansie psicotiche e costituiscono dei sistemi di difesa e di controllo di fronte a tali ansie; ma non sono soltanto le istituzioni a esercitare queste funzioni, bensì anche, in egual misura, l’immagine che l’uomo ha di se stesso e di esse. Ogni istituzioni è il mezzo attraverso il quale gli individui possono arricchirsi o impoverirsi e svuotarsi dal punto di vista umano; quello che comunemente si chiama adattamento non è altro che l’assoggettamento all’alienazione e alla stereotipia istituzionale. Adattamento e integrazione non sono la stessa cosa; nel primo si richiede all’individuo la massima omogeneizzazione, nella seconda egli s’inserisce con un determinato ruolo in un ambiente eterogeneo che funziona in modo unitario. Evidentemente, si confonde con estrema facilità l’integrazione con l’agglutinazione per quanto riguarda gruppi e istituzione omogeneizzati formati da individui spersonalizzati.
      Tutte le istituzioni tendono a vincolare e a uniformare i loro membri a una stereotipia spontanea e facilmente contagiosa. Questa omogeneizzazione si compie in accordo con i livelli dirigenziali, cosicché a questi risulti facilitato l’esercizio del comando. È questa la ragione per cui i conflitti degli strati superiori s’incanalano e agiscano nei livelli inferiori; come sempre, la catena si spezza nel punto più debole e il punto più debole è in questo caso il livello o strato maggiormente omogeneizzato e ambiguo, in altri termini, il più dipendente (il più disumanizzato o svuotato).
      “L’uomo appartiene all’istituzione”. Bisogna cambiare tale precetto con quest’altro: “L’istituzione appartiene all’uomo”. E non si può arrivare a questo risultato soltanto con la psicologia. Ma non si può ottenerlo nemmeno senza di essa.

  6. Riccardo Motti permalink*
    30 novembre 2011 16:14

    Questa citazione è di una densità veramente notevole, mi limiterò ad un breve appunto: sono assolutamente d’accordo con il rifiuto di ogni tentativo di liquidazione che nei confronti della psicologia possa essere perpetrato. Sarebbe un atto ideologico, volto a negare il potenziale di liberazione che è intrinseco nell’accezione di “psicologia” nel suo senso virtuoso. Duole consatatare che su di una così nobile scienza sia stata operata una strumentalizzazione violenta, volta a ridurla a scienza adatta a capire quali candidati sono più adatti all’azienda X, o quale target di pubblico sia maggiormente influenzado dal prodotto Y. D’altronde, quale scienza non ha subito questo processo di neutralizzazione? Rinunciare ad indagare il come l’uomo pensi il sistema, è un ottimo favore fatto alla conservazione del sistema stesso: come questo pensiero possa però farsi addirittura “struttura” mi risulta un pò ostico da capire…

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