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Diritti pubblici e cliniche private?

31 luglio 2012

E’ apparso oggi sul blog di Marina Terragni un articolo che rilancia il dibattito sull’aborto in Italia e, in particolare, il problema dell’altissima percentuale di obiettori: talmente alta, come si sa, da impedire di fatto che in molte realtà il servizio sia realmente disponibile e il diritto delle donne ad usufruirne realmente garantito.

Le proposte di Terragni sono due: una class action contro le strutture sanitarie che non garantiscono l’erogazione del servizio e la “depenalizzazione dell’aborto”. Il punto più critico della sua proposta mi sembra essere il secondo.

Se la legge 194/78 prevede infatti delle pene per chi pratica l’aborto al di fuori delle strutture autorizzate, è per tutelare i cittadini e dissuadere dal ricorso all’aborto clandestino. Lo spirito di quella legge è quello di fornire un servizio pubblico e gratuito a tutte le donne, in un contesto di sicurezza sanitaria e di privacy.

La soluzione proposta da Terragni consiste nel rendere “autorizzate” anche le strutture private, secondo una linea che è stata tradizionalmente sostenuta dai Radicali. Il vantaggio di questa soluzione, a quanto mi sembra, sarebbe quello di creare un conflitto d’interessi per il medico obiettore “non sincero”: a fronte delle possibilità di guadagno che gli si aprirebbero fornendo i suoi servizi in cliniche private, sarebbe incoraggiato ad abbandonare la strada dell’obiezione di coscienza, dal momento che non potrebbe dichiararsi obiettore da una parte e disposto a “collaborare” dall’altra. Il vantaggio che invece prevede Marina Terragni è quello di fornire una più ampia possibilità di scelta alle donne, che a fronte di una scarsa disponibilità o efficienza delle strutture pubbliche potrebbero rivolgersi a quelle private.

Il problema di questa soluzione, tuttavia, è che favorirebbe esclusivamente le donne che si possono permettere di pagare una clinica privata: per le altre non cambierebbe nulla rispetto alla situazione odierna. Le donne ricche possono anche permettersi (e questo avviene molto spesso) di andare ad abortire in altri paesi, così come è noto il fenomeno del “turismo riproduttivo“: molte donne, poiché la (pessima) legge italiana sulla fecondazione assistita impone diverse limitazioni, si rivolgono a strutture di paesi esteri con leggi più favorevoli. Ma insomma: questa è una soluzione limitata, e anche un po’ classista.

E’ abbastanza frequente che, a fronte di gravi carenze del pubblico, si propenda per una delega al privato. E tuttavia, non è questa a mio avviso la strategia migliore per risolvere il problema alla radice, tanto più se si tratta di diritti fondamentali per ogni donna. A ben guardare, la legge 194 aveva previsto la possibilità che un eccesso di obiettori mettesse a rischio l’effettiva erogazione del servizio. E infatti, all’articolo 9 si legge:

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

Se la legge fosse rispettata – senza aprire in questa sede il dibattito sull’obiezione di coscienza, che è centrale ma in questo paese ben sappiamo che certe questioni non si possono nemmeno nominare – il problema dell’accesso ai servizi non si porrebbe. Non è forse il caso di lottare per l’accesso ai servizi pubblici e per la loro qualità, invece di spostarli sul privato? Lo Stato non può abdicare al suo ruolo, che è quello di rappresentare tutti i cittadini e di garantirne i diritti. Se noi stesse rinunciamo a lottare per quel ruolo, allora diciamocelo: è tutto finito. La class action, che è l’altra proposta di Terragni, potrebbe allora essere una via sensata, posto però che la vera strada per la difesa dei diritti delle donne dovrebbe essere anzitutto politica.

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2 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    31 luglio 2012 20:19

    Anch’io sono favorevole a insistere anche attraverso class action o altro affinchè il servizio sia garantito nelle strutture pubbliche

  2. 31 luglio 2012 22:24

    Centrato il problema, nulla da aggiungere è perfetto così. Bentrovate, Pina Nuzzo

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