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L’estratto conto non è un’opinione

17 febbraio 2012
Il giovane Luca Nicotra rilascia un’intervista allo Herald Tribune e dice che sì, in Italia le cose sono messe un po’ malino, però i giovani si dovrebbero dare da fare. Perché lui e i suoi amici hanno “messo in piedi un’impresa che è autofinanziata dai soci”. Grazie. Avendo già i soldi, allora siamo bravi tutti. Luca Nicotra, che è stato definito il simbolo dei precari italiani, sembra non avere ben presente che senza accesso al credito, senza soldi non solo non si può “fare impresa” ma non si può nemmeno mangiare tutti i giorni. E non perchè non ho la voglia di investire nei miei sogni e nei nuovi progetti, ma semplicemente perchè se sono mettiamo 5 anni che faccio lavori precari pagati una miseria, magari devo pure pagare un affitto, dove li trovo i soldini per fare impresa con i miei amici? E non è questione di pigrizia, o di piangersi addosso, è questione di matematica. 
Ma quand’è che ci diciamo la verità, e cioè che di lavoro in Italia non ce n’è, soldi non ce ne sono, e che non si muove una foglia? Perché a invocare gli esempi della Germania e degli Usa siamo bravi tutti, peccato però che ci siano delle differenze strutturali decisive!
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6 commenti leave one →
  1. 17 febbraio 2012 10:37

    Ci sono banche che giurano di dare credito ai precari. Ci crediamo?

  2. Laura Capuzzo permalink*
    17 febbraio 2012 10:49

    Mah sono un tantino scettica a riguardo. 🙂
    E aggiungo una cosa che mi sono dimenticata di scrivere nel post: che magari c’è pure qualche sfigato o sfigata che non gli importa un emerita cippa di fare impresa o realizzare grandi progetti, qualcuno o qualcuna a cui basterebbe un lavoro ordinario (eh si, che brutta cosa!), che non gli faccia troppo schifo e che sia ragionevolmente sicuro. Magari non proprio tutti abbiamo l’ambizione di fare i capitani d’impresa alla Steve Jobs.
    E poi magari c’è pure qualche matto o matta che pensa che il lavoro serve a vivere e non viceversa…

  3. paolam permalink
    17 febbraio 2012 12:12

    Cara Laura, non soltanto esistono persone alle quali non importa un bel niente di “fare impresa” ma, come ogni persona normalmente intelligente sa, non tutti i lavori possono essere di tipo imprenditoriale, anzi, la maggior parte non possono esserlo. E’ stata proprio l’idea truffaldina di fare di ogni potenziale lavorat-ore/rice un imprenditore quella che ha portato al deleterio fenomeno delle finte partite iva, dei cococo, cocopro etc. etc., con il danno per l’economia e per la società che oggi è sotto i nostri occhi.

  4. Valentina Ricci permalink
    17 febbraio 2012 19:42

    Siamo al delirio: e soprattutto, siamo al punto in cui ti devi sentire in colpa se vuoi una vita normale. Ignorando il fatto che i giovani tedeschi e americani di certo non sono come ce li dipingono. Si danno da fare, certo, studiano, certo, ma lo fanno in vista del fatto che avranno un lavoro. Io negli USA ci vivo e ci lavoro, e recentemente sono stata ad un incontro (uno di quegli incontri di cui il Nicotra parla ammirato), organizzato dal “Career Center” – tanto per capirci – dell’università, in cui i relatori, giovani neoassunti nella stessa università, suggerivano di rifiutare i contratti temporanei perché “non si può fare ricerca e lavorare bene vivendo nella precarietà”. L’idea che ci danno dell’America (grande mito facile da invocare ma di fatto poco conosciuto) è un tantino diversa dalla realtà. Il sogno della maggior parte di coloro che fanno parte della stessa generazione di Nicotra, è quello di avere un buon lavoro, con uno stipendio il più alto possibile, e il più stabile possibile. Ah, se hai un dottorato (in qualunque materia), qui, il tuo stipendio è più alto, perché sei considerato più qualificato. Mai provato a cercare lavoro con un dottorato in Italia? Io sì, e alla fine ho cambiato continente (per potermi pagare l’affitto, mica per diventare ricca).

  5. 18 febbraio 2012 18:19

    Ciao Laura, sono Luca, il ragazzo dell’articolo. Ti rispondo perche’ mi interessa infilarmi nel dibattito partito da quell’intervista magari cercando di capire se è possibile un ragionamento complessivo sul tema del precariato, evitando strumentalizzazioni da parte della stampa che pure ci sono. Nell’articolo dell’International Herald Tribune veniva compressa una mia lunga intervista estrapolando esattamente 2 concetti: (1) che noi in Italia la mobilità sociale e lavorativa di altri paesi europei e americani ce la sognamo (2) che da noi raramente si insegna a fare l’imprenditore. In realtà il ragionamento era molto piu’ complesso, e l’ho cercato di esprimere in questa lettera aperta a Monti e Passera (http://www.corriere.it/cronache/12_febbraio_16/lettera-luca-nicotra_d3f147fe-58a4-11e1-9269-1668ca0418d4.shtml) in cui elenco anche le mie priorità: “(1) accesso al credito. (2) Maggiore possibilità di studiare e mettere a frutto conoscenze e talenti. Oltre che (3) ammortizzatori sociali universali. Ma soprattutto (4) vanno create condizioni di libertà in quei settori dell’economia che più degli altri possono permettere di aprire ed innovare la società.” Mi pare che diciamo piu’ o meno le stesse cose, tanto sull’accesso al credito quanto sulla differenza abissale con paesi esteri. Anzi, la mia affermazione sull’assenza di mobilità sociale era proprio in risposta alla giornalista che mi chiedeva perplessa il perchè di un dibattito tanto acceso sul posto fisso. Per quanto riguarda poi il diritto al lavoro ordinario, sono d’accordo. Come ho cercato di sottolineare nelle varie interviste la mia è solo una storia personale perche’ questo mi è stato chiesto. E non pretendo di generalizzare. D’altra parte è anche vero che, in una dimensione che non sono in grado di quantificare, piu’ imprenditori dovrebbero voler dire anche piu’ imprese e quindi posti di lavoro “normali”. Ma magari su questo mi sbaglio, non sono un esperto.
    Rispondo anche a Valentina: per quanto riguarda gli Stati Uniti, se ho mai avuto il sogno americano è finito dopo qualche settimana passata a Pittsburgh (PA), dove ho toccato con mano la drammatica società USA. Un centro ricchissimo, una periferia devastata. E gli incontri di cui parlavo (in Germania non negli states) non erano per nulla simili a quelli di un Career Center. Erano delle vere e proprio lezioni che coprivano dettagli legali/economici/burocratici per aprire un’azienda.
    Infine una precisazione. Agorà Digitale non è un’azienda ma un’associazione no profit che si occupa di libertà di informazione e ho contribuito a fondarla, lavorandoci a titolo gratuito per anni nelle ore che riuscivo a strappare al lavoro. Parlavo di imprenditorialità in questo caso, perchè anche per un’associazione c’è la necessità di far quadrare i conti, ma evidentemente ho disorientato la giornalista. Mi fermo che ho già scritto troppo. Buon weekend. 🙂

  6. Laura Capuzzo permalink*
    19 febbraio 2012 17:18

    Caro Luca, le tue precisazioni sono interessanti e utili per il dibattito, e in linea generale deve ammettere che mi trovo d’accordo con te. Sono un po’ scettica sull’equazione più imprese = più posti di lavoro normali, perchè probabilmente saranno posti a tempo determinato, co.co.co e chi più ne ha più ne metta (con un considerevole risparmio per l’imprenditore), ma non sono un’esperta in merito per cui non so. In generale, la mia impressione è che dal punto di vista economico la mobilità mal fatta e mal pensata che abbiamo in italia faccia comodo a tanti, e che la situazione attuale di precariato selvaggio venga fatta passare come il sacrificio da farsi in nome del progresso e come il prezzo da pagare per uscire dalla crisi. Il che – secondo me – oltre che disonesto è anche criminale.
    Grazie per il tuo intervento. 🙂

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