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Feminist blog camp 2: Femminicidio, l’importanza delle parole.

4 ottobre 2012

Un buon esempio di cosa significhi agire concretamente nel reale, lottare per cambiare le abitudini mentali e culturali, ci viene dato dal lavoro di Barbara Spinelli e Luisa Betti.
Insieme hanno tenuto un workshop molto interessante sul femminicidio, o meglio, sul modo in cui esso viene raccontato dai media. In questo caso l’informazione è ancora più pericolosa della pubblicità, perché a differenza di quest’ultima verso cui abbiano un atteggiamento minimamente diffidente perché siamo consapevoli dell’intento commerciale (“pubblicità bugiarda”), l’informazione invece si ammanta di neutralità e istituzionalità (“l’hanno detto al tg”). Perciò l’informazione è in grado di penetrare ancora più a fondo nel nostro modo di leggere la realtà.

Quando una donna viene uccisa dal compagno, marito, padre, siamo di fronte ad un femminicidio. Può sembrare una parola forte. Lo è: usare il termine femminicidio vuol dire chiamare un fenomeno preciso con il suo nome e non mistificarli. Anche se la questione che si pone qui non è tanto quella di usare o non usare una parola ma di combattere o appoggiare una intera cultura che accetta la violenza sulle donne. Usare le parole giuste per definire questo fenomeno porta avanti una battaglia importantissima, che si gioca tutta sul piano simbolico.

Molto spesso la violenza sulle donne, la loro uccisione, viene descritta come l’atto di un folle. Ma in realtà solo il 5% dei femminicidi viene perpetrato da persone con disturbi psicologici. Il restante 95% è costituito da uomini perfettamente sani, uomini ‘normali’, inseriti in famiglie ‘normali’. Il tentativo che si gioca definendoli come folli, in preda a raptus momentanei, è quello di porli al di fuori della normalità. Non è socialmente accettato il fenomeno reale che questo accada in famiglie ‘normali’ a causa di rapporti di genere ‘normali’. Barbara Spinelli osserva una cosa a nostro parere verissima e molto anti-rosa: parlare male della famiglia, mostrare come la violenza rientri nella sua ‘normalità’, sarebbe destabilizzante per l’ordine sociale costituito.

Qui il  rapporto mondiale sui femminicidi.

Qui e qui due post con cui in passato avevamo parlato del femminicidio.

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  1. Maria permalink
    5 ottobre 2012 10:01

    Condivido integralmente le osservazioni di Barbara Spinelli. La stragrande maggioranza dei femminicidi è commessa da uomini che non risultano affetti da turbe psichiche. Molto spesso, inoltre, (almeno nel 70% dei casi), l’omicidio non si configura come episodio singolo, ma costituisce il tragico epilogo di una storia intessuta di violenze inflitte per lungo tempo alla compagna. Il femminicidio, poi, rappresenta solo la punta dell’iceberg della violenza fisica, psicologica e sessuale maschile che colpisce, in forma più o meno grave e protratta, quasi 7 milioni di donne, secondo l’indagine ISTAT del 2006. Ciò dovrebbe indurci a riflettere sulla dinamica dei rapporti di genere che si instaurano all’interno della famiglia, o, almeno, all’interno di molte di esse, fondate o meno sul matrimonio. Credo che la violenza maschile possa costituire l’estrinsecazione di rapporti di genere asimmetrici, patriarcali, autoritari, gerarchici o, in molti altri casi, possa scaturire dal disconoscimento della personalità e dell’autonomia dell’altra, dalla frattura di un rapporto che si pretende fusionale, dal rifiuto della donna di fungere da mera proiezione, da puro rispecchiamento dei desideri, delle opinioni, degli interessi del compagno.
    Dovremmo poi interrogarci sul significato e sull’impatto della violenza maschile praticata all’interno della famiglia. A me ha molto colpito, in proposito, una frase dirompente che ho letto in uno splendido libro di Patrizia Romito intitolato Un silenzio assordante e che riporto integralmente: ” Da questa analisi non consegue che tutti gli uomini sono violenti. Ne consegue invece che tutti gli uomini, anche coloro che non sono violenti, ricavano dalla violenza esercitata da alcuni: facilità di accesso a rapporti sessuali, servizi domestici gratuiti, accesso privilegiato a posizioni lavorative più elevate e meglio retribuite”.
    Si tratta, appunto, di riflessioni molto destabilizzanti per l’ordine sociale costituito e sulle quali forse sarebbe opportuno soffermarsi.

  2. 6 ottobre 2012 13:18

    Grazie, è stato un bellissimo momento, c’erano tantissime giovani e mi sembrava di vedere me a 20 anni. Sono onorata di aver fatto questo work shop con Barbara e se avete bisogno sono qui.

  3. 7 ottobre 2012 10:14

    Io sostengo ogni parola, di Barbara Spinelli e vostra, ma c’è una precisazione che trovo doveroso fare: si parla di femminicidio (è Spinelli stessa a scirverlo nel suo blog http://femminicidio.blogspot.it/) quando una donna viene uccisa IN QUANTO DONNA, non quando viene uccisa a prescindere.
    Se io uccido una donna perché non vuole accontentare le mie richieste sessuali, perché vuole lavorare e io la voglio a casa, per il modo in cui veste, perché è nera, questi sono buoni esempi di femminicidio.
    Se io uccido una donna durante una rapina, o perché non mi lascia il posto al parcheggio, trovo difficile definirlo un femminicidio.
    Scusatemi la pedanteria, ma è un discorso così importante che, se espresso con anche una sola sbavatura, rischia di allontanare pubblico – parlo di quel pubblico, generalmente maschile, che sta lì pronto a dire “ah vedi, odiano noi maschi ‘ste femministe de merda!”.
    Essere precisi aiuta sempre.

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