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Femminismo fake per donne in carriera

15 luglio 2012

“Se il massimo che può raggiungere il femminismo moderno è la liberazione personale per un pugno di privilegiate nel quadro di un mercato del lavoro pensato da e per i  maschi  ricchi, allora possiamo anche tornare in cucina”  

(Laurie Penny)

Laurie Lipton, “On”

Anne-Marie Slaughter ha pubblicato su The Atlantic un articolo dal titolo Why Women can’t still have it all, che Internazionale di questa settimana pubblica con il titolo La scelta obbligata delle donne. Nell’articolo, prendendo spunto dalla sua scelta personale di abbandonare un incarico prestigioso per dedicare maggior tempo ai figli adolescenti, l’autrice spiega come per le donne sia ancora difficile quello che il dibattito statunitense chiama “avere tutto”, ovvero perfetta gestione della famiglia + lavoro di prestigio. Ora al di là del fatto che, come nota Laurie Penny in un articolo di risposta (pubblicato sempre da Internazionale), quella rappresentata dalla Slaughter è una situazione che coinvolge un campione limitato e privilegiato di donne, (quelle che tentano di sfondare il cosiddetto “tetto di cristallo”), sembra che l’autrice non riesca a cogliere il vero nodo problematico della questione relativa alla conciliazione.

Un problema preliminare: secondo la Salugheter il femminismo anni ’70 si prefissava come obbiettivo fondamentale quello che le donne “avessero tutto” ovvero lavoro e famiglia. Credo che il femminismo volesse qualcosina di più: il femminismo combatteva per modificare la società patriarcale che vuole le donne relegate al ruolo di cura ( a casa con i bambini) e combatteva per la possibilità che una donna fosse libera (come un uomo) di scegliere della propria vita.

Dopo le battaglie degli anni ’70 in cui si sono affermate alcune libertà abbastanza specifiche (tutte in qualche modo riportabili a provvedimenti di legge) il femminismo sembra essersi in qualche modo arrestato nella sua richiesta di uguaglianza a tutti i livelli. La società del tempo (non molto diversa da quella di oggi perchè ancora fortemente maschilista e patriarcale) ha recepito dal movimento femminista quelle rivendicazioni più innocue e ha, in un meccanismo che fagocita e superficializza tutto, fatto diventare “vulgata” femminista un pensiero distorto che la Slaughter ritiene femminista ma che è ben lungi dall’esserlo. Affermare che il femminismo indica alle donne di dover “avere tutto”, proponendo l’idea che una donna per “avere successo” debba essere una speice di supereroina dotata di superpoteri (tipo il magico dono del multitasking) per mezzo dei quali gestire casa e lavoro perfettamente, prendersi interamente carico del lavoro di cura in famiglia e andare al lavoro ed essere superproduttiva, non è femminismo. È capitalismo in quella particolare accezione che ti fa pensare che se non sei produttivo sei un rifiuto della società, che se non dai il sangue per l’azienda per cui lavori non vali nulla.

Di questo la Slaughter sembra non essere minimamente consapevole. Non immagina che magari invece di chiedere alle donne di diventare “super”, sia meglio combattere per una società più equa in cui il lavoro di cura sia ridiviso tra entrambi i coniugi e in cui, magari, per i padri occuparsi dei figli possa diventare un piacere.

No, lei afferma: “Dovreste poter avere una famiglia se lo volete e allo stesso tempo raggiungere gli obiettivi professionali che desiderate. Se più donne riuscissero a conciliare le due cose, più donne raggiungerebbero posizioni dirigenziali. E se più donne occupassero posizioni dirigenziali, potrebbero fare in modo che per altre donne sia più facile lavorare”. Leadership e conciliazione, produttivismo e capitalismo, è questo l’importante.

Direttamente collegato con questo, c’è un altro problema. L’autrice riconosce di aver abbandonato un lavoro prestigioso presso il dipartimento di stato per stare al fianco del figlio adolescente un po’ turbolento, sebbene il marito fosse molto presente nella vita familiare. Stereotipo: la madre come colei che deve risolvere tutti i problemi, perchè è l’unica che sa come risolverli veramente.  Sminuendo in questo modo il ruolo del padre che, alla fine, pur con tutti gli sforzi, non è bravo quanto la mamma.

Inoltre, a partire dalla sua esperienza personale l’autrice ritiene che una madre, a differenza di un padre, sia naturalmente portata al ruolo di cura. Bisognerebbe rispolverare i lavori di Elisabeth Badinter in cui viene spiegato che il cosidetto istinto materno e l’idea di un presunto attaccamento naturale tra madre e figlio sia una costruzione culturale nata nell’Ottocento a fronte di una modificazione delle condizioni sociali, di vita e di lavoro. Non intendo mettere in dubbio l’amore di una madre verso i propri figli e quanto il legame con essi sia speciale, ma non può essere lo stesso per un padre? Perchè è necessario richiamarsi a presunti caratteri naturali materni (e quindi nel ragionamento di Slaughter femminili) per giustificare una scelta personale come stare al fianco dei propri figli?

Ultimo problema: non sembra contemplata altra possibilità se non quella di avere figli  come completamento e realizzazione della propria vita,  come se la genitorialità fosse il compimento dell’essere donna.  Citando Lisa Jackson, l’autrice afferma: “per essere una donna forte non devi rinunciare alle cose che ti definiscono in quanto donna” (bambini?).

Infine, se da un lato la Slaughter è molto brava a riconoscere gli stereotipi tipici legati ai genitori (non si occupano abbastanza del proprio lavoro perchè troppo assorbiti dal ruolo genitoriale) non sembra riconoscere, e anzi impiega, gli stereotipi relativi alle donne che non scelgono il percorso tradizionale che lei stessa ha scelto (lavoro/carriera, matrimonio, bambini) impiega una citazione di Lia Macko e Kerry Rubin: “Se non imparavamo a integrare la nostra vita personale, sociale e professionale, nel giro di cinque anni ci saremmmo trasformate nella donna arcigna seduta all’altro lato della scrivania di mogano che mette in dubbio l’etica del lavoro dei suoi dipendenti dopo la solita giornata di 12 ore, per poi tornarsene a casa e mangiare mu shu in un appartamento vuoto”.

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12 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    16 luglio 2012 13:59

    se la Slaughter ha scelto di lasciare il lavoro per stare accanto al figlio per quanto mi riguarda ha agito nel suo pieno diritto, se sta suggerendo che chi non fa come lei non è una buona madre sbaglia. Bisogna permettere alle persone di agire come possono e ritengono giusto per sè e, se ne hanno, per i loro cari.
    Quanto alla conciliazione, io sono da sempre favorevole a congedi di paternità accanto a quelli per maternità e non ho nulla in contrario che i mariti si diano più da fare in casa, non si tratta di stabilire chi è il genitore migliore tra papà e mamma (dal punto di vista fisico tranne partorire e allattare al seno, cose certo molto importanti, un padre può fare tutto ciò che solitamente fa una madre), si tratta di permettere ai genitori lavoratori di gestire gli impegni familiari e lavorativi come vogliono e come possono in base alle proprie esigenze e a quelle dei pargoli.
    L’istinto materno (o paterno) esiste se una se lo sente (capita anche di sentirlo più tardi o purtroppo di non sentirlo affatto pur avendo dei figli) o crede di sentirlo..certo ci sono tanti modi di essere genitori, la cosa importante è, sarò banale, amare e rispettare i propri figli, trovare il difficilissimo equilibrio per evitare di soffocarli ma senza trascurarli..non sempre ci si riesce.
    Tornando alla Slaughter, per me non c’è niente di peggiore che dire “Siccome io non ho potuto o voluto conciliare lavoro e famiglia allora nessun’altra deve potere o volerlo fare”, bisogna rispettare le scelte esistenziali di tutti/e, quelle della Slaughter come quelle di chiunque altro/a. Non vi è dubbio che il problema di come gestire tempi di vita e tempi di lavoro sia molto sentito, sopratutto dalle donne, quindi è bene che se ne parli.
    Sul femminismo: io non so se sono “femminista”, penso che un uomo non possa definirsi tale, io credo solo che donne e uomini siano pari moralmente e intellettualmente nel bene come nel male, che essere moglie e madre (e persino casalinga) debba essere una scelta e non un destino obbligato e indesiderato, e penso che ognuno/a deve essere libero/a di vivere come vuole e come può anche facendo i propri errori

  2. Paolo permalink
    16 luglio 2012 17:43

    se la Slaughter ha scelto di lasciare il lavoro per stare accanto al figlio per quanto mi riguarda ha agito nel suo pieno diritto, se sta suggerendo che chi non fa come lei non è una buona madre sbaglia. Bisogna permettere alle persone di agire come possono e ritengono giusto per sè e, se ne hanno, per i loro cari.
    Quanto alla conciliazione, io sono da sempre favorevole a congedi di paternità accanto a quelli per maternità e non ho nulla in contrario che i mariti si diano più da fare in casa, non si tratta di stabilire chi è il genitore migliore tra papà e mamma (dal punto di vista fisico tranne partorire e allattare al seno, cose certo molto importanti, un padre può fare tutto ciò che solitamente fa una madre), si tratta di permettere ai genitori lavoratori di gestire gli impegni familiari e lavorativi come vogliono e come possono in base alle proprie esigenze e a quelle dei pargoli.
    L’istinto materno (o paterno) esiste se una se lo sente (capita anche di sentirlo più tardi o purtroppo di non sentirlo affatto pur avendo dei figli) o crede di sentirlo..certo ci sono tanti modi di essere genitori, la cosa importante è, sarò banale, amare e rispettare i propri figli, trovare il difficilissimo equilibrio per evitare di soffocarli ma senza trascurarli..non sempre ci si riesce.
    Tornando alla Slaughter, per me non c’è niente di peggiore che dire “Siccome io non ho potuto o voluto conciliare lavoro e famiglia allora nessun’altra deve potere o volerlo fare”, bisogna rispettare le scelte esistenziali di tutti/e, quelle della Slaughter come quelle di chiunque altro/a. Non vi è dubbio che il problema di come gestire tempi di vita e tempi di lavoro sia molto sentito, sopratutto dalle donne, quindi è bene che se ne parli.
    Sul femminismo: io non so se sono “femminista”, penso che un uomo non possa definirsi tale, io credo solo che donne e uomini siano pari moralmente e intellettualmente nel bene come nel male, che essere moglie e madre (e persino casalinga) debba essere una scelta e non un destino obbligato e indesiderato, e penso che ognuno/a deve essere libero/a di vivere come vuole e come può anche facendo i propri errori

    • Paolo permalink
      16 luglio 2012 17:47

      “che essere moglie e madre (e persino casalinga) debba essere una scelta e non un destino obbligato e indesiderato,”

      l’importante è che sia frutto di una decisione personale

  3. Paolo permalink
    16 luglio 2012 18:50

    “per essere una donna forte non devi rinunciare alle cose che ti definiscono in quanto donna”

    bè questa frase io la interpreto così:si può essere donne forti anche sposandosi e avendo dei figli o comunque senza rinunciare alla “femminilità”, cosa che ciascuno vive e intende come vuole (così come la mascolinità)..non ci leggo una condanna o un giudizio negativo per le donne che non vogliono figli. Per me la cosa importante è che si rispettino i desideri e le scelte di vita di tutti/e

  4. paolam permalink
    16 luglio 2012 21:52

    Ma per favore, grazie Laura. Che cosa vuole l’autrice Slaughter? Che le diciamo brava? No, le diremo che ha accettato i due poli in cui la contemporanea società maschilista costringe le donne, e che ne ha scelto uno. Noi invece, che ci ricordiamo del femminismo, mettiamo in discussione i due poli, vogliamo proprio distruggerli. Respireremo, e con noi si accorgeranno di respirare meglio, forse, anche tanti uomini.

  5. 17 luglio 2012 00:12

    Il pregiudizio secondo me sta nel pensare che se una donna, solo perché esce mezz’ora prima dall’ennesima, inutile riunione, per andare a prendere il figlio a scuola, sia meno importante in un ufficio di chi invece rimane lì a scarabocchiare sul block notes… Io avuto la fortuna di lavorare in un contesto di sole donne, tutte madri, con un dirigente donna e madre… Il lavoro veniva svolto nei tempi previsti, nessuna mancava alla recita di Natale o al compleanno dell’amichetto del cuore, perché c’era collaborazione, efficienza e soprattutto, solidarietà. In un clima in cui la competizione non è il motore immobile del lavoro, ma si lavora tutti per un obiettivo finale, i cui meriti sono collettivamente condivisi, avere tutto si può. Io c’ero…

  6. 17 luglio 2012 09:11

    Ho l’impressione che questo articolo fraintenda il senso di quanto scrive la Slaughter, o meglio che faccia astrazione di una componente storico-geografica : dire che \”You can have it all\” NON E\’ FEMMINISMO perché è un proposito troppo capitalista significa disconoscere completamente la mentalità americana, in cui
    1. il capitalismo e la competizione sono l\’unico modo di vita possibile
    2. esiste il principio della discriminazione positiva, secondo cui riuscire a mettere ai livelli dirigenziali delle persone che appartengono a categorie svantaggiate (donne, neri, ispanici ecc.) permetterà quasi automaticamente la selezione delle persone appartenenti alla stessa categoria, perché il simile tende a scegliere il simile.

    Tenendo bene a mente qual è la mentalità americana, ho trovato di grande interesse il fatto che finalmente si menzioni come la principale difficoltà delle donne comuni: la carenza di servizi strutturali e il disconoscimento del valore del lavoro di cura e lo stare insieme alla famiglia (infatti spiega che l\’espressione \”avere più tempo per stare con la famiglia\” negli USA è un eufemismo per dire che una persona è stata licenziata!!!).

    E fra le donne comuni cita: \” single mothers; many struggle to find any job; others support husbands who cannot find jobs. Many cope with a work life in which good day care is either unavailable or very expensive; school schedules do not match work schedules; and schools themselves are failing to educate their children. Many of these women are worrying not about having it all, but rather about holding on to what they do have.\”

    Ho trovato molto interessante il passaggio in cui la Slaughter racconta di aver parlato con molta sincerità delle sue difficoltà nel conciliare tutto a delle giovani studentesse, che hanno molto apprezzato il fatto che non si limitasse al solito discorso \”se ce la metti tutta vedrai che ce la fai\”.

    Tanto più interessante perché credo che alle ragazze italiane, di ieri e di oggi, al momento della scelta del loro percorso di studi non venga assolutamente detto che la difficoltà di trovare lavoro è sì un fatto generazionale, ma è anche un fatto di genere e peserà soprattutto su di loro, costringendole sul serio a scegliere fra il lavoro (precario) e la maternità (e la dipendenza da un uomo). E che quindi farebbero bene a valutare oculatamente il loro percorso di studi e professionale.

    • Paolo1984 permalink
      17 luglio 2012 11:24

      trovo le tue precisazioni, molto interessanti, certo il discorso “se ce la metti tutta vedrai che ce la fai” non è sbagliato, ma le difficoltà non vanno nascoste, nè il bisogno di aiuto

    • Paolo1984 permalink
      17 luglio 2012 16:15

      le tue precisazioni sono molto interessanti, certo il discorso “se ce la metti tutta vedrai che ce la fai” non è sbagliato, ma le difficoltà non vanno nascoste, nè il bisogno di aiuto

  7. 19 luglio 2012 10:09

    @Calendamaia: conosciamo bene la realtà americana, ma è anche evidente che la Slaughter la incarna nel modo più estremo: basta vedere tutta la parte del suo articolo in cui fa i conti sull’età in cui conviene fare un figlio e le età in cui è bene concentrare sulla salita al “vertice”, parlando persino della possibilità di congelare gli ovuli nel frattempo.

    Questa però non è l’unica mentalità disponibile negli Stati Uniti. Dove, scusami, il principio della discriminazione positiva è un bel principio sulla carta, ma nella realtà riguarda pochissime, fortunate eccezioni. Se sei una donna non hai il diritto garantito al congedo di maternità pagato, e se sei povero non hai il diritto alle cure mediche, o a un’istruzione decente (ed è per questo che il modello americano funziona soltanto per chi si trova dalla parte giusta).

    Detto questo, anche considerando questa mentalità – che peraltro non è l’unica disponibile nel panorama americano – essere femministe non significa soltanto lottare per “have it all” ma anche e soprattutto ripensare la società nel suo complesso, inclusi il sistema economico e i rapporti tra uomo e donna, visto che, come emerge dall’articolo della Slaughter, si pensa ancora che in fondo in fondo il lavoro di cura sia cosa di e per donne, e mai altrettanto di e per uomini. Mai visto un consigliere di Obama che si dimette per stare di più con la sua famiglia e prendersi cura di un figlio adolescente un po’ turbolento? Io no (ma magari mi è sfuggito).

  8. 21 luglio 2012 09:34

    Reblogged this on Womenoclock.

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