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Se le nostre parole diventano quotidiane

29 novembre 2012

Oggi sulla prima pagina del quotidiano La Stampa, nella rubrica del vicedirettore Massimo Gramellini, compare la parola “femminismo“. L’intera rubrica è dedicata a questo tema.

Visto che desidero sostenere che questa sia una notizia positiva, devo premettere subito che alcune affermazioni di Gramellini sono o discutibili, o ingenue, o profondamente sbagliate. Per esempio: “Finché al mondo esisteranno donne mobbizzate, violate, ammazzate e in troppi Paesi segregate e infibulate, il femminismo avrà un senso” – quando è evidente che non è solo la violenza sulle donne che dà senso al femminismo, e meno che mai lo è solo questo tipo di violenza, quando ne esistono molte altre meno riconoscibili. Di più: per molte femministe, me compresa, è irritante il tono dell’articolo intero: per l’uso facilone della parola “femminile”, per le persone a cui sono state rivolte le domande (Michela addirittura afferma che il femminismo non c’è più), fino all’auspicio finale sulle donne salvatrici del genere umano… E per molte altre ragioni, che sono sicura potremmo individuare con chiarezza. Ma, tenendo presenti le critiche, credo dovremmo anche cominciare a riconoscere alcune vittorie rispetto al clima generale e generalista in cui viviamo. È un segno importante che sulla prima pagina di un quotidiano nazionale compaia la parola “femminismo” (nonostante sia contornata da pensierini così annacquati), ed è un segno importante che, a causa della discutibilissima e furbastra proposta di Bongiorno e Carfagna, sia stata per giorni in primo piano sull’home page di Repubblica la parola “femminicidio” (per leggere una critica puntuale e informata, si veda questo bell’articolo di Luisa Betti su il manifesto). Ma la stessa Betti al Fem Blog Camp di Livorno aveva denunciato insieme a Barbara Spinelli la difficoltà che le giornaliste di GiULiA e non solo incontrano nelle redazioni per introdurre questa parola (qui il nostro report di quell’incontro).

Stinkfish in London

Ora, uno dei grossi problemi del femminismo è che i nostri temi entrano nel dibattito pubblico solo dopo un lavaggio a varechina, che toglie loro radicalità e, anzi (dialetticamente), avvalla certe dosi di reazione. Però noi lavoriamo nel tempo («nei secoli», diceva Lea Melandri a Paestum) e perciò la lenta creazione di un clima culturale meno censorio rispetto alle nostre parole e ai nostri temi – seppur pressapochistico o, peggio, contenente alcuni elementi reazionari – è pur sempre preferibile alla censura totale. Alcuni nostri temi stanno entrando nel dibattito pubblico, obbligando tutti i media main stream a prendere una posizione – giusta o sbagliata che sia da questo punto di vista è secondario. Il punto è: sono temi che cominciano lentamente ad essere considerati di pubblico interesse e non eludibili. Il movimento femminista ovviamente non è qui, non si forma nelle prime pagine dei quotidiani. Ma sono passi che esso genera e che credo dovremmo imparare a riconoscere, pur nei loro limiti, come tali.

Perché? Certo non per fame di scorciatoie mediatiche, peraltro già percorse dalle sezioni più in vista del movimento, né per anteporre la visibilità ai contenuti. Ma per riconoscere, anche a noi stesse, che quando alcune parole acquistano carattere quotidiano, questo ci aiuta, e che in parte (la parte positiva) questo è pure merito nostro. Questo forse aiuterà a rendere meno lontane alcuni milioni di donne che dagli anni Settanta abbiamo perduto per strada. C’è ancora tanto bisogno di femminismo, e non dovremmo lasciare indietro nessuna. Teniamo presenti tutti gli elementi di critica verso i media generalisti, ma senza dimenticare che viviamo in un mondo che è già mediatico, e che con questo dobbiamo fare i conti, perfino – e non ci siamo abituate – quando questo può portare qualche vantaggio.

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2 commenti leave one →
  1. 29 novembre 2012 23:23

    Forse Michela sostiene che “il femminismo non c’è più perché non vi si è mai imbattuta. Perché la realtà è che il carla-pensiero non appartiene solo a quelle privilegiate che “utilizzano gli uomini” (chi sono poi, quelle che “utilizzano” gli uomini…), ma a molte, molte donne. La stessa affermazione la fece Marissa Meyer, neoeletta CEO di Yahoo, per reazione ai commenti entusiasti delle femministe americane che titolarono “è donna e incinta!!!” I don’t think that I would consider myself a feminist. E aggiunse: I do think that feminism has become in many ways a more negative word. You know, there are amazing opportunities all over the world for women, and I think that there is more good that comes out of positive energy around that than comes out of negative energy. Se ci fate caso, lo stesso identico pensiero… Perché? E’ vero che ci sono meravigliose opportunità in giro per il mondo per le donne? Di quale mondo sta parlando? l mondo in cui “femminismo” è una brutta parola, e non vogliamo essere beccate a dire “brutte parole”, non vogliamo essere “aggressive”, perché il modelo “femminile” di convivenza è pacato e civile…

  2. 2 dicembre 2012 02:18

    Anche a me ha dato fastidio il tono in generale, pur apprezzando l’intento. La frase che, però, mi ha dato fastidio in modo particolare è stata quella su “La donna che ragiona come un uomo”. Non conosco bene la donna di cui parla Gramellini ma mi ha dato molto fastidio. Forse perchè la sento dire troppo spesso, soprattutto al lavoro; forse perchè credo che ci siano molti modi di ragionare ma “come una donna/come un uomo” non li annovero tra questi; forse perchè ci vedo dietro molta condiscendenza maschilista e anche un po’ di condanna… I vostri post sempre interessanti comunque!

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