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Enough is Enough* – Parte 1

8 gennaio 2013

Sottotitolo: sulla violenza contro le donne

Sarà certo retorico, ma fare un bilancio sull’anno appena trascorso non è facile e forse serve anche a poco, dato che appena finito un anno ne comincia subito un altro e non è che la minestra cambi poi molto. Questo post, come (forse) altri che seguiranno vuole ricordare quello che è successo nell’anno passato, quello che non ci è piaciuto, magari nella presunzione di ricavarne qualche utile considerazione che si costituisca come memoria e avvertimento per il futuro.

Nel 2012 sono state uccise 127 donne, tutte o quasi da persone ad esse vicine, mariti, fidanzati, padri, ex di varia natura. E forse più che nel 2011 queste morti sono state strumentalizzate su vari fronti in maniera talvolta opposta.

L’aumento della violenza maschile sulle donne viene spesso interpretata come il colpo di coda del patriarcato ormai ucciso a morte dalle politiche paritarie. Francamente, a me sembra che il patriarcato stia benissimo. È probabile che sia solo in fase di trasformazione, come ha sempre fatto e come probabilmente sempre farà finché non si metterà in atto un processo radicale di cambiamento culturale volto ad educare al rispetto delle donne ma anche degli uomini. Sarebbe necessario inoltre analizzare le relazioni tra i generi in maniera onesta e serena, senza preconcetti o senza rischiare l’accusa di voler colpevolizzare questo o quello.

È un fatto: quante sono le donne uccise dagli uomini? Tante. Quanti sono gli uomini uccisi dalle donne? Non so, ma credo molto pochi.

É necessaria una assunzione chiara di responsabilità da parte delle istituzioni e da parte dei media. Soprattutto di quelli che si lanciano in campagne spassionate in difesa delle donne, che danno spazio a proposte di misure securitarie di poco senso (ergastolo?) e che contemporaneamente contribuiscono a perpetrare l’oggettivazione delle donne, il loro essere prima di tutto avvertite come corpi a disposizione del maschio dominante di turno.

Dovrebbe essere necessario assumersi la responsabilità di perpetrare in innumerevoli modi un modello di femminilità sottomessa e disponibile e di maschilità aggressiva, estenuanti e un ridicoli modelli di umanità, volutamente superficiali, incompleti e patetici. Rassicuranti per qualcuno, modelli in cui alcuni vogliono ritrovare la conferma di una disposizione “secondo natura” che non servono a nient’altro che giustificare un millenario, sconfortante status quo.



(Che oltre ad essere una canzone di indipendenza, è anche, in senso ampio, un’ottima metafora della liberazione delle donne dal patriarcato.
)

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