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Noi il 9 febbraio siamo qui

7 febbraio 2013

Sabato 9 febbraio

Donne, vite, politica: cosa cambia? 

Bologna, Piazza Maggiore

Bologna, Piazza Maggiore

9 febbraio – Bologna – Incontro Nazionale – Donne, vite, politica: cosa cambia?

ore 10.30-17.30 presso il Centro delle donne, via del Piombo 5

A Bologna, come in altri luoghi del nostro paese, l’esperienza di Paestum, le sue modalità di presa di parola e di ascolto proprie alla pratica femminista e arricchite da segni dei cambiamenti in atto, hanno riacceso il desiderio di un confronto aperto a ogni singola e gruppo che lo vogliano per affermare nel presente la forza e la volontà di trasformazione diffuse delle donne.

È nata così una sede di scambio che intende contribuire a dare continuità e forma alle istanze e alle posizioni che emergono nello spazio pubblico ad opera di donne.

Vi invitiamo per questo ad un incontro nazionale che discuta il nesso tra forme di vita e forme di politica oggi e, in particolare, il nesso tra il “primum vivere” e la scelta di tante, in questi giorni, di misurarsi con l’esperienza della rappresentanza nella prossima scadenza elettorale.

Sarà compito delle parole che ci diremo faccia a faccia articolare la discussione su temi quali la autorappresentazione di sé come esseri sessuati, le condizioni dell’efficacia delle pratiche di donne nei luoghi istituzionali e della decisione, i limiti e il disagio della democrazia rappresentativa rispetto alle istanze di una vita buona, ecc. . . A quante vogliono partecipare attivamente alla vita pubblica a tutti i livelli chiediamo di portare i loro punti di vista, le loro esperienze e pratiche politiche senza distinzioni rigide di appartenenza. Ma l’invito è rivolto davvero a tutte: le appassionate, le interessate e le curiose.

Paola Bottoni, Gianna Candolo, Donatella Franchi, Raffaella Lamberti, Marzia Vaccari, Gioia Virgilio.

L’iniziativa nasce anche su sollecitazione di alcune donne di Milano, di cui riportiamo la lettera invito:

Sempre più donne candidate nelle liste elettorali: che cosa cambia?

L’esperienza della tre giorni di Paestum ci ha confermato che le istanze radicali del femminismo sono vive e vegete. E che si nutrono della nostra capacità di mantenere tra donne un confronto/conflitto ricco e spregiudicato, che sappia partire da sé accettando le sfide grandi che ci vengono dal tempo presente.

Le primarie e la formazione delle liste elettorali hanno visto molte donne agire e prendere posizione alimentando anche in rete discussioni e confronti accesi.

Riteniamo quindi urgente un incontro nazionale in cui mettere in gioco scelte, dubbi, desideri, riflessioni. Almeno tre i principali temi – tra loro intrecciati – su cui invitiamo a un confronto

  • la democrazia che c’è e non c’è
  • la forza della presenza femminile
  • che ne è della pratica del femminismo nei luoghi istituzionali e dove si decide

Ci pare importante farlo al più presto perché siamo convinte che non si possa prescindere dal sapere espresso dalla soggettività delle donne, che è pensiero politico buono per uomini e donne.

Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri

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  1. Donatella Proietti Cerquoni permalink
    18 febbraio 2013 10:59

    Voglio testimoniare dello sradicamento del femminismo nelle istituzioni del quale ha parlato Ilaria. Opero in esse da oltre trent’anni, prima come precaria e poi come dipendente pubblica. Da oltre vent’anni mi occupo di politiche legate al “genere” (le donne) ricoprendo diversi ruoli ma con compiti determinati gerarchicamente. Per un lungo periodo sono stata in servizio in un ente istituito con legge regionale deputato allo svolgimento di attività di contrasto alla violenza (Telefono donna), orientamento al lavoro
    ( metodologie rivolte specialisticamente alle donne), sviluppo della cultura di genere (biblioteca/centro di documentazione). La scommessa di tale istituzione, sorta in seno alle origini del femminismo italiano, era, ovviamente, quella di dimostrare che fosse possibile una valorizzazione della soggettività e della libertà femminilein cui le istituzioni facessero la loro parte concependo, verso l’esterno, iniziative di promozione pubblica del pensiero femminista e verso l’interno progettando e realizzando attività con una forte valenza auto coscienziale e, quindi, formando il personale con il contributo del meglio in fatto di pensiero e di approcci teorici e metodologici che ne sono derivati sia in Italia che in Europa.
    L‘articolazione in servizi possedeva, infatti, l’ambizione di cogliere e decodificare correttamente, sul fronte dell’utenza, i bisogni e i desideri comuni alle donne in quanto rilevati nell’esperienza personale e sociale delle stesse donne che hanno , a suo tempo (1987)ideato la struttura.
    Fintanto che i ruoli di vertice sono stati ricoperti dalle stesse ideatrici, femministe, formate e formatrici della Differenza, è stato possibile non solo configurare le attività secondo un senso difficilmente equivocabile con le politiche paritarie ma anche operare per un loro sviluppo inserendole nel contesto interistituzionale (protocolli di intesa con altri servizi operanti nel territorio)fino a dare luogo a collaborazioni molto interessanti sotto il profilo della creazione di una rete di servizi uniformemente erogati .
    Tali servizi, infatti, si presentavano con diversi tipi di coerenza teorica ed operativa: quella pedagogica allorché si è voluto lavorare con finalità educative, quella politica quando si è voluto impostare, mediante patti metodologici interistituzionali, ad esempio, una pratica di uscita dalla violenza facente leva sulla relazione tra donne, piuttosto di un ricorso alle possibilità contenute in un’ottica di “servizio sociale”. Consapevoli, cioè, che la violenza è fenomeno trasversale alle fasce sociali e pertanto non configurabile come occasione di quel genere di sostegno che prevede non una considerazione della soggettività femminile ma un’idea di sostituzione alla volontà del soggetto che diventa così, di fatto, istituzionalizzato e privato della libertà di scelta –basti pensare a come i tribunali, per esempio dei minori, operano nei confronti delle madri riconosciute, spesso arbitrariamente, non adeguate al sostentamento e alla cura dei figli e delle figlie -. Tutto questo si è cercato e si cerca tuttora di combattere ma con difficoltà crescenti, proporzionali ai diversi tipi di regresso culturale, politico e sociale nel quale versa l’intero Paese.
    Quando i vertici diell’ istituzione di cui sto parlando sono stati occupati da personale politico proveniente dalle retroguardie dei partiti e dei sindacati, il degrado è stato inarrestabile e avveniva contemporaneamente ad un rafforzamento sul piano formale, dei compiti dell’ente che per legge veniva inequivocabilmente ridefinito per la realizzazione di obiettivi paritari. Inesorabilmente e in barba a tutti gli sforzi fatti dal personale per dare conto della deriva che stava prendendo il processo di ristrutturazione dell’enteUn restaurazione, non ristrutturazione!
    Naturalmente le cose non accadono all’improvviso, ci sono voluti almeno dieci anni di costruzione di questo degrado che ha portato alla chiusura del servizio di orientamento per una proterva pretesa da parte di altri enti che se ne sono ritenuti detentori esclusivi (mentre la legge direbbe l’esatto contrario, ma tant’è) – inciso: enti la cui protervia è stata agita da donne ai vertici politici sulle quali mi astengo di formulare qui un giudizio che comunque ho chiarissimo e conservo intatto anche perché si tratta, si è trattato di porre equivalenze tra i servizi di orientamento erogati dai centri per l’impiego e quelli di orientamento formativo codificati all’interno del movimento femminista, per altro validati ai livelli istituzionali nazionali che si sono dimostrati più capaci di coglierne il valore e di agire un qualche contrasto alle riforme, che si sono succedute in modo disastroso, del mercato del lavoro. A livello locale, per lo meno per quanto io posso testimoniare, l’ignoranza della valenza di approcci ideati e sviluppati nel femminismo, non solo italiano, è totale e con esiti sulla cittadinanza che è facile immaginare. In sostanza ho assistito ad una disgregazione di ogni principio ispiratore delle metodologie adottate fino alla configurazione di protocolli di intesa tra enti dove quel che viene previsto è “un maggiore tatto” nel trattare le donne disoccupate che subiscono violenza e che si rivolgono ai servizi pubblici all’impiego. Sono venuta a conoscenza di questo non dagli atti che non ho voluto nemmeno vedere, ma da informazioni fornite dagli interessati nel corso di riunioni ufficiali svolte al lato della mia nuova attività lavorativa in un’altra istituzione di parità, dato che altro non c’è.
    Non do conto in questa sede della fatica e della frustrazione profonde affrontate per mettere in atto una vera e propria resistenza ai processi di degrado che non ho/abbiamo (come personale) potuto, ovviamente, contrastare nel contesto dell’occupazione dell’attuale potere politico (partitico) delle istituzioni che vivono in quanto c’è chi paga tributi e che appartengono non a chi le gestisce (partiti) ma a chi le finanzia (cittadini e cittadine).
    Quello che voglio qui postulare è che lo sradicamento non si attua a causa delle istituzioni in se stesse ma ad opera della loro occupazione da parte del potere politico, il quale versa in un mix di ignoranza e protervia spaventose. Per questo sono molto favorevole non soltanto alla creazione di istituzioni femminili ma all’assegnare loro un potere di vincolo nei processi di assunzione della decisione pubblica, cioè nel dare attuazione a quanto previsto dalle riforme della pubblica amministrazione che riconoscono come soggetti facenti parte di essa a pieno titolo, in forma singola o associata. Non si tratta, quindi, per me di sottrarre potere alle istituzioni ma di darne alle “nostre” in seno ai processi di democrazia più che partecipativa, direi deliberativa (cf. Marianella Sclavi).
    Tale obiettivo, a mio personale e politico avviso, si raggiunge mediante una stretta collaborazione tra il Movimento femminista e le donne, femministe, che hanno accettato di candidarsi in parlamento, anche alla luce di quanto affermato a Bologna da Ida Dominijanni che ho ascoltato in video.

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