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Non essere proprietà

3 gennaio 2012

«Ciò che colpisce nello scritto di Stefania – l’ultimo, a quello che è dato sapere – è la maturità e la saggezza con cui descrive le ragioni del suo impegno femminista».

Così Lea Melandri commenta sulla 27ora l’articolo scritto da Stefania Noce, la ragazza catanese assassinata il 27 dicembre dall’ex fidanzato, il quale ha ucciso anche il nonno di Stefania e ferito la nonna. Stefania era una militante femminista e questo suo articolo è stato pubblicato sul giornalino dell’Università di Catania, La Bussola.

Lo riportiamo per intero, buona lettura.

Ha ancora senso essere femministe?

di Stefania Noce

Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.

A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”:

non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, né, tanto meno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizione di eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.

Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.

Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.

Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.

Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicché le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.

Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perché legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.

Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.

Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perché di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.

Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.

Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.

Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione.”

Sen (Stefania Noce)

5 commenti leave one →
  1. 3 gennaio 2012 14:27

    Un articolo che induce a profonde riflessioni… Stefania aveva le idee ben chiare, ma, spesso, questa chiarezza porta inevitabilmente a non essere compres*o addirittura a tragedie indescrivibili.

    Viviamo ancora in una società maschilista che non dà spazio, anzi, crea problemi insormontabili come quello del lavoro, della parità dei ruoli professionali, per non parlare di quel patriarcato presente da secoli nelle famiglie d’origine e non solo.

    E come dice Stefania:”Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto”.

    Ecco perchè dobbiamo continuare a “lottare” e mi rivolgo a coloro che si sono arres*, a quell*che non credono più in queste battaglie.

    Per quanto mi riguarda la mia voce si aggiungerà al coro di tant* altre donne che come me credono che valga ancora la pena di essere “femministe”.

    Grazie mia cara Sen, e grazie per il tuo impegno. Sono certa che sarai d’esempio per tant* di noi!
    Paola

  2. paola permalink
    3 gennaio 2012 15:07

    grazie Chiara, cndivido

  3. 4 gennaio 2012 18:48

    Perdonatemi ma ci sono delle inesattezze. La Bussola non era (purtroppo oggi non esiste più) un giornalino dell’Università di Catania, bensì un giornale di orientamento politico e culturale creato da persone militanti di LICODIA EUBEA, di tutte le età. Ha avuto purtroppo vita breve e questo articolo di Stefania risale al maggio del 2005, il chè fa riflettere. Se scriveva già così a 18 anni, pensate un po’ davvero negli ultimi tempi!

    • 5 gennaio 2012 12:30

      Ciao Lunaspina, grazie mille del commento. Come dico nel post le informazioni pubblicate qui sono riprese dal blog la 27esima Ora sul sito del Corriere della sera. Comunque anche altri ci hanno riferito per email che la Bussola è stato un giornale cittadino e non universitario e che l’articolo vi sia stato pubblicato addirittura del 2002. In ogni caso questo forse non fa una grande differenza, in qualunque momento sia stato pubblicato l’articolo di Stefania Noce è bellissimo e profondo e siamo contente di ospitarlo qui. Grazie ancora, ciao.

  4. 10 febbraio 2012 02:02

    Si. La risposta è si: ora più che mai.
    Venite a dare un’occhiata a questo progetto.. ma soprattutto al MANIFESTO, l’idea che lo sostiene.. qui:
    http://portaledelledonne.org/retedellereti.html
    ciao!

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