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Obiezioni al femminismo – parte 1

6 agosto 2012

Sottotitolo: “Le vostre sono solo teorie”

Tra i commenti del post precedente è emersa ancora una volta una delle obiezioni che vengono spesso impiegate per contrastare o sminuire l’affermazione dell’esistenza di una situazione complessiva di disparità di genere che il femminismo si propone di combattere e modificare. Fin che restiamo sul piano “particolare”, denunciando la violenza contro le donne, le differenze salariali o altri vari gaps a livello politico e sociale va tutto bene. Quando si prova ad allargare lo sguardo e a cercare di fornire una visione d’insieme, quando cioè cerchiamo di unire i puntini nello sforzo di intuire il disegno complessivo, allora l’obiezione che scatta è che la spiegazione presentata (che può essere l’affermazione dell’esistenza del patriarcato, piuttosto che, come nel post precedente, il riferimento al concetto di violenza simbolica elaborato da Bourdieu) è solo una generalizzazione astratta che si direbbe arbitrariamente scelta (ovviamente con presunta malafede) senza fondamento.

Ora, se tralasciamo un discorso molto più generale relativo al fatto che anche quelle teorie che possiedono immediato valore scientifico sono a loro volta dei modelli tra i tanti a disposizione, scelti e affinati nel corso del tempo e soggetti ad un cambiamento ma che però vengono asssunti e sostenuti come indiscutibili e insindacabili, questa obiezione è pericolosa sotto vari aspetti.

Dal punto di vista metodologico, infatti, se dico che il patriarcato* è una griglia interpretativa, o che l’economia dei beni simbolici è un solo un modello, allora posso tranquillamente affermare che anche il colonialismo è solo una teoria. Mi spiego: se io affermo l’esistenza della società patriarcale e qualcuno mi dice che il mio è solo un modello intepretativo tra i tanti, significa che ritiene che in realtà la società non sia effettivamente strutturata in questa maniera, significa che, unendo i miei puntini, non ho trovato una chiave di lettura che mi spiega come stanno veramente le cose. Starei semplicemente applicando alla realtà una teoria come tante altre. Allora con lo stesso metodo posso mostrare come anche il colonialismo sia in realtà una grigla intepretativa e come gli episodi che vi inseriamo all’interno siano passibili di altre letture ed interpretazioni.

Si badi bene che poi, a fronte del rifiuto del patriarcato come modello intepretativo della realtà, non si fornisce nessun altra teoria esplicativa (al massimo si fanno spallucce e con un bel sospirone si esclama: “è sempre stato così”).

Chi poi volesse contrastare la mia obiezione rispetto all’esistenza del colonialismo mi risponderebbe mostrando l’effettiva esistenza dei fenomeni particolari che provano l’esistenza di un fenomeno complessivo che possiamo chiamare colonialismo, e mi si mostrerà come evidentemente il “modello colonialismo” non sia altro che un’astrazione per spiegare in generale qualcosa che è realmente accaduto. Lo stesso si può fare rispetto al patriacato, posso tranquillamente mostrare che tutti i fenomeni che riconduco sotto quel nome sono non solo reali ed effettivamente esistenti ma sono collegati tra loro da quanto l’etichetta “patriarcato” mi comunica: una secolare e non risolta differenza tra i generi gerarchicamente strutturata a vantaggio di uno sull’altro.

*Con patriarcato intendo quella struttura sociale all’interno della quale l’uomo riveste rispetto alla donna una posizione di superiorità che, oltre a significare un dominio sulla donna, gli garantisce vantaggi economici, politici e sociali.

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28 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    6 agosto 2012 21:41

    ok, io le mie perplessità sul post precedente le mantengo e questo non significa dire che il maschilismo non esiste o non è mai esistito
    in riferimento all’ illustrazione: vedere sessismo e maschilismo ovunque è come non vederlo mai in nessun caso, questa è la mia opinione.
    Io dalla discussione precedente ho solo capito che chiunque avanzi delle perplessità sui contenuti dei post (e su ciò che dicono Bourdieu e i suoi esegeti) viene bollato come “nemico” nella peggiore delle ipotesi e “qualunquista” nella migliore

    • 7 agosto 2012 13:10

      Caro Paolo1984 vorrei tranquillizzarti innanzitutto circa il fatto che questo post qui sopra non è stato ispirato dalle tue perplessità espresse nei commenti al post precedente, ma è un post maturato un po’ alla volta nel corso del tempo a fronte di continue discussioni sulle tematiche di genere attraverso il web ma più frequentemente con persone vere, spesso amici, colleghi e conoscenti. Ho voluto illustrare una delle varie obiezioni (aver messo nel titolo parte 1 significa che ne seguiranno altre) che discutendo di questioni di genere emergono quando l’interlocutore fondamentalmente non si trova d’accordo con la prospettiva femminista. La cosa veramente divertente – a parte il tuo costante protagonismo – e che mi ha convinto a scrivere questo post è la constatazione relativa al fatto che le obiezioni mosse sono sempre le stesse, si contano sulle dita di una mano e sono (come quella che ho cercato di illustrare qui sopra) di una banalità disarmante.
      Ecco ora sinceramente per me ti puoi tenere le tue perplessità, puoi non essere d’accordo con la teoria di Bourdieu, mi sta bene, ma ti chiedo di essere onesto: non è che chi non è d’accordo con i contenuti del post che è bollato come “nemico” o “qualunquista”, erano i tuoi commenti al post precedente ad essere superficiali e qualunquisti – cosa che mi fa pensare che forse non sei d’accordo con Bourdieu perchè non l’hai capito.

      • Paolo1984 permalink
        7 agosto 2012 14:52

        volendo essere pignoli, non ero e non sono d’accordo con alcuni punti (ho già detto quali) del post di Nrampazzo che si legava a Bourdieu, pensatore di cui io posso non aver compreso la profondità, certo, ma ciò non mi impedisce di ritenere che quando la sociologia affronta determinate questioni (le relazioni fra i sessi nella società moderna, la cultura pop ecc..) possa avere buone intuizionima anche scrivere cose discutibili.

        • Ilaria Durigon permalink*
          7 agosto 2012 15:36

          Scusa Paolo ma non ho capito. Sembra che tu ritenga che la sociologia, come disciplina, sia incapace, proprio per un suo deficit naturale, di affrontare le questioni di genere e di comprenderle…di cosa dovrebbe occuparsi della sociologia secondo te visto che le questioni di genere non fanno per lei? e chi dovrebbe occuparsi di questioni di genere, se non la sociologia? inoltre, quale lettura ci proponi al posto del discutibile (soprattutto se non letto) Bourdieu?

        • Paolo1984 permalink
          7 agosto 2012 17:16

          la sociologia ha il sacrosanto diritto di occuparsi di quello che vuole, io ho il diritto di fare e critiche che voglio e voi avete il diritto di dire che trovate le mie critiche stupide, io mi sono limitato da semplice lettore e senza pretesa di fare chissà quale analisi, a mettere in rilievo quelli che considero i punti deboli del post di Nrampazzo, (ma ho messo anche in rilievo un punto che ritengo interessante). Comunque anch’io non capisco: non posso criticare l’analisi di Nrampazzo o alcune parti di essa se non sono in grado di scriverne una a mia volta o magari non ne ho voglia? Mi dispiace ma posso solo ribadire ciò che ho scritto nei post precedenti anche nelle risposte a Raffaella e a Miriam, quelle sono le mie idee e non sono in grado
          di esprimerle più chiaramente (tra l’altro mi sembra ovvio dire che la semplice frase “ho una moglie” di per sè non esprime nessuna violenza, non più di “ho un marito” “sei mio”, “farò di tutto per riaverlo”, come ho detto trovo che l’appartenersi reciprocamente, l’uno all’altra, sia bellissimo, e niente mi convincerà del contrario, così come è ovvio che la paura dell’eiaculazione precoce non ha nulla di egoistico, egoistico semmai è non preoccuparsi di soddisfare la propria compagna, ma è solo la mia opinione, stesso discorso per quanto riguarda le fantasie sessuali). Le mie sono idee qualunquiste e superficiali, non all’altezza dei contenuti dei vostri post? Bè,
          me ne farò una ragione comunque il blog è vostro, se non sono degno di scriverci potete bannarmi

  2. 7 agosto 2012 13:11

    Chi sostiene che le denunce di maschilismo sono frutto di una ideologia, spesso sotiene anche che questa ideologia tende a colpevolizzare i maschi in quanto tali dando giustificazioni “genetiche” del fenomeno: questa è secondo me la peggiore delle mistificazioni.
    Il fatto che l’essere umano di sesso maschile abbia ricoperto per secoli una posizione predominante nella società a discapito degli esseri umani di sesso femminile è un fenomeno che ha radici storiche e che trova nella storia e nell’antropologia le sue giustificazioni.
    Associare il femminismo alle teorie sulla razza, che pretendevano di darsi fondamenti biologici, significa dare (in malafede) una errata lettura del fenomeno, con l’unico scopo di metere le battaglie per una concreta parità sociale ed economica fra i sessi allo steso livello morale della follia di chi, invece, pretendeva di misurare il valore delle persone sulla base di criteri fisiologici
    E’ semplicemente assurdo, tanto assurdo che è difficile trovare la forza di ribattere seriamente a chi fa questo tipo di affermazioni.

  3. 7 agosto 2012 16:55

    Io credo che non ci sia bisogno di conoscere a fondo Bourdieau per comprendere il concetto di violenza simbolica come affermazione di una visione del mondo che prevede il predominio di metà del genere umano sull’altra metà. Ed è quella visione che determina un certo tipo di fantasie sessuali e non altre, per esempio e riallacciandomi a un commento al post precedente. Non essere d’accordo è un’altra cosa e consiste nel voler negare l’imperare di quella visione, ovvero, in fin dei conti, di negarne l’esistenza. Questo è il punto sul quale semmai sarebbe necessario discutere ma per farlo occorrono argomenti, non il semplice affermare di non essere d’accordo. Dire di non essere d’accordo, infatti, implica un’altra visione che nega la prima e dispone un immaginario e, soprattutto, un simbolico incapace di considerare la realtà per come effettivamente si manifesta. Alla luce di questo, mettersi a discutere sul niente è una perdita di tempo, un tempo che si potrebbe/dovrebbe utilmente occupare per destrutturare una visione del mondo che rappresenta una vera e propria chiave e non una qualsiasi categoria interpretativa come può essere una ideologia. Il patriarcato è ben di più di una ideologia tanto è vero che ne contiene tante quante ne abbiamo viste avvicendarsi o coesistere nelle diverse epoche storiche. Il liberismo, il liberalismo, il capitalismo, socialismo, il marxismo, il personalismo sono tutte categorie di interpretazione che si sono come adattate, chi più chi meno, alla medesima visione in base alla quale il solo soggetto legittimato ad essere considerato tale è quello maschile e questo ha avuto delle conseguenze molto precise che anche un cieco sarebbe in grado di vedere.
    Per destrutturare la visione patriarcale del mondo è necessario avvalersi di qualsiasi disciplina, non soltanto della Sociologia, ma occorre la Filosofia, la Filosofia politica, la Scienza, per fare degli esempi e per fortuna il lavoro è già in atto e da tempo. Continuando a dare credito a posizioni che rinunciano alla riflessione approfondita si rischia di perdersi in osservazioni di nessuna consistenza e in affermazioni di principio che non fanno che riconfermare la visione dell’Uomo- Soggetto e della Donna-oggetto dell’Uomo, come ho anche letto in un altro commento, per semplicemente ribaltare le questioni limitandole all’orizzonte della parità. Tutto questo produce o induce atteggiamenti falsamente o pericolosamente pacificatori che si alimentano dentro un’ipotesi di diversa distribuzione dei compiti nell’ambito degli stessi ruoli con il risultato di un mescolamento delle differenze che non può portare a niente.
    La Filosofia ci è utile prendendo in esame il concetto di soggetto, per esempio così come lo formulavano gli Empiristi: secondo quella visione è soggetto chiunque abbia la facoltà di percepire i dati sensibili e di elaborarli con la facoltà superiore del pensiero. Già questo modo di affrontare il problema si pone evolutivamente rispetto al passato, nega quanto affermato dalla filosofia patriarcale occidentale in base alla quale restava addirittura da dimostrare che le donne avessero un’anima. Ma la filosofia delle donne ha rivisitato persino il metodo filosofico legando l’elaborazione alla concretezza della vita ed è così che si destruttura una visione fallace come quella patriarcale che, a partire da Platone, non fa che accumulare dati che trovano legittimità nel “mondo delle idee” , l’Iperuranio totalmente staccato dalla realtà che ci fa allucinare un governo di Saggi sapendo o non volendo prendere atto che nessuna saggezza si produce se non ci si radica nella concretezza della vita e nella necessità di regolare la convivenza a partire da ciò che effettivamente siamo e in considerazione delle pulsioni che animano i nostri comportamenti. La crisi del Soggetto, cominciata alla fine dell’800, abbisogna di ben altre riflessioni rispetto al semplice non essere d’accordo con chi fa il lavoro di nominare le conseguenze di quella crisi e di prefigurare nuovi modi di inquadrare i problemi. Altro che storie.

  4. 7 agosto 2012 21:23

    Non credo che le persone che “non sono d’accordo” si limitino a non esere d’accordo e basta, non sono d’accordo ad un livello diverso da quello razionale
    Una conversazione razionale presuppone un’analisi di dati concreti, una certa abilità nell’argomentare, la lucidità per afferrare legami logici di causa ed effetto…
    La grande maggioranza di queli che non sono d’accordo non lo sono a livello emotivo, e la sfera emozionale non va presa sottogamba, perché non è “discutere di niente”, ma è discutere ad un altro livello…
    Rispondere razionalmente ad un soggetto che vuole essere contrario perchè lo vuole mosso da emozioni non elaborate di rabbia e frustrazione imponendogli di essere ragionevole, mostrandogli quanto è logico da concrete premesse giungere ad ovvie considerazioni, difficilmente porta a qualcosa…
    Dico così perché fra tanti testi che ho amato, mi piace citare a proposito del maschilismo “L’antisemitsmo” di Sartre.
    Quando Sartre scrive “(l’antiseminta)E’ un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo; di tutto meno che degli ebrei. È un codardo che non vuole confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla; uno scontento che non osa rivoltarsi per paura delle conseguenze della sua rivolta. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo.” E a me viene da aggiungere: o delle donne. Si ggrediscono, si sviliscono tutte le donne, la categoria donne, perché si è sempre fatto, perché è facile, perché gli stereotipi sono a portata di mano, perché è rassicurante, perché svilire l’altro (il diverso da sé facilmente identificabile come diverso perché ha un colore di pelle diferente, un sesso differente, una religione differente, una malattia riconoscibile come la sinfrome di Down…) permette di sentirsi migliore, perché svilirle una categoria risparmia di affrontare da individui altri individui, perché …
    Scrive ancora Sartre: come si può scegliere di ragionare falsamente?
    Per nostalgia dell’impermeabilità: ”l’uomo sensato cerca penosamente, sa che i suoi ragionamenti sono soltanto probabili […]; è aperto, può passare per esitante. Ma ci sono alcuni attratti dalla stabilità della pietra. Vogliono essere massicci ed impenetrabili, non vogliono il cambiamento”. E io aggiungerei: non vogliono “penosamente” pensare.
    A quese persone, per rifiutare il cambiamento “non resta che la passione. Solo una forte prevenzione sentimentale può dare una certezza folgorante, solo essa può tenere il ragionamento al margine, solo essa può rimanere impermeabile all’esperienza e sussistere per tutta una vita. L’antisemita ha scelto l’odio perché l’odio è una fede; ha scelto originariamente di svalutare le parole e le ragioni”.
    Le obiezioni di chi non è d’accordo non sono banali, o superficiali, sono semplicemente irragionevoli, perché non è nella ragione che trovano il loro fondamento.
    Si aggrappano a ciò che è stato (mai letti quei penosi commenti sulle “femministe di una volta”, quelle che avevano le giuste ragioni e un giusto modo di esporle, contrapposte alle rancorose e supponenti femministe di oggi?), come naufraghi terrorizzati di affogare in un futuro che non vogliono affrontare. Annaspano nella realtà, e come quelli che annaspano terrorizzati, trascinano verso il fondo chi si tuffa per salvarli…

  5. paolam permalink
    8 agosto 2012 01:53

    The problem is not that I see sexism everywhere, the problem is that you don’t. Appunto, vogliamo dare la vista ai ciechi? Sarebbe un miracolo, anche se non escludo la possibilità a priori. 🙂

    • donatella permalink
      8 agosto 2012 08:51

      E’ vero che in genere la contrapposizione si svolge per ragioni di carattere irrazionale e che pertanto spetta soltanto a chi si contrappone di compiere gesti che gli permettano di “accordarsi” ( e magari di argomentare i suoi dubbi e scioglierli o confermarli ) ma a noi spetta, a mio avviso, di capire a cosa corrisponde quella irrazionalità con la quale da millenni un sesso domina un altro e ci compete non permettere che quel solo discorso s’imponga ovunque. In nome di quella stessa irrazionalità vengono compiuti delitti che restano quasi totalmente impuniti e quel che è peggio è che a quell’irrazionalità vengono assegnati nomi molto inquietanti sotto il profilo della convivenza: “onore”, “gelosia”, per fare un paio di esempi tra i più comuni. Pertanto credo sia nostro compito non sottovalutare la pericolosità di questo genere di infantilismi, che si mostrano come puntigli ma che determinano lo svolgersi della nostra vita abbassandone la qualità in modo impressionante e in ciascuna delle sue manifestazioni sul piano sociale: carriere bloccate, uccisioni, persecuzioni, sfruttamento, etc. Io non voglio permettere che agli uomini sia concesso di esercitare le ragioni della loro emotività irrisolta fino al punto di rovinare la mia esistenza solo perché non s’impone loro la necessità di guardare la loro interiorità e modificarla in nome di responsabilità condivise. Se il femminismo ha un senso è questo, vecchio o nuovo che sia, quindi tutto dobbiamo fare tranne che lasciar perdere o rassegnarci, secondo me. Non so cosa ne pensate.

  6. 8 agosto 2012 12:42

    non concordo non mi sembra che questo patriarcato esista , voglio dire voi lo definite come una lobby ne esistono tante di lobby ma grosse lobby maschiliste non mi sembra che esistono, e poi nel mondo ci sono molte donne di potere(politico, industriale), e un certo femminismo è degenerato.

  7. 8 agosto 2012 14:19

    Ecco, appunto. Alessiox1 ci dà una ennesima conferma: “non mi sembra che esista”… Questo blog, come tanti altri, è pieno di esempi, la cronaca è piena di esempi, eppure proprio non gli sembra. Su che basi? Non si sa. Un certo femminismo è degenerato: perché? Dove? In che termini? Non si sa
    Ma Alessiox1 rimane comunque della sua opinione – che opinione non è, se consideriamo che l’opinione, da dizionario, è la convinzione che una o più persone si formano nei confronti di specifici fatti (dove sono i fatti?) in assenza di precisi elementi di certezza assoluta per stabilirne la sicura verità – anche se non ha acun esempio concreto e circostanziato da presentare.
    Alessiox1 non concorda e basta, non ha dubbi da sciogliere, domande da porre, non cerca nemmeno un terreno comune sul quale dialogare…
    Come si può far vedere un cieco? E’ davvero una bellissima e interessantissima domanda… L’unica cosa che rimane è la speranza: qualche cosa di altrettanto irrazionale…

  8. 8 agosto 2012 18:40

    ormai le donna sono nel mondo occidentale alla parità sugli uomini in quasi tutti i campi se ci fosse il patriarcato non lo avrebbe permesso, e quale femminismo è degenerato quello che vuole sottomettere gli uomini.

  9. paolam permalink
    9 agosto 2012 00:58

    @Donatella, no infatti, io non proponevo di rassegnarci, ma teniamo presente che tanti uomini potranno essere costretti a cambiare dal cambiamento del mondo intorno a loro, quel cambiamento prodotto da noi, e non per intima conversione, grazie della risposta approfondita e articolata come al solito 😉

  10. donatella permalink
    9 agosto 2012 08:41

    Grazie a te Paola del punto che hai posto e che mi ha permesso di cogliere un rischio che io per prima so di correre nel momento in cui mi arrestassi di fronte alla quantità di manifestazioni contrarie al mio desiderio, a quello di molte donne e di molti uomini. Alla fine, se dopo 4000 anni, citando Lonzi, continuassimo a “guardare” e non ci spingessimo a vedere, il cambiamento auspicato non avverrebbe, per questo la tua metafora è interessante. La cecità può essere e certamente è un’ostinazione che proviene da un vantaggio del quale beneficia la gran parte degli uomini nonché le donne fedeli al patriarcato. Per queste ultime si tratta dei cosiddetti vantaggi secondari usufruendo dei quali si può anche passare una vita senza mai accorgersi della libertà. La libertà vera che viene a mancare alle donne, viene falsamente compensata assumendo per se stesse quella maschile che si compone di posizioni di privilegio dalle quali si dettano le leggi a tutte le altre e agli altri che non vorrebbero stabilirsi in uno schema tanto dannoso per gli esseri viventi. Si tratta di una libertà condensata in talune ideologie alle quali dobbiamo anche la crisi attuale: fare ciò che si vuole a discapito di altri è violenza pura, come ha evidenziato Muraro nel suo ultimo lavoro. Lei postula un’idea sulla quale sto e stiamo in molte ancora riflettendo, si può essere o non essere d’accordo ma resta il fatto che se la competenza maggiore della violenza resta allo Stato – nelle forme della Legge e dell’uso di mezzi, gli eseciti, ad esempio, concepiti per la difesa ma anche per il contrasto alle forme visibili di manifestazione del dissenso, credo che quanto meno accorgersi di questo non sia più rinviabile. Il dissenso normalmente si esprime di fronte a conseguenze inaccettabili dell’ordine simbolico, sociale ed economico in uso ed è un dissenso che la lettera di cui al post precedente ci parla moltissimo perché mette in discussione radicalmente una visione non più compatibile con le conquiste di coscienza e di civiltà nate in seno a una cultura che non è più in grado di giustificare se stessa. Poi si può voler non vedere ma hai ragione tu: tutto sta cambiando, per fortuna anche dei ciechi :-).

  11. 9 agosto 2012 10:32

    @paolaM “uomini potranno essere costretti a cambiare dal cambiamento” per caso vuoi fare i centri di rieducazione forzata per uomini?

  12. donatella permalink
    9 agosto 2012 16:49

    Non c’è un femminismo che vuole sottomettere gli uomini e se esiste una cosa del genere e vuole chiamarsi femminismo, io rinuncio a quella parola per definire me stessa. C’è il patriarcato, invece, che non permette alle donne di disporre pienamente della loro libertà, ma la libertà come la intendo io non è certamente quella che potrebbe umiliare chicchessia e men che meno l’altro sesso. Non possiamo abbassare così il livello di un confronto che non ha lo scopo di fare i conti ma di trovare i modi per una convivenza libera per entrambi i sessi.

  13. 10 agosto 2012 10:11

    @donatella è tu che proponi in concreto?

  14. donatella permalink
    10 agosto 2012 11:27

    Di parlarci, uomini e donne, gli uni di fronte alle altre. Parlare di tutto, di tutte le difficoltà, i dolori, le emozioni, i bisogni, i desideri. Non aver paura del conflitto, che può nascere perché non ci sentiamo o non ci siamo sentiti compresi e pensare che può essere accaduto perché non abbiamo trovato le parole, perché abbiamo provato pudore o vergogna. O rabbia. Evitare di pensare che quanto di ingiusto si è determinato non possa essere cambiato e immaginare questo cambiamento avendo presenti due soggetti pieni di dignità e di valore. Pensare di riformulare quelle leggi che aumentano l’ingiustizia e non mettono al sicuro nessuno. Io dico sempre: rivedere il Diritto di famiglia in modo che dalle separazioni non derivino due povertà e rivedere le leggi che dovrebbero garantire l’incolumità delle donne per via degli atti criminosi che spesso maturano dentro altre ingiustizie, dentro le difficoltà, dentro una cultura oramai vecchia, fondata sulla convinzione che un solo soggetto abbia tutti i diritti e che l’altro li debba sempre conquistare, ma perché?. E fare in modo che queste nuove norme siano scritte avendo presenti due soggetti, differenti, che non si capiscono “immediatamente”, che però possono farlo “mediatamente” , attraverso la parola e che la parola dell’uno valga sempre quanto quella dell’altro senza dare per scontata una mentalità che non è più buona per nessuno dei due. So bene che è tanto difficile perché nel frattempo le difficoltà sono diventate muri, sono diventate Storia attraverso il sommarsi di storie individuali, sono diventate fenomeni sociali, ma non abbiamo altra via. Vedi, Alessio, io non ho mai creduto alle pari opportunità come principio non perché non sia auspicabile che ci si consideri reciprocamente con la stessa dignità e valore ma perché odora di rattoppo e perché mantiene sullo sfondo un’ottica di riparazione, di recupero degli svantaggi che facilmente può scivolare verso un “pareggiamo i conti” che per me ha dell’impossibile e ci può riconfinare nella rabbia. Allora la mia visione è quella di avere presente il meglio possibile, considerando il peggio che è accaduto affinché non accada più. Non mi ispira il buonismo, il perdonismo, no, mi aggancio a un’idea di rispetto e riconoscimento reciproci ché se davvero dovessimo continuare a “farcela pagare” si scoperchierebbe ancora di più un pozzo nerissimo in cui ciascuno ha collocato o può ancora collocare il proprio dolore. Un po’ immedesimarsi, senza credere di non essere diversi, senza sentirsi per forza uguali, che non lo siamo: non siamo identici! ma disporre uno spazio fra noi e l’altro nel quale lasciare che lavori ciò che non comprendiamo perché magari può schiaririsi e se non si schiarisce che resti rispettato come qualcosa che non ci è dato di capire fino in fondo. Accettare che siamo limitati, anche nella possibilità di comprenderci ma non per questo alzare le armi. Il femminismo nasce per riparare ma quel che è fatto non è reparabile, si può solo sperare che non accada più ciò che creato quel bisogno. Mentre cresceva, il femminismo, ha prodotto un mare di cultura o l’ha rintracciata e posta in evidenza. Bene. Non tutto è buono di quello che è stato prodotto, io lo vedo ma prendi, per esempio, il partire da sé: non è buono anche per voi uomini? Io credo che sia ottimo. Perché pone le basi per l’autoconsapevolezza e il dialogo. Non è facile, Alessio, lo so molto bene ma ogni volta che ci riesco sento che quella è l’energia giusta per affrontare tutto quanto. Ci sarà un momento in cui i centri antiviolenza non saranno più necessari, purtroppo non è ancora arrivato ma anche lì, prendiamo il buono: come fa una donna ad uscire dalla violenza senza ricadere indietro? Con la fiducia che un’altra ripone in lei, con la relazione che le dà forza. E questa non è una chiave? Non può più la forza di credere in sé che mille avvocati? Quanta forza ti dà qualcuno che ti guarda come una creatura che deve avere il possibile per realizzarsi? Ti ripeto, Alessio, io non sono per i buoni sentimenti da osentare e che nascondono tanta ipocrisia molto spesso, io sono per le cose vere e qui di vero c’è che una millenaria incomprensione ha generato tanto male, che quando ci siamo divisi i compiti ci siamo dati dei ruoli che a lungo andare hanno mostrato che non è vero che le donne hanno valore solo perché sono madri e gli uomini solo perché dispongono di forza fisica. E’ da tanto che sappiamo che i padri possono essere qualcosa di meraviglioso per i figli, io lo so direttamente, e sappiamo anche che una donna che lavora fuori dalla casa e dagli affetti può comunque dare tanto, essere tanto per la società. Allora io dico che tutto quello che abbiamo imparato dal femminismo, dalla Storia, dalle nostre esperienze è tutto molto concreto e attingibile: curiamoci l’un l’altro anche quando non è più la passione a muoverci all’incontro, rendiamo l’amore reciproco una serie di atti materiali avendo sempre presente che chi abbiamo di fronte può essere anche molto fragile, trattiamoci con delicatezza, trattiamoci bene, come umanità e trattiamo bene tutto quello che abbiamo intorno, perché siamo preziosi, tutto è prezioso per vivere qui e realizzarci.

  15. Paolo1984 permalink
    10 agosto 2012 14:00

    una persona può dare moltissimo alla società sia che abbia figlia sia che non li abbia, e si può essere o non essere bravi genitori (e compagni di vita) sia lavorando fuori sia dentro casa. Dovrebbe essere, comunque, il mondo del lavoro a venire incontro alle esigenze di chi ha degli affetti e impegni familiari (e puoi averli anche se non hai figli)

  16. donatella permalink
    11 agosto 2012 11:54

    Sì ma è assurdo che invece la società si sia strutturata ponendo la natura come il limite alla libera espressione dei due generi costringendoci, ora, a rimediare ai danni di una polarizzazione dei ruoli fondati sul sesso con il rischio di impanatanarci di continuo nell’ipotesi essenzialista. Per questa ragione, ogni volta che si parla di differenza sessuale, si viene ricacciati nelle accuse solo perché è difficile definire tale differenza fuori dagli stereotipi. Io non mi percepisco come donna solo per le mie caratteristiche biologiche ma riuscire a dire cosa sono usando il linguaggio disponibile non mi è possibile. Su questo si sta giocando molto e anche sporco, negli ultimi tempi per cui direi che è necessario andare oltre. La società siamo tutti noi e so bene che anche le donne hanno accettato e favorito una ripartizione dei ruoli in base al sesso, però non possiamo negare, senza incorrere nella disonest’à intellettuale, almeno, che il patriarcato è un sistema di dominio che ha cancellato il genere femminile dalla sfera pubblica, per cui quando si dice patriarcato si deve intendere un sistema composto dalla gran parte degli uomini e da una gran parte di donne, entrambi all’opera per uno stesso obiettivo che ha di fatto privilegiato il maschile in molti modi e il femminile a lui fedele in altrettanti modi. Tutti gli altre e le altre che non hanno accettato e non accettano i vantaggi, primari o secondari di tale sistema, che lo ritengono ingiusto non solo nei confronti del genere femminile, sono impegnati non solo a districarsi fra i tentativi di schiacciamento su posizioni equivoche e indesiderate, ma anche a dimostrare con il loro comportamento e con il pensiero che si può uscire da questo imbuto, fonte di tanti disastri e anche all’origine della crisi che stiamo vivendo. Se da un lato è giusto porre con chiarezza gli obiettivi, dall’altro non si possono usare come arma per negare la realtà o per rovesciare sull’altra/o le responsabilità di quanto ancora non avviene a sufficienza. Invece di porci sterilmete in contrasto, proviamo a collaborare.

  17. alex permalink
    24 agosto 2012 01:08

    dovreste leggere Il Mito Del Potere Maschile di Warren Farrell che fa giustizia di molta disinformazione femminista. Un esempio su tutti: non è vero che le donne lavorano di più, i lavori piu faticosi e usuranti sono svolti da uomini che sopportano maggiore stress fisico e mentale e per questo vivono in media sette anni di meno rispetto alle donne. Fino a qualche decennio fa l’aspettativa di vita media era la stessa per i due generi. Come si faccia a definire questa società maschilista, in virtù di questo e altri esempi di discriminazione anti-maschile, va oltre la sfera della logica.

  18. 24 agosto 2012 16:57

    Caro Alex, spero che tu non creda veramente a quello che scrivi…come se tutti gli uomini fossero in miniera a spaccarsi la schiena per le proprie donne.
    Quello che mi preme dire comunque è che non siamo disposte a parlare con chi nega la violenza o la discriminazione nei confronti delle donne, con chi pensa di vivere in una società complottista che se la prende con gli uomini, povere vittime indifese. Se pensi questo o, come scrivi nel commento, ritieni che sia impossibile definire la società in cui viviamo maschilista allora ti consiglio di non leggerci più, risparmiare prezioso tempo, dedicarti alle tue proficue letture maschiliste e complottiste. Grazie!

    • emanuele2311 permalink
      24 agosto 2012 22:09

      “”come se tutti gli uomini fossero in miniera a spaccarsi la schiena per le proprie donne”,di sicuro non ci sono le “oppresse”a tirare fuori materie preziose che adornanano prevalentemente i corpi delle donne.
      L’assenza femminile in certi luoghi di lavoro,non vi disturba affatto!.

      non siamo disposte a parlare con chi nega la violenza o la discriminazione nei confronti delle donne,anche con chi nega,che la violenza maschile sia la prima causa di morte per le donne?Calunnia?.Anche con chi dimostra,come le statistiche sulla violenza,spesso, siano gonfiate?
      Anche con chi afferma che certi limiti(“discriminazioni”) che hanno colpito le donne,non sono riconducibili alla volontà maschile?.

      “che sia impossibile definire la società in cui viviamo maschilista”,nella quale vige il monologo femminista.
      Dove si può offedere,CALUNNIARE,deridere gli uomini senza alcun problema.
      Dove le donne hanno una maggiore speranza di vita,i lavori più rischiosi vengono svolti dagli uomini(forse perché gli uomini DEVONO lavorare,mentre le donne POSSONO lavorare),dove si laureano più donne che uomini,dove per gli uomini è più facile essere uccisi,che per le donne etc………

      Saluti!

  19. alex permalink
    24 agosto 2012 21:19

    non penso che la società sia uniformemente maschilista o femminista, ci sono ambiti in cui gli uomini sono avvantaggiati e altri in cui sono invece le donne ad essere privilegiate.
    però richiamando il mio esempio precedente, è assolutamente vero che gli uomini lavorano di più, fanno piu ore di straordinari e svolgono lavori con un maggiore carico di stress fisico e psichico. questo è un dato di fatto incontrovertibile.

  20. 25 agosto 2012 01:31

    Vi prego, ditemi dov’è questo paese dove vige il monologo femminista e dove le donne, se proprio proprio lavorano, lo fanno in leggerezza e per poche ore al giorno: ci voglio andare!

  21. MIRIAM permalink
    27 agosto 2012 18:03

    Purtroppo nei “nostri” blog i soli maschi che si presentano sono di questo stampo e noi pediamo ore ed ore a parlare con gente intenzionata a muovere una guerra senza fine alle donne. Ma bisogna capire che sono maschi che hanno problemi molto gravi, se hanno bisogno di negare che il dominio sessista produce la morte delle donne. E quindi sono rappresentativi di una porzione, che purtroppo esiste, ma che non dà conto del resto degli uomini, quelli che noi amiamo, con i quali dialoghiamo, con i quali stiamo reinvestendo una diversa civiltà e che loro, questi che vengono qui e quelli che uccidono le donne, disprezzano. Credo che dobbiamo tenere conto delle energie che sprechiamo con questa gente. E bisognerebbe evitare di farli entrare in queste discussioni, fatte con lo stampino a causa loro.

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