Skip to content

La realtà vale più di mille parole – Parte 2

11 luglio 2012

Il sapere teorico serve spesso a fornire una chiave di lettura per comprendere la realtà che ci circonda e la sua costruzione si basa proprio su una sorta di circolo: osservando la realtà si forma un pensiero, che si struttura a livello astratto e che poi viene ri-applicato alla realtà per spiegarla. Questo procedimento che collega il pensiero alla realtà è messo in atto da secoli, più o meno da quando Talete affermò che il principio di ogni cosa era l’acqua. Non mi sembra eccessivo affermare che fa parte dell’essere umano e della sua capacità razionale. Tuttavia, le cose vanno bene fino a quando la chiave di lettura intepretativa non diventa l’unica via per mezzo della quale parlare della realtà, ovvero quando il mio pensiero intepretativo diviene ideologia.

Qualche giorno fa ho assistito ad un dibattito-incontro sul tema donne, la forza e la violenza. Ebbene, lì mi si è presentato chiaro e limpido l’esempio di quello che accade quando le lenti intepretative, filosofiche e sociologiche che impieghiamo divengono l’unico e il solo modo per affrontare la realtà. Tutti i relatori e le relatrici (quattro in tutto) provenivano dall’ambiente della ricerca universitaria italiano perciò più o meno abituati al parlare in pubblico e a tenere relazioni, mentre l’uditorio era molto variegato composto da persone di tutte le età e (presumibilmente) con percorsi di studi tra loro eterogenei e di estrazioni sociali differenti. Ora, seppur con molti buoni propositi l’incontro non è stato per nulla un successo.

In primo luogo, ho dovuto constatare che nessuno dei relatori aveva preparato una relazione scritta, che permette di essere chiari, di seguire un filo logico. Di solito si impara subito che anche se devi parlare al circolo della briscola di tua nonna per dovere di chiarezza è bene preparare un canovaccio da seguire mentre si parla. Nemmeno i più grandi parlano a braccio perchè è veramente facile essere confusi e farragginosi. Esattamente quello che sono stati i relatori in questione.

Luke Chueh, “Carne”

Dal punto di vista contenutistico ho dovuto constatare quello che dicevo sopra, ovvero uno di quei casi in cui la chiave interpretativa è così presente, dominante, schiacciante e ingombrante  da impedire che l’uditorio capisca effettivamente quello che si sta dicendo.

Tutti i relatori avevano un approccio che potremo definire “foucaultiano”* leggevano la realtà e i cambiamenti a cui la nostra società sembra essere soggetta attraverso la chiave interpretativa fornita da questo filosofo francese particolarmente à la page in molti dipartimenti italiani. Ora, se da un lato è giusto e necessario impiegare le teorie convincenti per intepretare la realtà, tuttavia si sfiora il ridicolo quando la realtà viene piegata e modificata per mantenere fede alla suddetta teoria. Perché così diventa ideologia, dogma e non ha nulla di differente dalla religione. Oltretutto, succede spesso che il pensiero filosofico di qualcuno venga del tutto snaturato dalla ripetizione non ragionata di una teoria che diventa in qualche modo “vulgata” perciò estremamente semplicistica e poco comprensibile.

Prima di impiegare termini come governance, di parlare di soggettivazione di corpi, di neoliberismo, di fine del patriarcato (?), sarebbe necessario definire questi concetti per chi non li conosce, altrimenti si preclude non solo la possbilità di un qualsiasi dibattito (non posso dirti la mia opinione se non siamo nel medesimo terreno concettuale) ma la stessa possibilità di comprendere quello che mi viene detto e spiegato. Senza contare che se ci si volesse aggiungere malafede, potrei pure pensare che quei concetti che impieghi e utilizzi non me li spieghi perché forse non li hai capiti.

Cosa ha capito l’uditorio e la sottoscritta delle relazioni che sulla carta sembravano così interessanti? Nulla, l’autoreferenzialità degli interventi era troppo alta. E mi chiedo: chi non si occupa di tematiche di genere, chi non sa cosa sia il femminismo o ne ha un’idea limitata o distorta, seguendo un dibattito di questo genere, che idea si fa del femminismo? Di certo non un’idea edificante e positiva.

Quando la teoria schiaccia la prassi, quello che ne risulta è un sapere valido solo per l’accademia, ma che non ha alcuna presa effettiva e utile sulla realtà. Per questo la realtà vale più di mille parole, di mille teorie, di mille discorsi. Se con la teoria invece che spiegare la realtà la rendiamo incomprensibile allora è meglio che prendiamo la nostra bella teoria e la buttiamo nel cesso.

*Michel Foucault

Advertisements
5 commenti leave one →
  1. fabrizia permalink
    12 luglio 2012 12:11

    Penso che un conto sia ll cattivo uso della teoria, un conto la sua cattiva esposizione, un conto l’incapacità soggettiva di produrre relazioni fra gli accademici e il resto delle persone, un conto il pensiero maschile, un conto il pensiero femminile, un conto l’ignoranza diffusa del pensiero femminile e in particolare del pensiero politico della differenza, un conto il neofemminismo d’accatto che di tutto questo patrimonio ha fatto e sta facendo una strage. Tutti conti separati, plesae.

    • 12 luglio 2012 14:08

      Fabrizia, ora non capisco se il tuo commento sia dettato solo dalla necessità di fare polemica, e se non è così ti inviterei ad argomentare per permettere agli altri di capire che quello che stai dicendo è dotato di senso ed è magari condivisibile.
      Secondo il mio modesto parere è assurdo affermare che si tratta di “conti separati”, quelli che tu hai elencato sono aspetti intrecciati tra loro e che spesso si condizionano a vicenda. Il cattivo uso della teoria, può derivare da una sua cattiva comprensione della stessa da cui ne consegue anche una cattiva esposizione. Se non ho capito di cosa si tratta, lo impiegherò male, e non sarò in grado di spiegarlo. Purtroppo (ma io penso perfortuna) noi e la realtà non siamo fatti per compartimenti stagni.

  2. fabrizia permalink
    13 luglio 2012 11:17

    Laura, che tu metta indubbio che il mio commento sia dotato di senso, da cosa dipende, di grazia? da una certa intolleranza a sostenere i punti di polemica o la polemica stessa? E comunque mi spiego ulteriormente sperando che ci si possa comprendere anche se un po’, vista la reazione, ne dubito.
    Non serve schierarsi pro o contro la teoria né pro o contro la prassi: sono entrambe necessarie: un abuso della prima fa torto a se stessa ma anche un agire cieco, senza cornici, senza consapevolezza che si è comunque circoscrivibili in una qualche cornice teorica, è altrettanto dannoso. Pensavo che si fosse di fornte ad una provocazione feconda, invece ci siamo ridotte a partigiane della prassi, se una osservazione viene presa come sterile polemica. Ma la polemca stessa non è utile? Mi pare di no, qui.

    • 13 luglio 2012 11:49

      Fabrizia, mi dispiace che il mio commento ti abbia infastidito, ma era una richiesta di chiarezza. Affinchè una osservazione sia comprensibile, è necessario argomentare per farsi capire.
      E infatti: “Non serve schierarsi pro o contro la teoria né pro o contro la prassi: sono entrambe necessarie: un abuso della prima fa torto a se stessa ma anche un agire cieco, senza cornici, senza consapevolezza che si è comunque circoscrivibili in una qualche cornice teorica, è altrettanto dannoso. ”
      Così è molto più chiaro. Rispondo dicendo che nessuno qui si è schierato pro o contro la teoria (mi sembra francamente alquanto stupido) e sono d’accordo con te che entrambe sono necessarie. Cosa che, penso, si capisce anche dal post.
      Perciò non serve appellarsi al diritto di fare polemica visto che siamo d’accordo. E hai capito bene, qui riteniamo che la polemica fine a se stessa non sia utile (perchè poi dovrebbe esserlo visto che è fine a se stessa – scusa, ma anche questo mi sembra assurdo), perchè è uno strumento controproducente, che blocca il dialogo invece di favorirlo, e che, talvolta, viene usato in malafede.

  3. Lorenzo permalink
    16 luglio 2012 15:38

    E’ interessante questa discussione sulla teoria e la realtà.
    Se dovessi chiedere a 10 persone il significato della parola “realtà” otterrei 10 definizioni diverse; la stessa cosa succederebbe se chiedessi il significato della parola “teoria”.
    Non ha quindi nessun senso parlare di questi argomenti, a meno che io non possa far capire da subito cosa intendo quando dico “teoria” e cosa intendo quando dico “realtà”. Il vero nemico delle scienze sociali è il linguaggio ambiguo.
    Io uso la parola “realtà” per definire l’oggetto della mia conoscenza; appartiene alla realtà tutto quello che osservo empiricamente e definisco lessicalmente.
    La teoria è un tentativo di descrivere o prescrivere parte della realtà.
    Ogni persona dovrebbe analizzare la realtà e trovare delle teorie che possano descriverla o prescriverla, ma spesso ci si affida a delle teorie precostituite: le ideologie.
    L’ideologia è una teoria pigra, che viene accettata solo perché si ritiene che sia la migliore teoria possibile; ma alla base di questa accettazione c’è semplicemente la rinuncia ad usare le proprie capacita analitiche.
    Questo è il motivo per cui sono allergico alle parole che terminano con i suffissi -ismo ed -esimo, perfino il vostro femminismo mi inquieta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: