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La Biblioteca di FP – Capitolo 2

22 gennaio 2013
Proponiamo la recensione/commento di un’intervista a Judith Butler in cui la filosofa discute di prostituzione e pornografia. Autrice della recensione è Maria Rossi, che la redazione di FP ringrazia di cuore.
 

Un’etica della sessualità: intervista a Judith Butler

COL_News_Butler2_2318In questa intervista, rilasciata nel 2003 al periodico francese Vacarme, la femminista statunitense, teorica queer, Judith Butler, sviluppando le sue riflessioni sulle molestie sessuali, sulla pornografia e sulla prostituzione, delinea a grandi linee i contorni di un’etica della sessualità che mi accingo ad illustrarvi.

Mi soffermerò sulle considerazioni da lei sviluppate in merito alla pornografia e alla prostituzione.

Il concetto attorno a cui si dipana la sua elaborazione teorica è quello di potere che ella concepisce come consustanziale al rapporto sessuale. Non solo, come affermava Foucault, non esiste sessualità senza potere, ma, per la filosofa statunitense, quest’ultimo costituisce una dimensione molto eccitante della pratica sessuale.

Da questa concezione derivano, a mio parere, conseguenze molto rilevanti, a partire dall’erotizzazione dell’assoggettamento.

Il femminismo non dovrebbe più prefiggersi l’obiettivo di distruggere i rapporti di potere (almeno quelli che si esplicitano nella sfera sessuale) imperniati sulla subordinazione del genere femminile e non dovrebbe proporsi di instaurare relazioni sessuali paritarie. Quest’ultime appaiono, al contempo, impraticabili e non auspicabili.

Il femminismo dovrebbe, piuttosto, accettare e magnificare la realtà data, costituita dalla perenne e immodificabile presenza di un dispositivo di potere che regola le nostre relazioni sessuali.

E’ poi possibile – mi chiedo- disgiungere la sfera sessuale dagli altri campi di esperienza, o è più corretto ritenere che le relazioni di dominio e di subordinazione che si manifestano in questo ambito si estendano alla vita quotidiana e costituiscano, anzi, la mera riproduzione dei rapporti sociali tra i sessi? Le femministe degli anni Settanta, con l’illuminante slogan <<il personale è politico>>, avevano fornito una risposta chiara al mio interrogativo; una risposta che mi sento di condividere. La ricerca sociologica sulla sessualità degli italiani diretta da Marzio Barbagli, pubblicata nel 2010, conferma l’ incidenza delle diseguaglianze di genere nella sfera sessuale.

E’ dunque possibile contrastare queste ultime mantenendo intatti i rapporti di potere che si manifestano in un ambito relazionale così rilevante come la sessualità? Sono convinta di no, proprio per l’inestricabile connubio che esiste tra genere e sesso. Né credo che il femminismo dovrebbe proporsi di operare l’inversione, anziché la demolizione, delle relazioni di dominio e di subordinazione vigenti tra uomini e donne.

Attorno al concetto di potere quale dimensione costitutiva della sessualità si dispiegano le riflessioni di Butler sulla pornografia e sulla prostituzione, che assumono il carattere di una confutazione delle tesi sostenute da due celebri femministe radicali statunitensi: Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon, animatrici di una appassionata battaglia volta ad ottenere il divieto di diffusione di immagini pornografiche, espressione della subordinazione femminile e del dominio maschile.

Alla dottrina secondo cui ogni restrizione statale alla divulgazione di rappresentazioni pornografiche violerebbe il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che garantisce la libertà di espressione, Andrea Dworkin, osserva Butler, replica che in realtà l’articolo non tutela la libertà di tutti, ma soltanto quella degli uomini di fare alle donne quel che vogliono. Questo perché il diritto vigente rispecchia i rapporti di forza e le asimmetrie di potere tra uomini e donne, configurandosi come uno strumento di libertà solo per i dominanti.

Catharine MacKinnon condivide la posizione di Dworkin. Dal punto di vista dei principi costituzionali – aggiungo – il divieto di un certo tipo di pornografia si fonda per lei sul principio di uguaglianza e sulla libertà di espressione femminile che andrebbe garantita non tanto nei confronti del potere dello Stato, quanto nei confronti del potere maschile.

MacKinnon integra questo argomento con la considerazione della pornografia non come mero enunciato discorsivo irrilevante, come vorrebbe la sua difesa in nome della libertà di espressione, bensì come un complesso di atti espressivi performativi discriminatori e di potere che agiscono direttamente sui consumatori, modellando la loro concezione dei generi così da riprodurre incessantemente il rapporto di dominio maschile e di sottomissione femminile.

Judith Butler contesta questa interpretazione, cui contrappone la concezione della pornografia come mero universo fantasmatico inerte destinato a rimanere confinato nell’immaginazione dei consumatori senza produrre alcuna conseguenza. I fruitori non mirano a riprodurre nella loro vita quotidiana le scene cui assistono. Non solo le scene pornografiche non vengono trasposte nella realtà, non vengono tradotte in azioni concrete, ma sovente è proprio l’incapacità di metterle in atto ad eccitare i consumatori, i quali, spesso, secondo Butler, sono uomini privi di relazioni sessuali, che ricercano nel porno una compensazione fantasmatica. Non esiste, dunque, alcun rapporto causale tra immagine e comportamento. Le rappresentazioni pornografiche non esercitano alcuna influenza sulla percezione e sul rapporto degli uomini con le donne. Il linguaggio iconico viene, di conseguenza, privato di ogni efficacia performativa.

La lettura delle obiezioni di Judith Butler mi ha sorpreso parecchio, perché esse rappresentano, a mio parere, la più clamorosa smentita, la più radicale negazione della teoria che l’ha resa celebre in tutto il mondo: quella della performatività, illustrata, in particolare, nei testi Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, pubblicato nel 1990 e in Bodies That Matter: On the Discursive Limits of “Sex”, stampato nel 1993.

Attingendo ispirazione dagli intellettuali postmoderni Foucault e Derrida, Butler elabora nelle opere succitate una teoria ipercostruttivista, in quanto concepisce non soltanto il genere, ma anche il sesso come costrutto sociale performativo (termine mutuato dal linguista Austin), in grado, cioè, di conferire forma concreta a ciò che menziona e definisce.

La filosofa statunitense non ritiene esista una realtà biologica predefinita che consenta di identificare e di differenziare i maschi dalle femmine.

Il corpo acquista una specifica identità sessuale solo in seguito alla reiterazione performativa di una serie di pratiche che si conformano ad un discorso egemonico che si traduce in norme prescrittive che si iscrivono nella materialità del corpo, attribuendogli un sesso e contribuendo a consolidare l’imperativo eterosessuale. Si tratta di comprendere la costruzione del “sesso” non più come un dato corporeo sul quale il genere è artificiosamente imposto, ma come una norma culturale che governa la materializzazione dei corpi1.

Il sesso è sempre prodotto come una reiterazione di norme egemoniche. Questa reiterazione produttiva può judithessere interpretata come una sorta di performatività. La performatività discorsiva sembra produrre ciò che nomina, mettere in atto il suo proprio referente, nominare e agire, nominare e fare2.

Il discorso, il linguaggio si prefigura, dunque, come un complesso di atti performativi, generatori di realtà. E’ il linguaggio, cioè, che crea la realtà, la quale non esiste prima di essere nominata.

Ora: poiché le immagini pornografiche costituiscono atti linguistici iconici ci attenderemmo dalla Butler il riconoscimento della loro efficacia performativa, della loro capacità di produrre e perpetuare ciò che generalmente rappresentano: la sottomissione femminile e il dominio maschile.

E invece no. Proprio in riferimento al discorso pornografico, Butler nega sorprendentemente validità alla teoria che le è valsa la celebrità, senza offrire alcuna spiegazione di questa clamorosa aporia.

Eppure la filosofa queer continua a propugnare la teoria della performatività degli atti linguistici!

Una volta negato alla pornografia qualsiasi potere di influenza sulla percezione dei rapporti tra i sessi, è inevitabile che Butler contesti i risultati cui approdano gli studi empirici, citati da Dworkin, (e da altri), sulle conseguenze psichiche e comportamentali provocate dal consumo di porno, studi che considera contraddittori e non probanti e, dunque, da non prendere in seria considerazione.

Non reputo, invece, opportuno che una femminista sottovaluti qualsiasi ricerca (e ve ne sono diverse) che evidenzi l’impatto sulla percezione, sulla concezione dei rapporti tra uomini e donne e sui comportamenti della fruizione iterata di immagini pornografiche.

La mobilitazione antiporno, osserva Butler, solleva, infine, un ulteriore problema: quello dell’attribuzione allo Stato di un arbitrario potere di definizione di ciò che debba intendersi per pornografia. E’ un rilievo che non incrina le convinzioni di Catharine MacKinnon, la quale, a differenza di altre femministe, affida al diritto un ruolo centrale nella trasformazione dei rapporti tra i sessi, perché ne coglie la capacità di attribuire un nome ai comportamenti e alle rappresentazioni e, attraverso quel nome, di legittimarli o delegittimarli socialmente.

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Judith Butler affronta poi l’argomento della prostituzione, osservando come, praticarla, possa costituire una libera scelta. Per le donne delle classi popolari potrebbe risultare, infatti, preferibile essere una sex worker piuttosto che una semplice …worker, grazie alla percezione di redditi più elevati e alla possibilità di fruire di orari più comodi rispetto a quelli di una segretaria, ad esempio. Quest’ultima considerazione desta parecchie perplessità. Il lavoro notturno sarebbe più confortevole di quello diurno? Ed assommato alle mansioni domestiche, da svolgere di giorno, quanto tempo di riposo concederebbe ad una prostituta?

Per quanto concerne il reddito, poi, non va dimenticato che il 90% delle prostitute è soggetta a sfruttatori che si appropriano di una quota considerevole dei guadagni. In Nevada, ad esempio, dove esistono eros center legali, il 50% del reddito delle ragazze che vi lavorano è incamerato dal proprietario. Inoltre le sex workers devono pagare vitto, alloggio e spese mediche.

Anziché rassegnarsi ad accettare che le donne dei ceti subalterni e, soprattutto le straniere, sospinte dalla necessità, abbiano come unica opzione quella di prostituirsi o di essere costrette a svolgere lavori precari, servili, pessimamente retribuiti non sarebbe più opportuno battersi per l’ampliamento delle opportunità di scelta, l’istituzione di un reddito garantito per tutti, la riduzione drastica dell’orario di lavoro a parità di salario, l’abrogazione della legge Bossi-Fini che regola l’immigrazione, l’abolizione della precarietà…?

Judith Butler confronta successivamente la sessualità che si pratica all’interno del matrimonio con quella che si esplica nel rapporto mercenario, connotando entrambe come generalmente alienanti.

E dunque? Quale conclusione trarne? Rassegnarsi al carattere poco gratificante della relazione sessuale quale che sia l’istituzione all’interno della quale si esplicita? Significherebbe rinunciare alle prospettive di liberazione del femminismo. Uno degli obiettivi cui noi donne, a mio parere, dovremmo tendere dovrebbe essere piuttosto quello di evitare di conformarci a modelli di sessualità che ci consacrino unicamente all’appagamento delle pulsioni maschili, comportando il sacrificio dei nostri desideri e la rinuncia al nostro piacere.

Da questo punto di vista, per quanto possa risultare ancora poco appagante, il matrimonio, (così come la convivenza) presenta un considerevole vantaggio rispetto alla prostituzione: è passibile di mutamento. Dagli anni Settanta, grazie all’affermazione del femminismo, il rapporto sessuale all’interno del matrimonio non viene più concepito come un dovere coniugale e non risulta più necessariamente frustrante per le donne. Per un certo numero di esse è, anzi, gratificante. Se ci impegneremo a rimuovere le diseguaglianze di genere e a riequilibrare i rapporti di potere tra i sessi, potremo impostare relazioni paritarie e appaganti per i partner anche dal punto di vista sessuale.

Ma è proprio questa prospettiva ad essere preclusa per definizione da un rapporto come quello mercenario, non paritario e profondamente segnato dalla sussunzione del corpo nell’ordine patriarcale e nel sistema di valorizzazione capitalista. La sessualità che si esprime nella prostituzione è inevitabilmente mercificata e fallocentrica, incentrata sull’appagamento delle pulsioni maschili. Scrive Ferdinanda Vigliani in Lessico della differenza, alla voce Prostituzione: << Come nella cultura patriarcale il soggetto Uomo svincolato e assoluto sta al centro della filosofia, così il soggetto fallo dell’uomo sta al centro della sessualità [della prostituta]. La somiglianza non può non balzare all’occhio>>.

Butler riconosce, però, che le scelte sono strutturate sulla base di costrizioni iscritte nell’ordine economico. Non sono libere, appunto. Nel mondo si registra il fenomeno della femminilizzazione della povertà estesa al 70% delle donne. In Italia il 50% di esse non dispone di un reddito proprio perché non svolge un’occupazione extradomestica e quella domestica non è retribuita, la disoccupazione e la precarietà sono più diffuse tra le ragazze che tra i ragazzi, la segregazione orizzontale e verticale del lavoro femminile restringe drasticamente la gamma delle opzioni professionali e l’accesso, per chi lo desidera, alle posizioni sociali ed economiche più elevate. Una scelta può definirsi veramente libera solo se non risulta fortemente condizionata da stringenti vincoli economici, psicologici, sociali e di genere. In caso contrario, che senso ha esaltare una presunta libertà di mercificare il proprio corpo?

Butler prosegue il proprio ragionamento osservando come qualsiasi attività professionale, non solo la prostituzione, comporti l’esposizione del corpo e la sua sottomissione ad orari e a condizioni spesso gravose.

Indubbiamente lo svolgimento di qualsiasi lavoro, in particolare (ma non solo) di quello salariato, implica l’assoggettamento del corpo a forme biopolitiche di disciplinamento alienante, di subordinazione, di soggezione all’estrazione di plusvalore per la creazione di profitto.

Come osserva la femminista Carole Pateman, il contratto (in questo caso di lavoro) genera il diritto politico nella forma dei rapporti di dominio e di subordinazione. Da qui l’aspirazione a superare la forma di organizzazione della produzione fondata sul lavoro salariato.

Ma la prostituzione non è soltanto esibizione o subordinazione dei corpi, come ritiene Judith Butler. E’ molto di più. E’ penetrazione, intrusione fisica nel corpo delle donne, che spesso comporta conseguenze sul piano psicologico.

Non solo. La prostituzione sancisce la legittimazione e il riconoscimento pubblico del diritto di tutti gli uomini di disporre liberamente del corpo delle donne. Osserva a questo proposito Carole Pateman:

“Nella prostituzione, gli io delle donne sono coinvolti in modo diverso rispetto al coinvolgimento dell’io in altre occupazioni. La connessione necessaria tra sessualità e senso di sé significa che, per proteggersi, una prostituta deve distanziare se stessa dal proprio uso sessuale3. […] Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico, i termini del contratto originario non possono essere dimenticati; la legge del diritto sessuale maschile viene affermata pubblicamente e gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne. Ecco cosa c’è che non va nella prostituzione”4.

Considerazioni riprese dalla femminista Ana De Miguel Álvarez:

“La prostituzione è una pratica attraverso cui i maschi si garantiscono l’accesso di gruppo e regolato al corpo delle donne. L’accesso è di gruppo perché tutti i maschi possono accedere, diciamo in fila, al corpo affittato, che è un “bene pubblico”5.

Per sancire l’affinità tra la prostituzione e altri tipi di rapporto sessuale nominalmente diversi, Butler contesta, infine, la centralità e la purezza del desiderio nelle relazioni, che le appaiono spesso caratterizzate dall’applicazione della ragione strumentale, ossia dal calcolo, dalla valutazione venale della posizione economica e sociale del partner.

Questa considerazione stupisce, in quanto gli USA, dove risiede Butler, sono la nazione con il più basso tasso di mobilità sociale tra i paesi più industrializzati. Segue l’Italia dove soltanto l’8% degli appartenenti al ceto medio (maschi e femmine) ha qualche chance di accedere nel corso della vita ad una posizione sociale lievemente più elevata6.

La maggior parte dei rapporti sessuali e sentimentali avviene all’interno della medesima classe sociale.

Ad ogni modo, al fine di evitare qualsiasi potenziale commistione tra sentimento ed interesse, sarebbe opportuno impegnarsi per conseguire il superamento della divisione sessuale del lavoro e un riequilibrio delle risorse economiche, oggi prevalentemente possedute dal sesso maschile; riequilibrio da perseguire con l’annullamento delle disparità salariali, della segregazione del lavoro femminile, del maggior tasso di disoccupazione e di precarietà delle donne, con l’estensione del welfare state, con l’introduzione di un reddito garantito ecc.

In conclusione, l’intervista di Judith Butler mi pare improntata alla celebrazione dello statu quo. Essendo assai ardua la lotta contro l’ingiustizia, si sceglie di ridefinirla come accettabile o, addirittura, come eccitante. Ci si preclude così, a mio parere, la possibilità di combattere per l’abolizione delle strutture di potere vigenti, quella patriarcale, così come quella capitalista.

Credo invece che il femminismo debba essere, parafrasando Marx ed Engels, il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

1 Judith Butler, Bodies that Mutter. On the Discursive Limits of <<Sex>>, 1993, pp.2-3

2 Ibidem, p.107.

3 Carole Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, 1997, p.269

4 Ibidem, pp.270-271.

5 Ana De Miguel Álvarez, La prostituzione di donne, una scuola di disuguaglianza umana. L’articolo è stato segnalato e tradotto da Ilaria Maccaroni, che ringrazio sentitamente.

6 Nunzia Penelope, Ricchi e poveri, Ponte alle grazie, 2012, p.18.

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9 commenti leave one →
  1. Enrica permalink
    29 gennaio 2013 23:01

    in merito alla teoria performativa del linguaggio ad esempio per quanto riguarda le offese, il linguaggio sessista o razzista, Butler sostiene che in questi casi le stesse parole fatte circolare in contesti diversi assumano significati diversi tanto da andare ad agire contro la stessa violenza che le ha prodotte. é quello che è accaduto con il termine “puttana” , decostruito questo termine non è più un’offesa, ma diventa un termine che agisce contro la violenza esercitata da questa offesa. Lo stesso discorso si potrebbe fare per la pornografia, piuttosto che la censura che si ritorcerebbe contro le stesse donne nel tentativo di definire, anche se in positivo, ma sempre i senso universale, la loro sessualità, si potrebbe pensare a una decostruzione della pornografia. é quello che cerca di fare il postporno dando spazio a chi non ha voce nella pornografia mainstream, decostruendo gli stereotipi della pornografia classica e facendoli agire contro di questi. Allora la pornografia acquisterebbe tutto un altro significato, liberatorio, politico. Secondo me Butler non si contraddice affatto!

  2. paolam permalink
    29 gennaio 2013 23:33

    Ah, dunque “Non si può distruggere la casa del padrone con gli attrezzi del padrone” però, disinvoltamente “Si può distruggere il discorso del padrone con le parole del padrone”? No, non lo penso. Ma lascio la parola alle filosofe.

  3. Maria permalink
    30 gennaio 2013 13:25

    Performare, Enrica, significa modellare, costruire la realtà, effetto che Butler attribuisce a tutti gli atti linguistici, ad eccezione di quelli pornografici, che per lei sono pure fantasie prive di efficacia. Per questo sostengo che la filosofa statunitense si contraddica.
    Quanto alle parole e alle immagini il significato primario che assumono dipende dal contesto egemonico della loro enunciazione e da chi controlla tale contesto. Non mi pare che siano le donne ad esercitare tale dominio. Se chiami una donna “puttana”, è assai probabile che si offenda, perché il termine, nei consueti contesti discorsivi, assume la connotazione fortemente negativa che le hanno attribuito gli uomini. Se tu impieghi questo insulto, finisci per legittimare socialmente la pratica di chi l’ha coniato per stigmatizzare e ricollocare al proprio posto le donne. Lo stesso accade per le immagini pornografiche. Per sovvertire il significato di un atto linguistico, dovresti essere in grado di egemonizzare i principali contesti di enunciazione e di esercitare il dominio sul campo semantico. Non mi pare che le donne si trovino in queste condizioni. Al contrario. Adottando le stesse pratiche e gli stessi termini dei dominanti non facciamo che assecondare, consolidare e perpetuare il loro potere. Concordo quindi con Paola. Così come non si può distruggere la casa del padrone con gli attrezzi del padrone, non si può neppure distruggere il discorso del padrone con le parole del padrone.

    • Enrica permalink
      31 gennaio 2013 19:14

      invece facendo censurare le immagini pornografiche, perchè questo è quello volevano quelle due femministe puritane Dworkin MaCkinnon, diamo allo stato e alla società patriarcale la possibilità di decidere sui nostri corpi e sulla nostra sessualità! le donne poverine devono essere difese da quelle brutte immagini pornografiche maschiliste e allora tuteliamo la loro sacra sessualità, decidiamo per loro! così diamo una mano a sottrarci ancora di più la rappresentazione e l’autodeterminazione sui nostri corpi e sulla nostra sessualità! è dall’interno che scardini un sistema, l’obiettivo della postpornografia non è quello di liberare le donne o di raggiungere la parità tra uomini e donne, o promuovere una idea di sessualità paritaria, ma è dare voce a chi non ce l’ha contro il sistema patriarcale eteronormativo, cercando di smantellare dall’inteno tutto ciò che crea differenza. Sostenere una posizione come quella di Dworkine Mackinnon mi sembra oggi anacronistico e pericoloso perchè sottrae alle donne l’autodeterminazione sul proprio corpo. Io non sono una povera vittima, non sono da proteggere, se un certo porno fa schifo allora facciamone di migliore, decidiamo noi, non deleghiamo, non abbiamo bisogno di censure che ci proteggano!

      • 1 febbraio 2013 01:18

        Enrica, se si assume una prospettiva materialista alla Mackinnon è impossibile pensare di mantere la pornografia in quanto prodotto per eccellenza del sistema patriarcale e allo stesso strumento essenziale di formazione del modo di pensare maschile, a suo avviso basato – molto semplicemente – sulla dominazione maschile e la sottomissione femminile. Per Mackinnon e Dworkin, peraltro (so che può suonare deprimente, ma questo è quello che dicono), non esiste alcuna possibilità di accesso a una sessualità “buona”, “naturale”, o in alcun modo svincolata dai rapporti materiali sulla base dei quali il sistema patriarcale l’ha improntata e che ha imposto alle donne (a prescindere poi dalle esperienze individuali, ma quello è un altro discorso). Pensare di mantenere la pornografia, in quest’ottica, equivarrebbe a proporre di “lasciar essere” film o produzioni “culturali” apertamente razziste – sicuramente trovi qualcuno che si eccita, a vedere degli schiavi neri frustati da un padrone bianco. Sempre per restare nel paragone con il razzismo, credo che sarebbe difficile immaginare una produzione culturale post-razzista in cui quegli stessi schiavi provano a immaginarsi una modalità di relazione diversa con i loro padroni – mantenendo, nel frattempo, la condizione di schiavitù.

        Ora, si può non concordare con le conclusioni estreme delle posizioni alla Mackinnon, però per confutarle sarebbe necessario, innanzi tutto, riuscire a confutare la loro lettura globale dei rapporti tra uomo e donna e della sessualità come base materiale che fonda e struttura tutte le altre dimensioni di quei rapporti – a partire dal “genere”, che segue, e non precede, il sesso. A me, quanto meno in questo momento, sembra difficile farlo senza abbracciare una prospettiva liberale.

  4. Maria permalink
    1 febbraio 2013 00:35

    La società patriarcale, Enrica, impone da tempo i modelli estetici e le norme di comportamento sessuale cui conformarsi, il tipo di abbigliamento, le posture da assumere. Essa presiede al disciplinamento del corpo, ne stabilisce forme e misure adeguate, sollecita la modellazione dei corpi non normati (pensa a quanto sia frequente il ricorso alla chirurgia plastica), orienta verso determinato tipi e modalità di relazioni sessuali. Per quanto concerne lo Stato è, a mio parere, illusorio ritenere che sia neutro. L’ordinamento giuridico rispecchia e codifica le relazioni oppressive e ineguali vigenti tra i sessi.
    Quanto alla post-pornografia se il suo obiettivo, come affermi, non è quello di liberare le donne o di promuovere un’idea di sessualità paritaria, ma semplicemente quella di dar voce a chi non ce l’ha, beh, allora mi viene spontaneo interpretarla come una sollecitazione rivolta alle donne ad uniformarsi a modelli di comportamento maschili e ad inserirsi come produttrici e consumatrici pienamente integrate nel mercato capitalista delle produzioni pornografiche. Ecco, a me, un simile progetto non piace, né interessa.
    La post-pornografia, in tal modo, si affianca semplicemente alla pornografia tradizionale e maschilista, ampliando il mercato dal quale viene sussunta, assimilata, senza contribuire affatto a destrutturarlo e a distruggerlo.

    • Enrica permalink
      1 febbraio 2013 21:44

      uniformarsi a modelli di comportamento maschili? ma quando mai! forse non la conosci perchè non è assolutamente inserita nel mercato capitalista delle produzioni pornografiche, anzi, fanno fatica ad esprimersi perchè non vogliono piegarsi ai mezzi di distribuzione della pornografia, come youporn e simili, e spesso vanno incontro a censure (è successo a pornoguerrilla con Vimeo) proprio perchè propongono modelli non normalizzati che non piacciono, perchè sono potenti, sono rivoluzionari, per questo vengono ostacolati, perchè devono circolare solo le porcherie maschiliste ed eteronormative!

  5. Maria permalink
    2 febbraio 2013 14:59

    Beh, effettivamente, conosco poco del postporno.. Però ho letto questa recensione, tutt’altro che entusiasta.
    http://www.xxdonne.net/2012/11/rimembranze-a-freddo-su-un-seminario-postporno/
    Riporto alcuni significativi brani:
    “Il terzo film era quello che si poteva più compiutamente definire tale. C’era una lunga interminabile insostenibile scena di sesso molto violento, in cui una donna rasata in un ambiente ospedalizzato faceva del sesso con tre enormi uomini neri. Visto che non c’erano battute non si capiva bene se fosse consenziente o meno, in qualsiasi caso era decisamente disturbante.
    Dieci minuti dopo, quando lo spezzone terminò, mi sentii quasi in grado di rivalutare Tinto Brass.
    La parte più consistente della sala era quanto mai disturbata e offesa dal triplo rapporto sessuale con uomini nerboruti e sosteneva che se quello era il postporno allora si trattava solo di pornografia maschile scopiazzata male. E in fin dei conti, se la pornografia era la creazione di un immaginario maschile perché tentavamo di craccarla e non di demolirla?

    Io in verità mi chiedevo perché parlare della propria sessualità in pubblico dovesse essere necessariamente un sintomo di liberazione sessuale.
    Perché battere un record di pompini lo era? Perché rammaricarsi di non godere in un rapporto sadomaso etero lo era?”

  6. Enrica permalink
    2 febbraio 2013 23:16

    sai che non sei la prima che risponde alla mia difesa del postporno con questo link? 🙂 un’opinione letta su un blog basta a condannare un qualcosa senza conoscerlo? io la settimana prossima parteciperò ad un laboratorio di postporno, è la prima volta, ci vado perchè a chiacchiere faccio l'”emancipata” ma nei fatti sono piena di paure, insicurezze, molte delle quali credo dipendano da quegli stereotipi che rifiuto, che combatto, ma nei quali sono comunque immersa. Potrei tornare da quest’esperienza felice e più “libera”, oppure rimanere delusa, opppure avere le stesse reazioni di quella ragazza. Non lo so, quello che so è che la postpornografia nasce per andare oltre quell’immaginario stereotipato della pornografia classica maschilista e reificante, nasce prima di tutto come progetto politico, se ci riesca o meno forse è ancora presto dirlo, ma tutto ciò che lavara per creare un immaginario sessuale plurale e non normalizzato secondo me non va condannato a priori, le intenzionisono buone vediamo dove ci portano.

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