Skip to content

“Noi volteremo le spalle”

16 agosto 2012

Su Dio è violent di L. Muraro.

Noi volteremo le spalle“. Questa espressione compendia, a nostro avviso, il senso del nuovo libro di Luisa Muraro. Generalmente, il voltare le spalle richiama un atteggiamento di resa o al limite di indifferenza. Ma non è questo il senso che qui viene sviluppato. Voltare le spalle è qui il contrario della resa, ciò che si pone agli antipodi dell’indifferenza. Attorno ad esso si gioca un nuovo modo di fare politica e un nuovo senso di ciò che chiamiamo ‘violenza’.

Innanzitutto un nuovo modo di pensare alla politica. Voltare le spalle significa porsi in una prospettiva radicalmente diversa rispetto a chi ritiene che questa attività umana coincida con il ‘porsi di fronte’ di prospettive diverse e soprattutto di chi crede che opporsi alla politica dominante sia un mettersi contro, uno scontrarsi. Questo metodo non funziona più. Non funziona più perché questo modo di intendere il conflitto politico si inscriveva all’interno della logica specifica del patto sociale, un patto che è morto. Il conflitto inscritto all’interno del patto, da esso tollerato, era inteso in un senso specifico:   per tutte le parti in lotta si trattava di confliggere per lo stesso obiettivo ovvero detenere quel potere centrale, frutto del patto stesso, nonché suo luogo specifico di concretizzazione. Se le parti non concordavano sui mezzi o sugli scopi immediati da perseguire, nondimeno l’obiettivo primario era lo stesso, il potere, obiettivo il cui perseguimento confermava la base su cui esso stesso poggiava. La lotta per il potere era insomma inscritta nella logica del patto che fondava il potere stesso.

Ma questo patto, questo prodotto di un perfetto razionalismo che è insieme immagine mitica, ha perso la sua efficacia, o meglio la sua forza simbolica. Privo di una forza ‘reale’, di fornire le basi di una condivisione che non consistesse in altro se non la fede nel benessere nel progresso, esso nondimeno è riuscito, fino a non molto tempo fa, a catalizzare le energie politiche. Esso si presentava come il fondamento privilegiato di ogni riflessione sulla politica e il suo senso.

Ma il velo di Maia oramai è caduto. Ciò che si è rivelato è non solo l’inconsistenza del patto, ma soprattutto il volto dei suoi contraenti. Prensentatosi come l’espressione della generalità, esso si è scoperto come il mezzo primario con cui realizzare l’ esclusione. Il vero senso del patto, il suo oggetto e fine,  sono coloro che non vi partecipano. In particolare le donne. Le donne, dice Muraro, la loro storia racconta in sè il senso di quella menzogna: non solo non partecipano attivamente al patto, ma vi compaiono come oggetti di un ‘contratto sessuale’. Esse hanno conosciuto sulla propria pelle la forza di quella finzione. Sanno infatti che uno dei perni di quel patto, l’esclusione della violenza dal sociale e il suo concentrarsi nella mani del potere è esso stesso una pura costruzione teorica. Oggetti di un contratto sessuale, le donne sono state anche soggette ad una violenza privata di cui i loro padri e mariti non sono mai stati privati.

Ed è qui che si inserisce il discorso sulla violenza, su come è stata intesa, su come invece diventa altro se inserita in un discorso diverso. La violenza del patto, la violenza legittimata dal patto è violenza privata nei confronti delle donne e violenza pubblica che diventa ‘giusta’nel momento in cui il suo scopo è l’accesso al potere.

La violenza di chi volta le spalle è un’altra cosa. È un rivolgersi ad altro e non un porsi contro, non un mettersi di fronte. È cercare una nuova immagine mitica, cercare qualcosa che abbia ‘forza simbolica’. Si tratta di creare nuovi simboli questa volta inclusivi, questa volta capaci di ammettere la violenza senza giustificarla, senza doverla inserire in una struttura che, nel momento in cui è collocata in spazi specifici, non viene frenata ma anzi si amplifica. Si tratta di pensare “una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e che nessuno può fare sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale però noi umani possiamo lasciarci usare”. La violenza, per Muraro, ha quasi consistenza ontologica. E non solo. “Dio è violent”, la violenza è una realtà metafisica. In radicale opposizione al razionalismo borghese che vorrebbe il logos come principio fondamentale, Muraro pone la violenza come ciò che scardina la logica di quel discorso e ne mostra i limiti. La violenza come ciò che mette in discussione il mondo fittizio del logos.

Ma cos’è la violenza nella sua essenza? Essa si mostra soprattutto come qualcosa che non si identifica con la facoltà di distruggere. Essa è, piuttosto, capacità di creare. Una messa in discussione dei simboli dati  che, in fondo, non ha bisogno di armi. Chi vince è  ancora il più forte, nel senso però del ‘simbolicamente’ forte, chi è capace cioè di costruire simboli. Gli esempi di questa violenza dicono molto di essa. Piazza Tienanmen. Un uomo davanti ad un carro armato. Nessuno scontro e quindi, soprattutto, nessun confronto. Da qui la nascita di un simbolo prodotto di una violenza, quella dell’uomo con la borsa, che è ben altro da quella del carro armato.

Annunci
10 commenti leave one →
  1. 17 agosto 2012 10:32

    La verità non è mai stata rivendicata con la violenza, diceva il Mahatma Gandhi.

  2. 17 agosto 2012 12:35

    E’ necessario liberarsi dell’idea di violenza così come è stata intesa e come è stata “appropriata” dal potere, che come giustamente osserva Muraro è diventato soltanto il monopolista della violenza, alla quale ha dato altri nomi, criminalizzandone ogni altra forma.

    Il fraintendimento delle parole di Muraro è molto facile, e il rischio di semplificarle è altissimo, ma non stiamo parlando di un’ingenua, né di una facilona: è quindi indispensabile leggere il suo libro con molta attenzione.

    L’opera di Gandhi è l’emblema della nonviolenza, se per violenza si intende l’esercizio della forza fisica in una modalità aggressiva verso persone o cose. Ma se per violenza intendiamo – come suggerisce Muraro, appunto – il capovolgimento del sistema simbolico vigente, allora Gandhi è stato estremamente violento. Anche un silenzio può essere estremamente violento.

    Il tabù della violenza è uno dei più difficili da mettere in discussione, ma personalmente credo che una riflessione libera e profonda sul tema sia urgente. C’è anche un interessante e piacevole volumetto di Slavoj Zizek sul tema: e mostra, in altri modi, come la strategia di chi esercita la violenza “oggettiva” (quella propria del sistema, esercitata a tutti i livelli e spesso in modo meno evidente di una mazza che manda in frantumi una vetrina, ma molto più estesa e grave) sia proprio quella di criminalizzare la violenza “soggettiva”, come ad esempio è quella di chi si oppone alla violenza oggettiva.
    Ripensare a questo tema è una bella sfida, che però va colta: il rischio, altrimenti, è quello di ritrovarsi dalla parte di chi impone la violenza “oggettiva”, supportando ingenuamente la sua visione della violenza.

    Su Zizek: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18672

  3. 17 agosto 2012 17:27

    Estendere il concetto di “violenza” fino ad inglobare ogni forma di disobbedienza mi sembra tipico di un certo relativismo filosofico, che negando qualsiasi verità assoluta, mette in discussione continuamente il significato di ogni cosa, assumento prospettive di lettura diverse a seconda della tesi che si vuole dimostrare.
    Non si può considerare Gandhi un violento se non si assume come proprio il punto di vista di coloro che si percepiscono come “violati”, ovvero i rappresentanti dell’ordine che Gandhi voleva sovvertire.
    Ho citato Gandhi perché mi sembrava un esempio calzante, visto che lavorava molto sui “simboli”, che sono molto più potenti dell’approccio razionale: l’inseparabile telaio, ad esempio, con cui prega e tesse, simbolo dello sfruttamento economico perpetrato dal governo britannico, che prende in India le materie prime e le porta in Inghilterra a lavorare, sottraendo così ricchezza agli indiani. Gandhi sprona a farsi da se, con il proprio lavoro i vestiti, indossa solo stoffa che ha tessuto da sé, boicottando il commercio delle stoffe britannico. Rimarrà famosa la frase: “Non esiste bellezza, con la veste più fine, se produce infelicità”. La stessa, famosa, marcia del sale, che si conclude con lui che insegna ai contadini ad estrarre il sale dall’acqua del mare, non è forse un simbolo? Il boicottaggio è violenza, se lo spirito che lo anima è scardinare un sistema che opprime e sfrutta? Si, se scegliamo di guardare con gli occhi degli oppressori. Ma non si possono assumere troppi punti di vista contemporaneamente, o si perde del tutto la possibilità di vedere con chiarezza. Bisogna avere il coraggio di scegliere una visione (I have a dream, disse Martin Luther King il 28 agosto del 1963), assumerla, e rinuciare alle altre prospettive. A quel punto si può reperire quella forza in grado di creare simboli così potenti.

    • Ilaria Durigon permalink*
      17 agosto 2012 17:53

      Immaginare che la violenza possa essere definita in maniera diversa rispetto a quello che ci hanno insegnato non mi pare un segno di relativismo. Non stiamo dicendo che tutto può essere violenza e quindi che niente sia in realtà violenza. Non si tratta di relativizzare. SI tratta di affermare che la violenza può assumere forme diverse e che può anche diventare giusta. Ciò non significare voler affermare preventivamente quando si possa definire tale. Questo vorrebbe dire voler affermare una verità assoluta sulla giustizia e l’ingiustizia. Un atteggiamento profondamente violento, nel senso più negativo del termine.

  4. 17 agosto 2012 18:50

    @Ricciocorno: temo che non ci siamo capite, semplicemente. Il fatto che Gandhi abbia sovvertito l’ordine simbolico imposto dagli oppressori britannici è proprio ciò che me lo ha fatto definire violento. In un senso positivo del termine, tuttavia. Come ha detto qualcuno, il dizionario è un campo di battaglia politico, e la lotta per appropriarsi del significato delle parole è fondamentale. Secondo me proprio il fatto di rifiutarsi di definire Gandhi come violento perché questo significherebbe mettersi dalla parte degli oppressori, significa accettare in partenza il significato che gli oppressori attribuiscono alla parola “violento”. Parlare il linguaggio dell’avversario rischia di farci rimanere intrappolati nelle maglie del suo dominio. Trovare un linguaggio nuovo, invece, può aiutare a liberare anche le nostre azioni.

  5. 18 agosto 2012 06:47

    “Questo vorrebbe dire voler affermare una verità assoluta sulla giustizia e l’ingiustizia. Un atteggiamento profondamente violento, nel senso più negativo del termine.” Questo cos’è, se non relativismo?
    Se io mi negassi la possibilità di credere in qualcosa, di avere dei valori saldi ai quali appellarmi nel momento in cui decido di esprimere un giudizio, sulla base di che cosa potrei fare una scelta? Sarei costretta a rimanere immobile, a non fare niente. Mi toglierei anche la possibilità di dire “no”, con fermezza, di rifiutare ciò che percepisco come ingiusto. Mi toglierei ogni possibilità di credere di agire per il bene, ed agire non avrebbe più senso. Forse finirei chiusa in camera a fissare il soffitto. Farei una terribile violenza a me stessa, costringendomi a vivere una realtà nebbiosa, nella quale qualunque direzione vale l’altra, senza nessuna strada da prendere perché sono tutte tristemente uguali, prive di qualunque spessore etico. Vero, sarei libera da qualunque possibilità di errore, perché se non c’è né bene né male, non avrei neanche la possibilità di rimproverarmi… Ma cosa mi rimarrebbe? Non potrei neanche mai fare niente di giusto, niente di cui andare fiera. Certo che il “giusto” e lo “sbagliato” non sono categorie assolute, immutabili nel tempo e nello spazio. Ma per ogni individuo, in un dato momento storico e alla luce della personale esperienza di quell’individuo, le categorie di giusto e sbagliato devono essere vere.
    “Secondo me proprio il fatto di rifiutarsi di definire Gandhi come violento perché questo significherebbe mettersi dalla parte degli oppressori, significa accettare in partenza il significato che gli oppressori attribuiscono alla parola “violento”: in realtà no, mi rifiuto di definirlo violento per rispetto a Gandhi, alla sua idea di violenza e non violenza, per il rispetto che nutro per le sue parole e per la sua vita.
    Non tutto quello quello “che ci hanno insegnato” va guardato con sospetto, anche dal passato possono arrivare lezioni interessanti…
    Quello che io ho trovato interessante, nelle parole della Muraro, è il suo interesse per la valenza simbolica delle azioni, che condivido pienamente, soprattutto alla luce della condanna alle Pussy Riot di ieri: il cantare in Chiesa, l’invocare la Madonna non è stato un gesto violento in sé per sé, perché materialmente non hanno nuociuto a niente o nessuno: ma è stato un gesto potentissimo dal punto di vista simbolico. Vogliamo definirla violenza giusta? Va bene, mi sta bene. Ma il punto rimane sempre che il simbolo è più potente dei cazzotti o degli schiaffoni quando si tratta di agire contro l’ordine costituito.

  6. 18 agosto 2012 12:22

    Credo ancora che siamo d’accordo, di fondo: soprattutto leggendo le utime righe del tuo commento. Non sul relativismo, tuttavia: è un termine che qui (credo di poter parlare per tutte le autrici di questo blog) non piace a nessuna – soprattutto considerando chi l’ha usato, tradizionalmente, per attaccare la modernità e la libertà di pensiero, ossia la chiesa. Se si guarda al blog non mi pare emerga una mancanza di idee ben chiare su cos’è giusto e cos’è sbagliato. Un’altra cosa è la nostra contrarietà alla posizione opposta al relativismo, ossia il dogmatismo: quello contro cui lottiamo è proprio l’imposizione di significati e valori considerati come verità assolute e indiscutibili. Ma mi pare che nemmeno tu sia da quella parte. Per cui, al di là della definizione dell’opera di Gandhi, non vedo nella sostanza delle grosse differenze. E concordo sul fatto che il sovvertimento dell’ordine simbolico sia ben più efficace dei cazzotti – anche se credo proprio che le Pussy Riot siano state percepite come estremamente violente da chi ha “subito” la loro azione. Ma appunto, questa è ancora una questione di parole.

  7. 18 agosto 2012 14:18

    Certo che siamo d’accordo, e mai in questo blog ho riscontrato una mancanza di percezione di cosa è giusto o sbagliato, tutt’altro! E’ solo una questione di parole, appunto… Che non cambia la sostanza, ma a volte rallenta la comprensione. Per me le Pussy Riot sono potenti, dirompenti, ma non-violente, perché proprio non mi riesce di smettere di associare la parola violenza all’immagine del bastone, alla distruzione… Anche se, razionalmente, so benissimo che è una parola che raccoglie molti altri significati. Costruire un linguaggio nuovo è difficile, perché il nostro legame con le parole è molto più profondo di una associzione razionale fra significante e significato…

  8. Riccardo Fanciullacci permalink
    29 settembre 2012 12:01

    Ciao a tutte,
    Ilaria ieri mi ha detto che ha recensito “Dio è violent” e così, cercando il suo scritto, ho scoperto il vostro blog. Grazie.
    Su “Dio è violent” mi piacerebbe confrontarmi con voi. Per me è un testo molto profondo e ricco, anche se, come altri testi che introducono idee nuove, da discutere in alcuni passaggi.
    Mi sembra che la lettura di Ilaria sia troppo accomodante. Mi spiego: quello che dici è vero e c’è nel libro, ma è come se soprassedessi su altre cose che però sono importanti. Tu dici: la riapertura di Muraro alla violenza è da intendere come affermazione della forza simbolica, di una politica che, voltando le spalle alla “lotta per il potere”, volta le spalle allo scontro armato ecc. Nella tua lettura la violenza diventa “creazione di simboli altri”.
    Ora, è vero che alla base di questo libro c’è l’idea della “politica del simbolico” e dell’uso della forza simbolica. Però, mi sembra che Muraro aggiunga: per disporre di tutta la nostra forza simbolica, dobbiamo accettare la possibilità di dover sconfinare in quell’uso della forza che lo Stato e il patto sociale che esso presuppone chiamerebbero “illegittimo” e dunque “violento”.
    E come dice Ilaria nel suo primo commento, questo non è impadronirsi della violenza, ma esporsi al rischio, sapendo però che attenersi alla delimitazione legale tra forza (legittima) e violenza (illegittima) non è una garanzia di non sbagliare.
    C’è però tutta la seconda parte del libro ancora da discutere, quella in cui diventa centrale il riferimento alle donne. La parte su cui più vorrei confrontarmi.
    Muraro dice: alle donne, il patto sociale è stato imposto nella misura in cui non era loro riconosciuta la libertà di metterlo in questione; inoltre, della violenza esse sono state e sono soprattutto vittime. Questa doppia condizione, le mette in una posizione privilegiata per saper usare la propria forza anche ai limiti della violenza, senza tentare di impadronirsi di questa.
    Scrive Muraro nel penultimo capoverso: “Quando è il caso di decidere come comportarci, regoliamoci come fanno le cuoche con il sale: ‘Quanto basta’”. Ovviamente il “sale” è quell’uso della propria forza che accetta il rischio di oltrepassare i limiti del “legale”.
    A me pare molto interessante questa idea che le donne sappiano praticare questo sconfinamento meglio degli uomini, cioè lo sappiano praticare con una misura (giustezza) di cui il patriarcato non ha dato prova. E la ragione di questa superiorità non è biologica, ma innanzitutto storica. (E così tagliamo subito il discorso sulla generalizzazione ecc. La tesi non è: presa a caso una donna e preso a caso un uomo, quella è superiore a questo. Il punto sono i modelli culturali all’interno di cui accade la soggettivazione e il loro intreccio con la differenza sessuale). Dicevo: a me interessa questa idea, ma non so se è vera proprio nei termini in cui la formula Muraro. Mi piacerebbe capire meglio da dove vengono quei modelli di soggettivazione che rendono capaci di “dosare il sale” (o di assumersi ragionevolmente il rischio di saperlo dosare) e come si intrecciano alla differenza sessuale e come si possono proteggere e rilanciare. Anche: come da parte maschile si possa nutrirsene e come si possa partecipare al loro rilancio. “Imparando ad ascoltare le donne, riconoscendo l’autorità che quelle sanno prendersi”, dice solitamente Muraro. Dal punto di vista dell’etica singolare, è una risposta sufficiente, ma mi chiedo se, sul piano politico (anche se questo non è solo il piano istituzionale), non si possa dire qualcosa di più. E sto cercando questo qualcosa.

    • Ilaria Durigon permalink*
      2 ottobre 2012 09:07

      A me pare che la cosa interessante che mette in gioco Muraro nel suo scritto sia innanzitutto un nuovo senso dell’idea di violenza. Un nuovo senso che non implica un’eliminazione della violenza come scontro fisico ma che piuttosto estende questo senso ad altri significati. Il concetto di violenza di Muraro è molto ampio e mi pare possa abbracciare tutto ciò che può essere definito come ‘illegale’ e ciò proprio facendo riferimento alla dicotomia tra legittimo e illegittimo su cui si fonda il patto sociale. A partire da esso, è violento tutto ciò che è illegale. Quando ho fatto l’esempio di Tienanmen, riprendendolo proprio dal testo, non intendevo dire che la violenza giusta sia quella che non implica lo scontro armato, ma volevo dire che nel mondo in cui viviamo è vista come violenza anche quella che non lo implica. E’ vista come violenta anche quell’azione che mira a sovvertire l’ordine delle cosa con la sola forza simbolica. Da donna e femminista posso assicurarti che è così: molti uomini credono che il femminismo sia violenza e la credono una forma di violenza autentica anche se agisce senza l’uso di armi. Il non aver sottolineato il senso ‘fisico’ di questa violenza è corrisposto all’idea di non dover definire questa azione che sconfina nel conflitto ‘reale’: non la si può ‘giustificare’, ma se ne deve ammettere la possibilità. Non la si può ‘analizzare’, ma si sa che in certe situazioni è ammessa ‘quanto basta’. Mi pare insomma che della violenza fisica non si possa nè debba dir nulla se non che in certi casi è giusta: quali casi e in quale misura non si può dire.
      Per quanto riguarda l’ultima questione che poni, quella sui modelli di soggettivazione e sulla capacità delle donne di agire con violenza ‘quanto basta’ mi pare che si potrebbe leggere il testo della Muraro così. Per come sono stati educati, donne e uomini hanno un rapporto diverso con la violenza: mentre nei bambini la violenza è tollerata nel senso in cui si intende l’aggressività qualcosa di ‘naturale’, per le bambine la questione è diversa. L’aggressività viene ‘punita’ e quindi frenata. Le donne non sono abituate perciò a lasciarsi andare alla violenza, non si fanno sopraffare. La sanno usare mantenendo una certa distanza. Credo che oltre ad un fatto di educazione diversa ciò sia anche dovuto ad un diverso grado di consapevolezza che le donne hanno acquisito rispetto a loro stesse, consapevolezza che mi pare manchi tuttora negli uomini. Le donne si conoscono molto di più e ciò permette loro di non farsi sopraffare da forze esterne e di restare ferme quando serve e agire quando è necessario. La misura è innanzitutto qualcosa che viene da dentro e che si può avere solo partendo da qui.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: