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E’ l’Europa che ce lo chiede

29 agosto 2012

Come saprete, la Corte europea dei diritti umani a Strasburgo ha bocciato la legge 40, ossia la legge che in Italia regola (ma usare questo termine è quanto mai improprio) la fecondazione assistita. L’aspetto incriminato questa volta (ce ne sono stati altri in passato) è il divieto della diagnosi pre-impianto, ossia l’esame dell’embrione volto a stabilire se esso sia sano o malato, come accade ad esempio quando genitori che sono portatori sani di una specifica malattia ereditaria (la fibrosi cistica nel caso della coppia italiana che ha fatto ricorso alla Corte) ricorrono alla fecondazione assistita proprio per evitare che il bambino nasca malato. Si badi bene, non si tratta di scegliere tratti somatici (occhi azzurri e capelli biondi, secondo lo stereotipo) in un folle impulso eugenetico in stile hitleriano, come coloro che si oppongono alla diagnosi pre-impianto hanno interesse a far credere. Si tratta, per chi lo desidera, di scegliere di non impiantare in utero un embrione che, alla nascita, sarà sicuramente affetto da una grave patologia.

Una delle ragioni fondamentali per cui la Corte ha bocciato il divieto della diagnosi pre-impianto è che tale divieto è incoerente con quanto prescritto dalla legge 194 sull’interruzione di gravidanza: secondo questa legge, infatti, nel secondo semestre di gravidanza è possibile abortire per due ragioni: grave pericolo di vita per la madre, e “accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna” [nota: nel primo trimestre le ragioni per le quali si può ricorrere all’i.v.g. sono molte di più, come potete leggere nell’articolo 4 della legge]. Ciò che accade, infatti, è che se sono accertate quelle rilevanti anomalie o malformazioni nel feto, la donna ha il diritto di abortire. E’ evidente che sussiste una grave incoerenza tra questa possibilità, e il divieto di diagnosi pre-impianto, che anzi permetterebbe di evitare di instaurare una gravidanza per poi interromperla al quarto o quinto mese (i tempi della diagnosi prenatale impongono all’incirca questi tempi). Che senso ha? Ovviamente c’è chi propone di rivedere la 194: ma di questo non intendo occuparmi, visto che questo blog ha trattato il tema più di una volta, e proprio non si trovano ragioni ammissibili in uno stato civile e democratico per imporre (ad ogni costo) ad una donna una gravidanza che non desidera.

C’è invece, e devo dire con una certa sorpresa e incredulità, chi sostiene che la Corte di Strasburgo abbia interpretato in modo errato la 194: parlo di un articolo apparso oggi sulla 27esima ora. E non solo è l’autrice ad interpretare male la legge, visto che mostra di non aver chiaro il campo semantico individuato dall’espressione “salute fisica o psichica della donna” – non è infatti necessario un certificato attestante esaurimento nervoso o qualcosa di questo tipo: il concetto di salute psichica è ben più ampio di quello che l’autrice ha in mente, e inoltre, secondo la legge, è sufficiente che ci sia un rischio per la sua salute fisisca o psichica; quel che è peggio, è il tono dell’articolo, che già dal titolo, “La bocciatura della legge 40 sulla procreazione «Produrre» e «scartare»?“, ci fa intendere quale sia il giudizio di valore che l’autrice attribuisce a priori alla procedura della fecondazione assistita e, ancor più, all’atteggiamento di chi vi ricorre, immaginando di fatto una mentalità da “ingegneri della vita” privi di sentimenti in genitori che non hanno altro interesse se non quello di mettere al mondo dei figli liberi dalla schiavitù e dalla sofferenza di una grave malattia. A meno che non vogliamo raccontarci, tra persone sane, quale sia l’immenso e magnifico valore della sofferenza e della malattia. Ma questo sarebbe quanto meno immorale, oltre che profondamente ipocrita. E se è vero che “la bellezza delle cose è nello sguardo di chi le contempla”, lo stesso vale, viceversa, per lo “spirito” o le cattive intenzioni che si scorgono nelle azioni altrui, quando non ve n’è traccia.

PS. Bagnasco, per questa volta, lo si può anche ignorare. Il suo improvviso impulso a difendere le istituzioni italiane fa quasi sorridere.

3 commenti leave one →
  1. 30 agosto 2012 09:14

    Reblogged this on Womenoclock.

  2. 15 settembre 2012 14:12

    La CEDU ha bocciato la legge 40 per quanto riguarda l’impossibilità per una coppia fertile, portatrice sana di fibrosi cistica di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni. Secondo i giudici, «il sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto degli embrioni è incoerente» in quanto un’altra legge permette di accedere all’aborto terapeutico se il feto è malato di fibrosi cistica. La Corte ha stabilito che la legge 40 viola il diritto al rispetto della vita privata e familiare di Rosetta Costa e Walter Pavan, cui lo Stato dovrà versare 15mila euro per danni morali e 2.500 per le spese legali. Nel 2006 i due coniugi hanno avuto una bambina con la fibrosi cistica: allora hanno scoperto di essere portatori sani della malattia. Quando la donna è rimasta incinta nel 2010, si è sottoposta alla diagnosi prenatale e il feto è risultato positivo alla malattia: quindi ha abortito. La coppia ora vuole un altro bambino, ma con la certezza che sia sano.

  3. chiara permalink
    3 ottobre 2012 14:34

    segnalo questo libro recentissimo:

    http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842093374

    Luciano Canfora
    “È l’Europa che ce lo chiede!” Falso!
    Edizione: 2012
    Collana: Idòla Laterza

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