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Enough is enough – Parte 2

23 gennaio 2013

Sottotitolo: Liberazione al guinzaglio

                                                                                                               “Ma quali ideali, macchè contenuti,
                                                                                                                                   siamo fottuti animali
                                                                                                                              nemmeno troppo evoluti”
                                                                                                                                                  Kaos One
Greg Simkins, "A ready defense"

Greg Simkins, A ready defense

Spesso ho sentito inneggiare alla liberazione (anche sessuale) e all’autodeterminazione delle donne e ho pensato: bene!evvaaai! Mi cadono però le braccia quando scopro che si propone che tale liberazione avvenga attraverso un ulteriore asservimento alle strutture patriarcali. Ho sentito spesso riferirsi alla prostituzione come ad un momento di autodeterminazione sessuale della donna, come ad un modo di vivere liberamente la propria sessualità. Tuttavia mi sorge come il sospetto che la definizione: “il mestiere più antico del mondo”, contenga in sé un suggerimento che sarebbe il caso di tenere presente più spesso. Per chi è il mestiere più antico del mondo? Facile, per le donne. Ecco, allora a me sembra che la prostituzione sia l’effetto più evidente e radicale di una struttura gerarchica che pone un genere al di sopra dell’altro. Senza contare il contesto più ampio, quello della società in cui viviamo che spinge le donne a credersi libere se in fin dei conti assecondano quel ruolo, ridipinto per l’occasione nei colori sgargianti della trasgressione e del divertimento, che altro non è che il solito modello oblativo o di servizio (sia esso sessuale, di cura ecc).

Quello che ci propone la società in cui viviamo (patriarcale e capitalista) è una liberazione controllata, una liberazione al guinzaglio.

Tutto ciò ovviamente giustifica un modello maschile che trova nella virilità e nell’esuberanza sessuale il suo nucleo fondamentale. Al di sotto di tutto questo ancora il riferimento al presunto dato biologico. Lo sapevano bene gli amici positivisti che a fine ‘800 teorizzavano con piglio scientifico (e con quella pignoleria che mi fa intenerire e rabbrividire insieme)  una “crisi generativa” più frequente nel maschio (ogni due, tre giorni) e meno frequente nella donna (ogni 15 giorni), con cui si giustificava la necessità non solo dell’esistenza della prostituzione ma della sua regolamentazione, del suo controllo.

L’Italia è un paese provinciale, lo sappiamo, ce lo dicono sempre e ce lo diciamo da sole, pensiamo che sia sufficiente mostrare un paio di tette (o di qualcos’altro) per compiere la nostra magica liberazione dalle catene che ci opprimono. Ma quale liberazione c’è nel mostrare le tette se questo è esattamente quello che la cultura mainstream auspica per noi?

Se in alcuni contesti il gesto è effettivamente spiazzante e ha un effetto preciso sul simbolico (le proteste delle Femen*), in molti altri casi il gesto diventa grottesco perché a fronte della volontà di “liberarci” non facciamo altro che giungere ad attuare il nostro fine, il nostro fine in quanto donne: essere corpi, essere corpi a disposizione di un sguardo (maschile), oggetti del piacere e del diletto altrui. Il patriarcato e il capitale (sì, pure lui) ringraziano**.

Scontiamo, ahimè, l’effetto di quella che qualche saggia studiosa ha chiamato raunch culture ovvero un insieme di fenomeni che derivano da una superficializzazione delle istanze femministe (azione tipica del patriarcato) e di un’inversione di atteggiamenti ad esso funzionale.

Ecco allora che essere libere e liberate consiste nel rendersi oggetti sessuali, rendersi quello che il patriarcato ha sempre voluto che fossimo ma consapevolmente, perché lo decido io, perché sono padrona del mio destino… perché io valgo. A fronte di questo allora trovano senso tutta una serie di pratiche che si pongono e vengono definite come forme di libertà.

Ed è una posizione comoda e non me ne vogliate un po’ borghese…pensate che noia se la sinistra (?) e il/i femminismo/i dovessero ancora star qua a criticare patriarcato e capitalismo. Convinciamoci che tutto quello che patriarcato e capitalismo ci fanno fare sia una nostra libera scelta e il gioco è fatto. Una magra consolazione per i miei gusti.

Se andiamo al di là del valore e del senso che conferiamo a questi atti e li confrontiamo con gli atti di libertà appannaggio dell’altro genere ci rendiamo conto che la nostra libertà è inevitabilmente subordinata e condizionata dal nostro stesso genere. Anche con il nostro atto di libertà/liberazione siamo ricondotte a quello che è stato per secoli il nostro ruolo, e a quello che per cui in teoria stiamo combattendo.

Ignorare questo fatto è voler mantenere lo status quo.

Ed è irresponsabile e ancora borghese se nel mantenimento di questo status quo e nella difesa della prostituzione ci dimentichiamo che la maggior parte delle persone che svolgono questo lavoro sono donne la cui libertà è ancora più limitata, che socialmente hanno meno possibilità di scelta, che quella precisa scelta è meno libera e deriva dalla necessità di sopravvivere adattandosi alle limitate possibilità che il mercato offre loro.

È considerabile come “potere” essere ricercate da un uomo che ha bisogno di “prestazioni” sessuali e che paga per esse o è piuttosto dover assecondare un modello preciso di relazione tra i generi che è frutto del dominio e della superiorità di un genere sull’altro?

* La protesta delle Femen coinvolge il corpo, tutto il corpo, ed è l’atteggiamento che quel corpo assume a creare una rottura rispetto alla rappresentazione e al contesto tradizionali in cui siamo abituati a vedere corpi di donne nudi. L’imposizione aggressiva della propria nudità enfatizzata dagli slogan che sono gridati, enfatizzata dal movimento che quei corpi compiono, dallo straniamento che provocano le nudità rispetto ai luoghi in cui esse vengono “esibite”, rompono lo schema a livello simbolico. Non siamo di fronte ad un corpo-oggetto di sguardo, ma corpo-soggetto di azione politica.

**Sul felice e duraturo sodalizio tra patriarcato e capitalismo (forse) Enough is Enough – parte 3.

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10 commenti leave one →
  1. sabbry permalink
    23 gennaio 2013 18:21

    avevo scritto un lungo commento,infine cercando i link ad alcune cose che avevo letto in proposito,mi sono imbattuta in questo breve saggio che posto perché credo possa aiutare il dibattito.
    L’autrice é Daniela Danna di cui ho letto vari articoli e ricerche sulla prostituzione.
    Questo saggio del 2004 parte da una domanda : ” Che cosa é la prostituzione” e ne sviscera le risposte emerse nel dibattito pubblico.
    http://www.socpol.unimi.it/papers/2004-5-19_Daniela%20Danna.pdf

  2. sabbry permalink
    23 gennaio 2013 20:06

    Questo saggio mi mette in subbuglio le idee: il mio commento era a favore del post…e partivo ritenendo inaccettabile l’equiparazione della prostituzione ad altre forme di lavoro.
    Ora invece capisco il motivo di questa richiesta.
    Eppure si tratta di optare per il male minore,almeno in questo contesto di subordinazione e di dominio che coinvolge la societá nel suo insieme,indipendentemente da quanto si cerchi di sfruttare la situazione a proprio vantaggio o si sappia mettere in campo anticorpi e autodifese.
    Serve reddito di cittadinanza per tutte e tutti, welfare forte…affrontare la questione delle disuguaglianze alla radice e su scala globale come dice Daniela Danna.

  3. paolam permalink
    29 gennaio 2013 23:52

    Le Femen mi piacciono molto, e nonostante che alcune, forse molte, delle donne di cultura femminista della mia età non le amino affatto. E che non lo amino è comprensibile, perché è troppo forte il rischio che il loro vocabolario, i loro simboli, vengano letti attraverso la lente del trentennale tettaculismo mediatico italico o, se non altro, attraverso il filtro dell’uso mercantile del corpo nudo femminile, moneta di scambio universale o quasi. Ma è proprio il decontesto, come dice il post, che conferisce un diverso significato al simbolo: i ricordate cosa ci dicevano a scuola per spiegare la differenza tra “denotare” e “connotare”? Pioggia è la parola, che denota una cosa univoca, ma che si connota molto diversamente a seconda dei contesti, significherà una cosa diversa se la dice un inglese o se la dice un beduino nel deserto. Così il nudo delle Femen, che il contesto connota come “sovversivo”. E loro, del resto, fanno di tutto per distanziarsi dal nudo mercantile: non lucidate, non patinate, non abbellite, non lustrinate, non impiumettate, perfette scaricatrici di porto in jeans e torso nudo, e con una bella coroncina ucraina, che potrebbe essere pure da figlie dei fiori”.

  4. Valentina S. permalink
    1 febbraio 2013 18:05

    La cosa che salta più agli occhi è che il saggio di Danna manca totalmente di un’analisi sull’organizzazione concreta dell’industria del sesso nel mondo. E’ chiaro che la posizione che vede la prostituzione come un “lavoro” di fatto rende anche l’attività di chi detiene il business un legittimo modo per fare profitto e non più un’attività criminale in quanto lesiva dell’autodeterminazione delle persone. Questa visione mi sembra in palese contraddizione anche con quella – pure a mio avviso discutibile – di prostituzione come “risorsa” – che presupporrebbe almeno che non debbano esserci ingerenze di terzi, né tassazioni e che la prostituzione non debba quindi essere un settore del capitalismo, ma restare nella sfera della vita individuale. Inoltre mi pare notevole che nel saggio si sottostimi il fenomeno della tratta – così rilevante invece a partire dagli anni ’90 del secolo scorso – al punto di parlarne solo in relazione alle politiche xenofobe e di repressione delle persone in prostituzione. Questo mi pare derivi dallo stesso problema che ho enunciato all’inizio: parlare in astratto e senza voler sviscerare come è articolata realmente l’industria del sesso, il potere che ha chi la gestisce e come la tratta ne sia parte integrante, perché si svolge negli stessi luoghi e non su Marte (bordelli, night-club, hotel, centri massaggi, ecc..).

  5. sabbry permalink
    21 febbraio 2013 14:30

    Ho appena letto dall’account fb di ricciocorno schiattoso, questa inchiesta dell’espresso sulle vittime della tratta. http://espresso.repubblica.it/dettaglio/prima-schiave-poi-detenute/2198751//1
    Paradossalmente e diversamente dalla ricerca che ho riportato sopra, emerge il dato inquietante che nei cie ci finiscono anche le donne che hanno denunciato i loro sfruttatori in attesa che il giudice si pronunci su di loro, e non sono pochi i casi di donne rispedite a forza nei paesi di origine a seguito di un rifiuto della legislazione di riconoscerne lo status di vittima di tratta,alle volte solo per cavilli burocratici e in sostanza per la miopia di una legge fatta male.
    Riporto ad esempio uno stralcio:”Secondo l’ultimo rapporto -“Le sbarre più alte”- sul Cie di Ponte Galeria firmato da Medici per i diritti umani, le donne provenienti dalla Nigeria rappresentano la maggioranza. E tra le recluse l’80 per cento è vittima di tratta.”
    Quale risposta dalla politica delle donne,soprattutto alla luce del vostro condivisibile post “Sommerse e salvate”?

  6. sabbry permalink
    21 febbraio 2013 14:38

    e per completezza riporto anche il comunicato dell’associazione Be Free http://lnx.befreecooperativa.org/2013/01/690/#more-690

    • 24 febbraio 2013 13:42

      Sabbry, grazie per il commento e per il materiale che linki. è sicuramente necessario che il femminismo prenda atto non solo della molteplicità dei soggetti e delle donne che devono essere incluse in un percorso politico che voglia intendersi femminista (come emerge in Sommerse e salvate) ma ancora di più dell’urgenza di prendere parola contro i CIE stessi e quello che vi accade all’interno. Ci siamo occupate dei CIE qui: https://femminileplurale.wordpress.com/2010/09/16/cie-lager-di-stato/

  7. sabbry permalink
    24 febbraio 2013 17:05

    Grazie a te Laura e a tutte voi dei preziosi contributi che ho il piacere di leggere e condividere. Le vostre analisi mi permettono di riflettere molto e mi sciolgono diversi dubbi.Vi ho scoperte da poco e vi trovo davvero preziose.grazie ancora

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