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Quarto potere

1 marzo 2012

Quello che sta accadendo in Val di Susa andrebbe, a mio parere, descritto come ciò che non si deve fare in nessun caso all’interno di un movimento che voglia raggiungere un qualsiasi risultato. Mi riferisco in particolare a tre episodi: il primo è il ragazzo che insulta ripetutamente un carabiniere, il secondo è l’aggressione, a cui non è seguita alcuna scusa, di una troupe del corriere ad opera di 40 militanti, e in generale al clima di diffidenza che si è creato nei confronti dei mezzi di informazione. Io capisco ed in parte condivido i motivi che stanno alla base delle mobilitazioni in Val di Susa, e proprio per questo non riesco a contere il disappunto per quello che è un errore tanto grave da poter, in sè, mettere a repentaglio l’intero movimento, a spese di chi ci mette la faccia tutti i giorni. Non possiamo dimenticare che siamo nella società dell’apparire: quello che esiste non viene inteso per quello che è realmente, ma per l’immagine che i mezzi di comunicazione ne danno. Rifiutare questa dinamica allontanando la stampa da sè e, in certi casi, aggredendola con l’accusa paranoica di fare “spionaggio” a favore della polizia, vuol dire non essere coscienti della conformazione sociale e politica dei tempi che stiamo vivendo, essere immersi in un passato ideologico. Bisogna parlare ai media, spiegare le proprie ragioni, far capire il proprio punto di vista: così si riusciranno a coinvolgere più persone nella propria battaglia. Se ci si isola a priori, si perde in partenza.

Vorrei prendere come esempio i moti rivoluzionari che abbiamo potuto osservare nei mesi scorsi nel Maghreb, così come quelli che stanno avvenendo in questi giorni in Siria: in questi casi, con pochissime eccezioni, i media sono stati invitati e protetti, per quanto possibile, dalle cosiddette forze “ribelli”. Non è un caso. Essi, con un’astuta mentalità politica, sapevano benissimo che l’accattivarsi le simpatie dei media era una condizione necessaria, seppur non sufficiente, alla buona riuscita delle loro azioni. Non è un caso nemmeno il fatto che il potere costituito veda i giornalisti come un obiettivo, come un nemico: basta guardare il numero di giornalisti uccisi nei mesi scorsi durante queste rivolte. Chi sa di essere nel torto uccide i giornalisti perchè ha paura del loro potere, ovvero quello di raccontare una verità scomoda, che può modificare la tendenza dell’opinione pubblica nei confronti di una protesta, anche violenta. Quello che sfugge a chi vede i giornalisti come un nemico è che in generale la gente non ha paura della violenza in sè, ma ha paura della violenza che appare essere gratuita, insensata. Saper parlare coi media significa soprattutto poter spiegare il perchè di un atto violento, che può diventare lecito nel momento in cui il motivo che sta alla base di esso è chiaro agli occhi di chi lo sta osservando.

Mettere a tacere i media significa decidere che il pubblio non deve sapere, o se vuole sapere deve farlo attraverso i mezzi di comunicazione che il movimento utilizza: ma questo presuppone uno sforzo che il cittadino medio non compie, perchè non è abituato a pensarlo. Egli si basa su quello che i mezzi di comunicazione di massa gli presentano come realtà dei fatti, e bisogna entrare in questi canali se si vuole che la propria versione sia garantita e diffusa. Proprio perchè i media non possono mai essere totalmente obiettivi, esiste una possibilità di influenzarli in senso positivo, convincendo chi racconta la protesta che essa viene fatta in nome di ideali che sono più umani, più giusti di quelli che la politica persegue nel momento in cui reagisce e manda la polizia. Se si decide a priori di ignorare l’esistenza del quarto potere, esso non può che rivolgersi proprio contro chi agisce come se non esistesse.

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6 commenti leave one →
  1. Chiara permalink
    1 marzo 2012 23:24

    Sono perfettamente d’accordo con te per quel che riguarda la teoria del discorso. I mass media sono, appunto, mezzi, e non serviva Berlusconi per capire quanti siano fondamentali per veicolare contenuti a un elevatissimo numero di persone, che siano questi contenuti commerciali, d’intrattenimento, commerciali o più specificamente politici. Anzi, in particolare per i contenuti politici si necessita di una comunicazione quanto più possibile precisa e corretta. Perciò per ogni movimento una strategia nei confronti dei media è essenziale.

    Questa è la teoria. Ma per quanto riguarda la realtà del movimento No Tav, credo che le cose siano più complicate. Innanzitutto per la conformazione del movimento, che è vecchio di vent’anni ed è sempre stato molto attento a tenere unite le proprie diverse anime, dalle vecchie di Chiomonte ai giovani dei cso di mezza Italia. Non si rinnega, si tiene unito. In secondo luogo per la assordante sordità dei mezzi di informazione: è molto difficile non percepire come nemici i mezzi di informazione che informazione sui “contro” della Tav non l’hanno fatta mai. Attenzione, non sto dicendo che le violenze siano giustificate, ci mancherebbe. Ma se gli organi di informazione non fanno informazione è grave. Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti: ci sono molti soldi in ballo e l’unanimità delle forze parlamentari – si sa che i media da questo non sono indipendenti. Per quanto riguarda l’atteggiamento dei media faccio notare che il filmato di Marco Bruno, il ragazzo che apostrofa come “pecorella” il carabiniere, è stato trasmesso ovunque con l’intento di criminalizzare Bruno e santificare il carabiniere. Io credo che se fosse passato anche solo la metà delle volte un video in cui si spiegavano le ragioni dei No Tav oggi l’umore del movimento sarebbe meno esasperato. Per non parlare della prima pagina di Libero contro Luca Abbà, definito “cretinetti” nel momento in cui rischia la vita
    http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=1BFAH1
    In conclusione mi sembra che se la cittadinanza viene esclusa dalle decisioni politiche e oscurata e sbeffeggiata dai mezzi di informazione per vent’anni, episodi di violenza come l’aggressione alla troupe del Corriere siano autolesionisti e controproducenti, ma inevitabili.

    • Riccardo Motti permalink*
      2 marzo 2012 10:06

      Grazie per il commento. Il tuo punto di vista è sicuramente interessante, e ha delle solide basi argomentative: è vero che i media, storicamente, non hanno avuto certo un trattamento di favore rispetto alle dinamiche del movimento No-Tav, la cui conformazione stessa impedisce che ci sia una linea chiara. Ma proprio questo è, a mio parere, un suo grosso limite, che appunto lo rende vulnerabile nei confronti della stampa. Se si vuole raggiungere un obiettivo occorre, a mio parere, dotarsi di una linea chiara e distinta, in modo da evitare possibili equivoci nei confronti dei mezzi di informazione, che sono pronti ad ingigantire ogni possibile ambiguità, a sfruttare ogni errore. Se si lascia il piede libero all’azionismo e allo spontaneismo va a finire, come è successo, che un insulto ad un carabiniere diventa il simbolo di un movimento che ovviamente non si riduce a questo, ma la cui immagine ne risulta fortemente danneggiata. Che la cittadinanza sia stata esclusa dalle decisioni politiche è sicuramente vero, il che è un buon esempio del fallimento della politica contemporanea, la quale invece di cercare il dialogo ricorre al manganello e trasforma una disputa politica in un problema di ordine pubblico: tuttavia il fallimento mediatico della protesta non è, a mio parere, da imputare esclusivamente agli ordini dall’alto a cui i media si sarebbero piegati, ma vi è una partecipazione di colpa da parte dei No Tav stessi, che non sono riusciti a dare al proprio movimento un’identità politica chiara, la quale avrebbe potuto evitare a priori molte incomprensioni e letture di parte.

      PS: l’esempio che porti è interessante: un’ulteriore conferma di come Libero non sia un giornale, ma pura spazzatura. La redazione di Libero riesce sempre e comunque a toccare il fondo. Complimenti.

  2. Ilaria Durigon permalink*
    2 marzo 2012 12:43

    Credo che si stia dando per scontato che in Italia l’informazione sia libera e non in mano a questo o quel potere. Non si tratta di un ‘quarto potere’, cosa che presupporrebbe una sorta di autonomia e indipenenza rispetto agli altri.. Il giornalismo italiano è completamente fagocitato all’interno delle logiche partitiche o economiche. Non è autonomo e quindi c’è poco da fare. Gli interessi di tutte le forze politiche a favore della TAV sono risapute e quindi i giornali, strettamente collegati a questo o quel partito, a questo o quel gruppo economico, non fanno altro che difendere interessi determinati. Mi pare che i piu’ seri siano quelli del Fatto Quotidiano. Qui l’articolo di oggi di Travaglio…geniale… http://usenet.it.rooar.com/showthread.php?t=7229954

    • Riccardo Motti permalink*
      2 marzo 2012 14:06

      Grazie per il commento, mi da la possibilità di approfondire tematiche importanti. In primo luogo, a mio parere il “quarto potere”, ovvero la possibilità, da parte dei media, di manipolare l’opinione pubblica è il fondamento della società contemporanea: ma la constatazione della sua esistenza non implica necessariamente che sia da intendere come un potere indipendente. Proprio per questa sua enorme potenzialità, esso diventa oggetto del desiderio di chi detiene il potere politico ed economico, e vuole fare in modo di avere un controllo più efficiente sull’opinione pubblica. Ma liquidare il sistema dell’informazione in nome di questa sua mancata indipendenza mi sembra riduttivo, equivale a buttare via l’acqua con il bambino dentro. Lungi da me partire dal presupposto che la stampa sia libera, detentrice della verità! In un paese come l’Italia, equivale a creder ad una favola. Tuttavia, come dicevo rispondendo a Chiara, è proprio il fatto che la stampa parta prevenuta, per dinamiche di potere, nei confronti del movimento No Tav (e, più in generale, nei confronti di qualsiasi movimento che osi proporre un punto di vista alternativo rispetto a quello mainstream), a rendere necessario un impegno più forte da parte degli attivisti per far comprendere le ragioni della loro lotta al grande pubblico. Non tutti i giornali sono direttamente controllati dalla politica o dai partiti, c’è una possibilità di espressione di un punto di vista alternativo: basta guardare i successi, seppur parziali e discutibili, che in questo senso movimenti come Anonymus, i vari Occupy e perfino gli indignati sono riusciti ad ottenere. Proprio perchè ciò che esiste viene capito in base all’immagine che i sistemi di informazione ne forniscono, è sull’informazione stessa che va combattuta la battaglia più difficile ed importante.

      PS l’articolo che mi segnali è molto bello, e lo condivido quasi completamente. Quando Travaglio fa il giornalista dimostra di avere un invidiabile talento naturale, cosa che gli manca quando cerca di fare il comico o il moralizzatore.

  3. Valentina Ricci permalink
    3 marzo 2012 01:38

    Ognuno di voi esprime senz’altro punti di vista condivisibili sul ruolo dei media e sulla necessità dei movimenti di essere estremamente organizzati e attenti proprio per non prestarsi in alcun modo al gioco facile di chi li vuole strumentalizzare. Come spesso ho sostenuto, per combattere contro un nemico estremamente organizzato, abile e con dei meccanismi di autodifesa molto precisi e oliati, bisogna essere almeno – e sottolineo, almeno – altrettanto organizzati e altrettanto pronti a sviluppare efficaci strategie di difesa, nonché un linguaggio proprio che sia in grado di imporre una visione diversa della realtà. E’ vero, Riccardo, che i vari Occupy e i vari indignati (discorso diverso per gli Anonymous) hanno ottenuto parecchia visibilità, ma in quel caso bisogna sottolineare la carenza totale di un’identità politica: pochissimi mesi fa gli Occupy Wall Street dibattevano sull”opportunità di darsi un luogo stabile, una rappresentanza, dei portavoce, e un programma o dei punti definiti. Hai voglia, di questo passo.. mentre si fanno riunioni in cui si agitano le mani a farfallina (perché applaudendo si fa rumore e ci si interrompe) e riunioni per decidere come fare le riunioni, il mondo va avanti e la visibilità passa, perché sappiamo bene quanto sia effimera l’attenzione dei media. Insomma, contenuti chiari, determinazione, attenzione (quasi maniacale, direi) al modo in cui si comunica. A quel punto, qualche atto poco nella norma ce lo si può anche permettere, sostenuti dalla forza delle proprie posizioni.
    Speriamo.

    PS. Al di là di tutte queste valutazioni, mi sembra che un effetto, senz’altro, sia stato determinato dalla caduta dal traliccio di Luca Abbà, dall’insulto ovino rivolto da un carabiniere da parte di Marco Bruno, e in generale da tutto il casino che hanno fatto i No-Tav: si parla della Tav, cosa che altrimenti non sarebbe mai accaduta, come tutte le volte in cui si reagisce civilmente a un sopruso di queste proporzioni. Su questo dovremmo riflettere.

    • Riccardo Motti permalink*
      3 marzo 2012 15:23

      Grazie per il commento, sono molto contento del dibattito che questo post ha suscitato. Sono d’accordo con quello che scrivi, soprattutto a proposito degli Occupy e affini: sicuramente il loro azionismo li ha aiutati ad avere una maggiore visibilità mediatica, ma in fin dei conti la loro carenza di identità politica è al tempo stesso il motivo per il quale questa visibilità è destinata a svanire presto. In effetti si cerca l’atto simbolico quando non si hanno molte frecce al proprio arco. Non posso che concordare in pieno anche con ciò che scrivi a riguardo dell’organizzazione: sviluppare strategie di difesa ed avere un linguaggio unitario sono condizioni necessarie per qualsiasi movimento che voglia ottenere un risultato. Una volta che ci si è dotati di tale protezione mediatica, l’atto violento può avvenire, perchè c’è la possibilità di spiegare all’opinione pubblica i suoi motivi e i suoi obbiettivi.

      Si, la dialettica dei media ha fatto in modo che il tentativo, operato dai mezzi di comunicazione, di condannare la protesta in Val di Susa come uno scontro tra ragazzacci violenti e pazienti carabinieri abbia in realtà reso possibile un confronto ampio sui motivi che la animano, e questo, al di là delle letture ideologiche che ne vengono fatte, è una elemento sicuramente positivo. Mi sembra un’ulteriore conferma che, volenti o nolenti, ci si trova sempre ad avere a che fare con dei mass media che modificano la tua immagine a loro piacimento.

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