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Perché l’epoca in cui viviamo non ci corroda

11 gennaio 2013
«Esiste una sconfitta
Pari al venire corroso
Che non ho scelto io
Ma è dell’epoca in cui vivo».
Cccp, Fedeli alla linea – Morire

La più deprimente parte della incredibilmente deprimente puntata di Servizio Pubblico di ieri:  Berlusconi, ospite unico, dopo aver intriso milioni di italiani, quasi al finale, e ricorda che nel 2001 Forza Italia prese quasi 11 milioni di voti. Si volta rigido verso il pubblico in studio, che durante la serata aveva giù più volte coinvolto, e chiede sorridendo: “Tutti coglioni?”. E in coro il pubblico grida: “Sì!”.

Possibile non ripensare alle parole che tutti avevamo speso quando nel 2006 Berlusconi diede proprio dei coglioni agli elettori di sinistra?

Allora si parlò tutti di rispetto, di convivenza, di democrazia, si citò Voltaire non-condivido-ciò-che-dici-ma-morirei-perché-tu-possa-dirlo, eccetera. Oggi che l’elettorato di sinistra e di centrosinistra si ritrova, dopo essere stato vessato per anni dalla follia berlusconiana e – parimenti e dialetticamente – foraggiato dal populismo anti-berlusconiano, esso prova un tale e sincero orrore per la ricomparsa di Berlusconi (ma era mai scomparso?) che è come se ne avesse assunto, per esasperazione, i toni e la mentalità anti-democratici che si figura di voler combattere.

Allora un punto fondamentale dell’Agenda – non quella di Monti, la nostra – è cominciare a valutare pensieri e azioni politiche propri e altrui sulla base della loro qualità democratica. Nel fare questo è necessario partire da sé stessi: e in questo campo il femminismo può insegnare molto. Si tratta di ascolto di sé e di una sorta di auto-educazione, in questo caso civica. Come per il patriarcato, per poterlo sconfiggere è innanzitutto necessario identificare il germe fascista che abbiamo interiorizzato e che ci guida da dentro. Liberarsene faticosamente e iniziare la propria vita, non quella che la società ci trascinerebbe con la malevola dolcezza dell’inerzia a farci vivere.

Si parla molto di costruire realtà nuove, in dimensioni anche piccole e locali. Non si tratta di “prendere il potere” (quale poi?) bensì di alimentare una cultura democratica, equa, solidale, sostenibile che possa sostenere un cambiamento che parta da noi e dalle relazioni che insieme costruiamo. Questa è la difficile direzione nella quale possiamo e vogliamo agire senza venire corrosi.

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2 commenti leave one →
  1. Ila permalink
    11 gennaio 2013 17:54

    Premetto che ho fatto di tutto ieri sera per non dover sorbire l’immonda sceneggiata, non sono stata altrettanto accorta in mattinata, guardando un breve stralcio della trasmissione postato dal manifesto su un social-network. Vivendo all’estero e non possedendo una televisione, ho il privilegio di non avere familiarità con le emissioni televisive, di essere, in qualche modo, uscita da una certa assuefazione al mezzo che spinge alla tolleranza o alla non curanza attraverso l’ironia, lo sfottö, il disgusto (meccanismi che, apparentemente critici, si rivelano funzionali alla logica pervasiva dell’Auditel). Ciononostante oggi, durante tutta la giornata, sono stata accompagnata da un malessere sordo a cui non riesco a dare un nome. Vorrei prendere la posizione di altri che sono nella mia condizione e dire “la cosa non mi riguarda, io ne sono fuori, gli inverecondi teatrini dei medium di massa commerciali italiani, che tanto inchiostro fanno e faranno consumare, non mi tangono!” ma non ci riesco. Ho bisogno di dare un nome a questo senso di malessere attraverso un gesto che non sia un ripiegamento su di sé (l’analisi di coscienza , la messa in quarantena del male), ma che possa rappresentare un rigetto violento di tutta la cultura mediatica italiana degli ultimi 20 anni e dei suoi disastrosi effetti sulla cultura, l’editoria, la socialità. Per fare la colta e citare Artaud, direi che c’è bisogno di un “Pour en finir avec …”qualcosa che mi impedisca di aprire la finestra ed urlare “io non sono italiana!” al modo in cui, sul lettino dell’analista il paziente in guarigione afferma “odio mio padre”.

  2. Alberto permalink
    12 gennaio 2013 00:22

    Trasmissione deprimente, sottoscrivo in pieno. Secondo me quello che è emerso, quello di cui abbiamo occasione di renderci conto, è che non basta Travaglio, non basta (soprattutto) Santoro, non basterà Grillo, non basteranno mai “loro”, chiunque e per quanto bravi siano. Siamo necessari noi, sarebbe sufficiente essere finalmente esigenti nei confronti di chi lavora per noi, in quelle Camere e con quei soldi deve lavorare per noi! Assumeremmo mai come dipendenti una masnada di incompetenti, incapaci, disonesti, ma soprattutto arroganti a oltranza, mai capaci di ammettere un limite o un errore? Quando votiamo li stiamo assumendo. Il giorno in cui smetteremo di guardare ai politici come a dei potenti che ci devono proteggere e decidere per noi, come nel Medioevo, come nella ‘ndrangheta (e Berlusconi non lo votano certo per il suo programma), e li guarderemo come dei nostri dipendenti (quello che in effetti sono), sarà un gran giorno. Non sarebbe forse un gran passo verso l’autoeducazione civica di cui giustamente parli?

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