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E’ un paese per vecchi

31 gennaio 2012

“Sei giovani su dieci, dai 18 a 24 anni, sono pronti a fare la mitica valigia sul letto (quella di un lungo viaggio, ça va sans dire) e rifarsi una vita all’estero. Quasi sei giovani su dieci, dai 25 ai 34 anni, altrettanto. Così via, fino ad arrivare ad un 20% (venti per cento?) delle persone sopra i 65 anni.” (Dato Eurispes, tratto dal blog “anordestdiche”). Certo, si tratta di dichiarazioni di intenti, probabilmente molti dei ragazzi che si dichiarano pronti a trasferirsi in un altro paese resteranno in Italia, ma mi sembra un dato su cui riflettere. Perchè i ragazzi (ma non solo) italiani vogliono lasciare il paese, quali sono le motivazioni alla base del loro gesto? Essendo uno di quelli che le valigie le ha fatte sul serio, vorrei condividere con voi una breve riflessione.

Si sente spesso dire che bisogna investire sui giovani, cambiare il mercato del lavoro, stanziare più fondi per la ricerca ed incoraggiare i giovani imprenditori con leggi adeguate. Tutte queste proposte sono più che condivisibili, e rappresentano una maniera efficace di porre un rimedio alla fuga che i numeri citati descrivono. Tuttavia, credo che pensare il problema esclusivamente in questi termini sia una dannosa semplificazione. E’ vero, i ragazzi studiano e lavorano, ma non ci dovremmo dimenticare che, dalla mattina alla sera, ogni giorno dell’anno, essi vivono la propria città. Sarebbe opportuno chiederci quale sia effettivamente la qualità della vita al giorno d’oggi in Italia, e come questo possa influire sulla voglia di molti giovani di lasciare il paese. Non credo di peccare di qualunquismo se affermo che nel nostro paese, in moltissime città, si vive male. In primo luogo, a causa dell’aria che si respira. Come appare evidente da questa mappa, l’Italia è uno dei paesi più inquinati d’Europa, soprattutto al nord, dove la concentrazione di morti dovute a malattie riconducibili all’inquinamento è molto più alta rispetto alla media. Il fatto che si investa ben poco nelle energie rinnovabili, e che si permetta alle auto di circolare in pieno centro storico in nome del commercio non aiuta certo la situazione. Peraltro in alcune città (ad esempio Milano e Roma), muoversi in bicicletta è scomodo e rischioso, rendendo l’uso dell’auto una spiacevole necessità.

Se poi diamo uno sguardo alla vita sociale, il quadro non migliora, anzi. I nostri splendidi centri storici sono stati via via desertificati eliminando i luoghi di intrattenimento, decentrati in centri commerciali-multisala di periferia, e militarizzati da ordinanze sempre più restrittive nei confronti della vita notturna e degli orari dei pub. Si chiudono i locali nel nome della sicurezza, quando si sa benissimo che l’assenza di anima viva rende il cuore della città un luogo ideale per la proliferazione di episodi di microcriminalità, i quali vengono poi strumentalizzati per rendere la morsa del controllo ancora più forte. Luci abbaglianti, telecamere ovunque, nessuno in giro: questa è la desolante scena che si presenta agli occhi di chi passeggia per il centro (anche di una città nella quale, secondo le statistiche, si “vive bene” come Reggio Emilia). Il problema non è solo di natura macroeconomica, ma credo abbia una profonda radice sociale. Il nostro è un paese per vecchi, per questo i ragazzi se ne vanno.

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