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Il sillabario del precario/2

29 maggio 2012

Oggi pubblichiamo le riflessioni di un amico sul tema della (cosiddetta) precarietà. Come psicologo, Francesco si è occupato con la sua associazione del problema del precariato/precarietà e della sua influenza sulla vita di chi si trova in questa diffusa situazione (non)lavorativa. Il dialogo sul tema era iniziato qui.

Disoccupati di società.

Innanzitutto un caro saluto a tutte le amiche e agli amici del blog FemminilePlurale. Chiedo scusa per la lunga assenza, dovuta in parte agli impegni lavorativi, ma anche alle varie vicissitudini economiche e sociali che ci hanno attraversato in questi ultimi mesi e che, in qualche modo, ci hanno costretto a ripensare le questioni inerenti al lavoro e al precariato. Dobbiamo anche dire che quel rischio di disoccupazione, di cui avevamo parlato in precedenza, si è svelato a tal punto che ormai è l’emergenza.

La disoccupazione, l’assenza di lavoro, ha sostituito la precarietà come parola, rispetto al tema del lavoro, sulla lingua di tutti quanti e in qualche maniera lo avevamo predetto. Ovviamente non abbiamo nessuna sfera di cristallo, era semplicemente evidente. Eppure i lavoratori precari esistono ancora, come anche la loro fragilità lavorativa che risulta essere ancora più evidente.

Prima di trattare altri punti vorrei, brevemente, sintetizzare le precedenti argomentazioni che ci avevano portato ad affermare che è, di fondamentale importanza, proprio il rapporto di tipo economico che i soggetti intrattengono tra di loro e con le istituzioni e che questo determina moltissimo della vita dei soggetti, nella loro interezza. Abbiamo anche detto che la precarietà copre il vero problema che è la disoccupazione o il suo rischio. “…Oggi si parla di «disoccupazione strutturale», di una «sottoclasse» che non trova più posto né funzione né utilità in un sistema sociale razionalmente organizzato, autosufficiente e capace di funzionare senza alcun danno (anzi probabilmente con profitto) eliminando un terzo dei suoi membri attuali (alcuni studiosi, più pessimisti, preannunciano l’avvento imminente della «società di un terzo»). Oggi i disoccupati non sono più l’«esercito di riserva del lavoro»: ben sappiamo che il progresso economico non equivale a un aumento della domanda di forza-lavoro; che l’incremento degli investimenti annuncia un calo e non un aumento di occupazione; che la «razionalizzazione» significa l’assottigliamento delle imprese e il taglio dei posti superflui […] Gli individui superflui portano quindi le stigmate dei parassiti…”. Tutto ciò, come dice Bauman in questa citazione di dodici anni fa, è oggi evidente.

Ora il rapporto lavorativo, come qualsiasi altro discorso sociale, ha un riflesso evidente dovuto alla crisi dei sistemi sociali e il lavoro precario ha dissolto la coscienza non tanto di classe, intesa come segmento o parte di un tutto, quanto la coscienza collettiva dell’essere lavoratori, utili alla società di cui si è parte e a cui si vorrebbe contribuire. Giornalmente gli avvoltoi volano intorno al soggetto ricordandogli che da un momento all’altro potrebbe tornare ad essere inutile per gli altri. Lavoro e cittadinanza sono due questioni particolarmente legate tra di loro. Lavoro è cittadinanza. Non penso sia un caso che oggi si inizi a parlare di reddito di cittadinanza, poiché senza lavoro sembra perdersi quello status che, qualunque sia il destino personale, lega il soggetto agli altri, ad un insieme di concittadini. Del resto la più grande mancanza della politica di questi ultimi vent’anni è stata quella di favorire, promuovere, cittadinanza, parola tra le più belle che delineano il legame sociale. Potremmo dire che la disgregazione delle reti sociali reali oggi ha effetti devastanti anche nell’ambito lavorativo. Quindi, come tutto ciò si traduce nel rapporto tra lavoratori?

Ovviamente, nell’assenza di quel minimo di sicurezza lavorativa, che non è il contratto a tempo indeterminato, quanto una prospettiva progettuale in un ambito così importante della vita del soggetti. Viene a mancare il senso di appartenenza sociale al luogo di lavoro, che è anche scena di una delle manifestazioni principali di protesta: l’occupazione del luogo di lavoro. Il lavoratore dal punto di vista emotivo è come un bambino che vive sotto l’egida di una genitorialità abbandonica, rischia giornalmente l’orfanotrofio sociale. L’ambiente di lavoro quindi, non è più un luogo in cui è possibile costruire legame; se tutti combattono per il mantenimento del proprio lavoro, potranno anche lavorare molto bene, ma non potranno mai stabilire un rapporto fino in fondo cooperativo con i colleghi. Ognuno guarda al proprio. La conseguenza diretta di tutto ciò, penso, sia la moda delle risorse umane. L’uomo ha una dimensione sociale del lavoro direi “innata”, sa per “natura” come sia il lavoro in gruppo. Nonostante ciò, oggi, si formano le persone al lavoro di gruppo, alle potenzialità che sono insite nello sviluppare un compito collegialmente, proprio per contrastare, per quanto possibile, la dissoluzione del legame sociale nell’ambito lavorativo. Il lavoro, come oggi è strutturato ha molte incrinature dal lato della socialità e d’altronde non ci si poteva aspettare altro dal neo-liberismo. Alcuni autori, che purtroppo non ricordo e che mi dispiace non citare direttamente, parlano giustamente di “atomismo” lavorativo, espressione che condensa in maniera più che egregia il significato d’isolamento del soggetto lavoratore precario.

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2 commenti leave one →
  1. Ilaria Durigon permalink*
    30 maggio 2012 13:28

    Caro Francesco, innanzitutto grazie del tuo contributo. Riguardo a quello che scrivi avrei delle perplessità di cui mi piacerebbe discutere con te. E’ un tema a me molto caro, sul quale però non ho riflettuto a dovere. Capisco e condivido la tua diagnosi sulle ripercussioni che la precarietà ha nelle relazioni sociali, il suo disgregare i rapporti interindividuali.
    La questione che secondo me si pone a questo punto è la seguente: il problema sta a mio avviso non solo nella disgregazione prodotta dalla precarietà ma anche nel modo in cui sono state finora pensate e agite quelle relazioni sociali. Il fatto cioè di legare indissolubilmente il sociale al lavoro. Lo stesso discorso dicasi per l’affermazione secondo cui ‘il lavoro è cittadinanza’: ma allora forse non è che abbiamo un’idea di cittadinanza un po’ troppo ‘esclusiva’? non so se sono chiara…ciò che mi lascia perplessa è dare questa assoluta centralità al lavoro (come si suol dire…il lavoro che ti realizza…)…mi piacerebbe pensare che se tutti avessimo disponibilità economiche da non aver bisogno di lavorare potremmo sentirci realizzati anche nel fare ‘altro’…mi pare che questa ossessione per il lavoro sia un prodotto tipicamente occidentale, figlio del capitalismo.

    • 3 giugno 2012 20:36

      Prima questione. Legare il sociale al lavoro. Penso che le due cose siano in qualche modo connesse. il primo art. dell’atto costitutivo del nostro stato lo evidenzia. in che maniera e in che misura ne possiamo discutere.
      Centralità sul lavoro. Il capitalismo moderno non è centrato sul lavoro, ma sul risultato economico e performativo della vita sociale, ricercando in ciò il piacere. il piacere sta nel guadagno, non tanto nel lavoro. in questo senso hai assolutamente. Il lavoro così inteso è “un prodotto tipicamente occidentale, figlio del capitalismo.”

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