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Donne e lavoro

23 luglio 2012

Barbara Kruger, Untitled (Worth Every Penny), 1987

Uno degli aspetti in cui la disparità di genere in Italia è molto evidente è il lavoro. Sebbene qualcuna abbia sostenuto che il lavoro non deve considerarsi un diritto e sebbene nel nostro paese la situazione risulti disastrosa per tutti, tuttavia sono le donne a pagarne il prezzo più alto.  Spulciando il rapporto ombra della Cedaw 2010 presentato l’anno scorso, abbiamo raccolto qualche dato che mostra come anche nell’ambito del lavoro le donne subiscano gli effetti di un sistema che le preferirebbe relegate a ruoli di cura e di servizio. 

-Dal Rapporto ISTAT 2010 emerge che il tasso di donne inattive in Italia è il 48,9%, ovvero una donna su due cerca lavoro.

-La riforma Brunetta L. 15/2009 ha eliminato l’obbligo di concedere il part-time per motivi familiari.

-Il fondo per il sostengno all’imprenditoria femminile in tutti i settori produttivi, legge n. 215 del 1992 non è stato rifinanziato ed è privo di risorse.

-è stata inoltre abolita la norma che impediva il fenomeno delle dimissioni in bianco. Legge 188/2007.

-Se si sommano lavoro dipendente a tempo determinato, collaborazioni, e prestazioni occasionali la percentuale dei rapporti di lavoro non stabili sull’occupazione totale raggiunge il 15,5% per le donne e il 9,4% per gli uomini.

-Non esistono amortizzatori sociali che proteggono le lavoratrici precarie rispetto alla discontinuità che caratterizza il loro percorso professionale.

– Permangono le differenze salariali tra i generi: permane un differenziale salariale consistente tra uomini e donne : il 23,3% del reddito medio annuo da lavoro (salari netti).

Il “differenziale retributivo di genere osservato in Italia può essere suddiviso in una componente “spiegata” del 20% ed in una componente “non spiegata” (ovvero potenzialmente discriminatoria) dell’80%. La componente non spiegata del differenziale cresce costantemente nel tempo e arriva a superare il 90 % negli ultimi anni”. I differenziali salariali hanno un impatto notevole sulle pensioni delle donne che sono mediamente molto inferiori a quelle degli uomini .

-Conciliazione vita-lavoro:

Con riguardo alla nuova disciplina in materia di congedi parentali va osservato che, ad un anno dalla sua approvazione, ne ha goduto solo il 14,6% di uomini . Una delle ragioni del divario, oltre a quella di natura culturale, sta anche del fatto che il congedo parentale è retribuito al 30%, quindi la perdita del salario per l’uomo (che in genere è superiore a quello della donna) sarebbe eccessivo.

Di fatto, l’impegno di cura dei figli, soprattutto da 0 a 3 anni, ricade essenzialmente sulle donne (o su nonne e nonni) .Lavoro e maternità in Italia sono più inconciliabili che in qualsiasi altro Paese europeo, compresiSpagna e Grecia: in Italia oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità.Appena il 18% dei permessi retribuiti per motivi familiari è richiesto da uomini. Diversi studi esistentimostrano come nel momento in cui i padri chiedono i congedi parentali vengono fortemente stigmatizzati, paradossalmente più delle donne, sul posto di lavoro .

-Dati sul rientro al lavoro dopo una maternità:

In Italia prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43. Fattori principali che impediscono il rientro:

  • Nessuna misura speciale per sradicare la prassi delle dimissioni in bianco

  • E’ più conveniente stare a casa da lavoro che pagare l’asilo o la baby sitter

  • La tutela della maternità varia molto in relazione al contratto di lavoro. Le lavoratrici che hanno un rapporto di lavoro parasubordinato, iscritte alla gestione separata all’interno dell’INPS, sono le meno tutelate. Una circolare interna dell’INPS prevede la non automaticità della prestazione per le lavoratrici parasubordinate per quanto riguarda la malattia e la maternità. Ciò significa che, se il datore di lavoro paga i contributi in modo irregolare o con ritardo, l’INPS non provvede ad erogare l’indennità di maternità: ciò non avviene per le lavoratrici dipendenti. Le lavoratrici parasubordinate vengono penalizzate due volte: la prima dal proprio datore di lavoro, e poi dal sistema della previdenza sociale, che invece di rivalersi sul datore di lavoro (come nel caso delle dipendenti), scarica sulla lavoratrice il danno ricevuto dal mancato o irregolare pagamento dei contributi.

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5 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    23 luglio 2012 13:14

    “Di fatto, l’impegno di cura dei figli, soprattutto da 0 a 3 anni, ricade essenzialmente sulle donne (o su nonne e nonni)”
    Va detto che nel primo anno di vita c’è l’allattamento che se è al seno ricade sulla madre per forza di cose..però certamente anche il padre avrebbe il diritto-dovere di fare la sua parte (anche perchè poi dopo l’eventuale separazione non può lamentarsi se il bambino resta a lei) perciò sono favorevole a congedi parentali “scandinavi” che le coppie possono gestire come vogliono in base alle loro esigenze e a quelle dei bimbi. Questo presuppone un welfare solido (e anche una cultura) che in Italia non c’è. Ogni misura che aiuti a poter vivere tempi di vita e tempi di lavoro è bene accolta

  2. alex permalink
    23 luglio 2012 17:13

    se il mercato del lavoro richiede profili che tradizionalmente le donne non seguono, allora bisogna adattarsi. una donna può diventare ingegnere elettrotecnico o operaio edile se questo è ciò che il mercato chiede.

    • Paolo1984 permalink
      23 luglio 2012 17:55

      quindi una persona deve rinunciare alle proprie aspirazioni o al tentativo di realizzarle (che non tutti possono riuscirci) per obbedire al mercato del lavoro? Bè sì è quello che tanti uomini e donne fanno tutti i giorni (dubito che uno nella vita sogni ardentemente di fare l’operaio di fabbrica e io sono figlio di uno di loro)..ed è molto “pragmatico” però è triste

  3. 24 luglio 2012 09:08

    Reblogged this on Womenoclock.

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  1. Ancora (e sempre?) 74 « femminileplurale

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