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Quattro chiacchiere con Naila

19 febbraio 2013

«Provengo da una regione – che si estende dal Nord Africa attraverso il Middle East, passando per le pianure dell’India del Nord sino al Bangladesh – dove i principi di eredità e discendenza sono paterlineari. Men matter, nella proprietà e nella progenie. La sessualità delle donne e i loro margini di movimento nell’arena pubblica e privata sono tenuti sotto stretto controllo, il che spesso le confina a ruoli riproduttivi portati avanti per la maggior parte all’interno delle mura domestiche».

Così Naila Kabeer, professoressa di “Development Studies” alla School of Oriental and African Studies (SOAS) della London University, si raccontava lo scorso 24 gennaio nel corso della cerimonia inaugurale di quella che, a livello internazionale, è riconosciuta fra le più  prestigiose istituzioni specializzate in lingue e studi su Asia, Africa, Vicino e Medio Oriente e dove si occupa di studi di genere in relazione a mercato del lavoro, globalizzazione, povertà e movimenti migratori. A lei, una delle massime esperte in materia, è stata a affidata la lecture conclusiva del VI Congresso della Società Italiana delle Storiche (SIS), chiusosi sabato 16 febbraio all’Auditorium Santa Margherita dell’Università Ca’Foscari di Venezia.

La relazione di Kabeer, intitolata “Marriage, motherhood and masculinity in the global economy: is there an emerging crisis in social reproduction?” (Matrimonio, maternità e mascolinità nell’economia globale: una crisi che emerge nella riproduzione sociale?), poneva la seguente questione: la crescente partecipazione femminile al mondo del lavoro contribuisce alla messa in discussione dei privilegi del patriarcato, cominciando dalla sfera domestica? Oppure le donne si ritrovano caricate di un doppio fardello, dovendo ora  – e semplifichiamo – tenere pulita e ordinata la casa e anche lavorare, seppur pagate, all’esterno?

Incontriamo Naila Kabeer nel suo albergo, a Venezia, sabato pomeriggio. È entusiasta del buffet di chiusura del Congresso e della splendida giornata, quasi primaverile. Fra poche ore sarà in volo per Copenaghen, ancora lavoro, ma ci invita comunque ad accomodarci sul divano damascato della hall per parlare in tranquillità. E chiacchieriamo, chiacchieriamo per quasi un’ora, con un’economista di fama mondiale che ci dimostra da subito, con una disponibilità e un’umiltà fuori dal comune, cosa significhi essere prima di tutto una donna in dialogo con altre donne.

«Pur con le dovute eccezioni – ci dice – emerge una generalizzata difficoltà, quando non un aperto conflitto, da parte degli uomini nell’accettare la progressiva affermazione delle donna “breadwinner”, [letteralmente: che procura il pane, NdR] ossia della donna capace, grazie alle sue entrate, di provvedere economicamente al mantenimento del proprio nucleo famigliare o comunque di contribuirvi in maniera importante. Perdura inoltre, nella maggior parte dei casi, la resistenza da parte degli uomini a una più equa suddivisione del lavoro domestico e di cura e, più in generale, la resistenza maschile ad abbandonare l’immaginario tradizionale legato alla classica figura della donna/moglie/madre».

Nella sua analisi la studiosa si basa sia sulle proprie ricerche, svolte direttamente sul campo, sia sulla documentazione e la letteratura esistente, il che le permette di sviluppare un’analisi comparativa su scala globale che esamina trasversalmente diversi nuclei tematici. Sono molti i fattori che concorrono alla crescente femminilizzazione del lavoro: dall’innalzamento del livello di istruzione femminile, con il conseguente mutamento nelle aspirazioni delle donne, al prolungarsi del declino demografico che ha caratterizzato i paesi più ricchi, portando alla crescita dell’età media della popolazione e a un conseguente aumento della domanda del lavoro di cura; dalla crisi agli aggiustamenti strutturali, alla minor sicurezza in termini di prospettive future d’impiego e di salario per gli uomini, in forza dei mutamenti nei modelli di produzione e di regolamentazione dei mercati. Fatto sta che il mercato globale sta chiedendo donne – e molto meno uomini – per curare, pulire, alimentare l’industria delle spose e, ovviamente, quella del sesso che mai conosce crisi.

Se l’aumento della domanda avviene su scala mondiale, l’espressione del disagio che la maggioranza degli uomini dimostra nel rispondervi assume invece forme che si differenziano caso per caso, territorio per territorio.

«Numerose donne – spiega la studiosa –  hanno negoziato per ottenere dai propri mariti il permesso di andare a lavorare fuori casa, promettendo in cambio di continuare a svolgere le mansioni domestiche, ad esempio, o di non ricoprire ruoli pubblici. Ma ci sono situazioni più estreme, che vedono alcuni uomini reagire dandosi all’alcool, intensificando i rapporti extraconiugali o lasciando le proprie mogli per costituire una nuova famiglia con una compagna più “rispondente” ai propri canoni femminili; e ancora vi sono casi di uomini che hanno iniziato a picchiare le donne o che hanno abbandonando il tetto coniugale per ritornare a casa dalla madre, o dalla sorella, dove sentivano che sarebbero stati “accuditi meglio”. La casistica è davvero ampia. Certo è che fintanto che la società non attuerà seri provvedimenti per integrare in maniera migliore i processi di produzione e riproduzione, le donne potranno contare unicamente sulla propria capacità di negoziare su base individuale i margini di azione e di potere. Anche perché per molte di loro andare a lavorare non è più una scelta: devono farlo. Se penso a un’arena in cui il femminismo potrebbe intervenire per mutare questo stato di cose, è proprio in qualità di attore di un nuovo dialogo sulle protezioni sociali».

Il cambiamento, secondo Kabeer, avviene a livello individuale:

«Si tratta di un processo intimo, di un atto di volontà e consapevolezza che riguarda la sfera strettamente soggettiva, e che nessun altro può provocare al posto tuo. Ma è anche vero che segna l’inizio di un processo collettivo, perché il cambiamento a livello di società non può essere portato avanti da un singolo individuo». Il  ricordo va a sua madre da giovane: «Lei ad esempio era una donna che si ergeva sola contro tutti. E penso che per lungo tempo abbia pagato a caro prezzo questa scelta: lasciò il marito, e molte persone intorno a lei le resero la vita difficile, facendole scontare di essere molto attiva a livello politico. Un vita dura insomma, sino a che la società finalmente cambiò un po’ e le lasciò più spazio. Storicamente le persone in una condizione di subordinazione sono riuscite a cambiare le cose solo attraverso la mobilitazione e i movimenti. Sentire che esiste solidarietà attorno a te, è però fondamentale non solo nell’ottica del raggiungimento di un risultato, ma anche per te stessa: è la spinta ad andare avanti, ti sostiene quando stai negoziando nel tuo nucleo famigliare, in strada o in qualunque altro luogo. Si tratta dunque di un irrinunciabile elemento sia cognitivo che emozionale. Si impara di più quando si è parte di una collettività, si impara a condividere la sofferenza e le questioni care».

Ecco perché, secondo Kabeer, sono proprio quelle organizzazioni che creano un senso di appartenenza fra donne a produrre più risultati in termini di empowerment nella sfera pubblica. I movimenti sociali e di resistenza ne sono l’esempio per eccellenza: non forniscono uno specifico servizio, ma mettono in contatto donne con altre donne che vivono situazioni analoghe, garantiscono loro spazi per dibattiti e discussioni, lavorano sullo sviluppo di una coscienza politica critica, aiutano le donne a distinguere cosa è giusto e cosa no mostrando loro come si protesta, come si scrive una petizione, come si sopravvive all’ufficiale pubblico che cerca di estorcerti una bustarella: «L’organizzazione di mia madre fa questo tipo di attività», ci dice.

In altre parole è l’essere membro attivo di una collettività che porta a cambiamenti strutturali all’esterno, oltre che dentro le mura domestiche.

Considerazioni in parte valide anche per il microcredito, parlando del quale l’esperta ci invita a uscire dalle semplificazioni in cui è caduto il dibattito, e a ricordarci che nello stesso Bangladesh molte organizzazioni di settore sono nate quando la microfinanza era un mezzo per riunire le donne in gruppi.

«Gli indicatori di empowerment, specie nella sfera privata, ci dimostrano che esiste una corrispondenza positiva con le beneficiarie delle ONG che concedono piccoli prestiti a gruppi di donne, invece che relazionarsi con loro come singole. Quindi non è l’accesso al credito a fare la differenza, ma l’appartenenza all’organizzazione. Viceversa, tanto più queste organizzazioni diventano commerciali perdendo la loro funzione strumentale di aggregatori, tanto meno erogano credito alle donne».

Se è necessario che le donne possano contare su una solidarietà reciproca diffusa, è importante che il sostegno sia condiviso anche dagli uomini:

«Sarà difficile infatti ottenere dei cambiamenti se gli uomini continueranno a fare resistenza!», dice Kabeer.

«Ma allora – le chiediamo – sul femminismo e il conflitto, anche aperto, agito dalle femministe specie in passato: cosa ne pensa? Che sia arrivato il tempo di abbassare i toni e cercare nuove forme di dialogo e comunicazione?». Ancora una volta Kabeer non si tira indietro e ci regala una fotografia del femminismo londinese:

«Non me la sento di affermare una cosa del genere. Credo che le persone facciano quello che devono fare. Se sono arrabbiate non puoi dire loro di non esserlo! Le femministe della mia generazione, non tutte ma molte di noi, hanno attraversato una fase di forte rabbia: “Mi ascolteranno, a tutti i costi!”, pensavamo. E sì, se mi guardo indietro, sarebbe stato più difficile scegliere di rapportarsi con gli uomini e avere a che fare con loro. Era più semplice stare solo con altre donne: ci sentivamo molto più a nostro agio. Che bisogno c’era di mischiarsi con un gruppo di uomini?! Sentivamo che non avremmo potuto parlare nello stesso modo. C’era qualcosa di estremamente liberatorio nello stare fra noi godendo della reciproca compagnia. Era davvero fantastico e forse, in quel momento storico, non sarebbe stato possibile fare diversamente. Ma ho l’impressione che fra le giovani femministe ci sia una volontà molto maggiore di rapportarsi con gli uomini, instaurando un dialogo, e forme di conversazione. Forse le battaglie che abbiamo vinto rendono possibile, oggi, non essere più così arrabbiate. Forse gli uomini per primi si stanno rendendo conto di quanto stiano perdendo terreno, su molti fronti, a cominciare dal mercato del lavoro e sentono di avere più da perdere nel percorso verso un maggior egualitarismo, coscienti che dovranno abdicare ai loro privilegi. Può essere quindi che le nuove generazioni non abbiano bisogno di tutta quella conflittualità».

Naila riflette, ascolta ogni nostra parola e cerca domande e risposte assieme a noi. Segnamo assieme i punti nella nostra discussione, i vari distinguo e le possibili conclusioni. Accetta tutti i nostri spunti e torna spesso indietro, alla sua esperienza di vita, per costruire per noi mille ponti fra passato e presente.

«Le femministe hanno sempre avuto la reputazione di mangiarsi gli uomini e credo che, specie in passato, questo abbia scoraggiato molte donne che non erano preparate a un confronto così duro con l’altro sesso. Ricordo che quando lavoravo assieme ai funzionari pubblici in India, questi ultimi odiavano la parola “empowerment”. Sembrava loro che stessi parlando di donne che “mangiavano” il potere e lo portavano via agli uomini. Così iniziai a parlare in termini di “giustizia”, “giustizia sociale”, e “giustizia di genere”, e loro si rilassarono. All’improvviso non si sentivano più minacciati da me e riuscivamo ad avere delle conversazioni, erano in grado di riflettere sulla base delle esperienze di ingiustizia che avevano sperimentato da vicino, magari sulla pelle delle proprie figlie o sorelle. È stato come portarli dalla mia parte. Dopotutto, dobbiamo sforzarci di considerare che gli uomini non hanno scelto di nascere avvantaggiati, e adesso che molti dei loro privilegi stanno cadendo, loro sanno che nulla tornerà come prima, nulla somiglierà a quello che hanno sempre conosciuto».

È bella,  Naila Kabeer, anzi bellissima. La voce è chiara, lo sguardo vivace e limpido, i movimenti non tradiscono la minima insicurezza e lei sprigiona una energia tale da occupare tutta la scena, rendendo difficile il tentativo di attribuirle un’età. È sempre stata un’economista sui generis, sin da quando, giovane studentessa alla London School of Economics, cercava possibili punti di contatto fra la teoria neoclassica della scelta razionale imparata all’università e le istanze di chi iniziava a sostenere che alla base della subordinazione delle donne c’era il patriarcato. Allora pensò bene di comunicare al suo supervisor che avrebbe trascorso diciotto mesi in un villaggio del Bangladesh, per condurre in maniera autonoma una ricerca sul campo. Quello infatti era il posto che conosceva meglio dopo l’Inghilterra, e dove poteva investigare le caratteristiche del patriarcato in una lingua diversa all’inglese che veniva compresa da chi stava intervistando.

La scelta della giovane Naila sfidava con grande coraggio la prassi vigente di basarsi su dati e ricerche altrui, e la instradava nella conoscenza dei contributi offerti dall’analisi qualitativa a chi volesse comprendere l’economia non come basata su singoli individui, ma come una materia che guarda a uomini e donne partendo dalle loro relazioni e dalle posizioni che occupano in uno specifico tessuto sociale.

Le chiediamo quanto importante è, per un politico o un amministratore, conoscere il territorio e le sue donne per implementare politiche che abbiano un reale effetto sulla loro condizione. Le parliamo dei numerosissimi casi di violenza domestica che si verificano in Italia, con il Veneto – la regione in cui ci troviamo – che non fa eccezione nonostante sia una delle aree economicamente più avanzate del Paese. Non ne aveva idea.

«I politici, come molte altre persone, ragionano a stereotipi e li usano per comprendere il mondo. E quando si tratta di questioni di genere il ricorso a questi stereotipi è ancora peggiore, perché li porta a pensare di poter parlare di donne solo perché ne conoscono alcune, a iniziare dalla propria moglie! Invece è importante che politici, e coloro che lavorano nel pubblico, siano costantemente informati e consapevoli delle varie forme in cui la diseguaglianza di genere può manifestarsi e di quante donne ne siano coinvolte, per risalire alle cause. Non ci possono essere politiche standardizzate valide per un intero paese. Ripartire dalla concretezza delle singole realtà è importante anche perché è un modo per ridare voce alle donne, farle sentire ascoltate. Chiunque oggi riconosce le differenze di classe: è tempo di passare allo step successivo».

Rubiamo a Naila un’ultima battuta circa la commistione da lei studiata fra mercati che in teoria dovrebbero essere distinti, come l’industria del sesso e il giro d’affari che ruota intorno alle cosiddette “ordinazioni di spose” via mail, o come i servizi di cura e assistenza, o i servizi di pulizia. Mercati differenti in linea di principio, ma accomunati, tutti, da un’alta concentrazione dell’offerta di lavoro proveniente dai paesi più poveri del mondo.

Tanto che non è difficile incappare in siti web in cui è possibile cercarsi una sposa, una prostituta, una escort o un’assistente familiare: pacchetto completo. Vizio, perversione, crimine e fame: il critico della società di mercato Karl Polanyi, metteva in guardia da questi rischi, che prevedeva sarebbero derivati dalla mercificazione dell’essere umano e dalla totale subordinazione della sua esistenza al prezzo di mercato.

E anche la mercificazione, come qualsiasi aspetto della vita e dell’economia, discrimina secondo il genere.

«La regolamentazione dei mercati è un aspetto cruciale della responsabilità che dobbiamo avere l’uno nei confronti dell’altro – dice Kabeer. – La specificità e la creatività del mercato stanno proprio nel ricavare profitto da qualsiasi cosa, senza alcun riguardo per l’etica o la morale. Ma vi sono certe aree delle vita e delle persone (come le emozioni), che devono godere di qualche forma di protezione. Se scelgo di vendere il mio corpo sulla strada questo è un mio diritto. Ma se lo faccio perché non c’è nient’altro che posso fare, o se mi mancano le informazioni per agire diversamente, allora non sto più esercitando un diritto. Lo stesso vale per le spose via internet: non credo ci sia modo di fermare questo business, ma almeno devono essere pensati spazi e tempi per conoscersi meglio fra futuri sposi, per informarsi come si deve. La deregulation è stata invece l’ideologia dominante negli ultimi quarant’anni, con l’eccezione del capitale, che gode di una iper-regolamentazione in grado di preservare al meglio i suoi interessi».

Dopo la premessa generale sulla necessità di regolamentare i mercati, Kabeer ci tiene a separare il mercato dei servizi di cura/assistenza e di pulizia, da quello del sesso.

«Quando è il tuo corpo che diventa merce, ovviamente c’è anche qualcos’altro che viene coinvolto: la tua identità, la tua sicurezza».

Le raccontiamo che, anche in Italia, il nodo della prostituzione genera posizioni estreme e opposte fra le stesse femministe di “nuova generazione”: dalle donne che sostengono il diritto inappellabile di decidere in maniera autonoma del proprio corpo, a quelle che si oppongono alla prostituzione in quanto espressione per antonomasia del patriarcato, nella sottomissione della donna all’uomo. Lei ammette la sua difficoltà:

«È davvero un argomento che non affronto molto spesso, e che mi crea dei problemi. Vengo da una società in cui vendere il proprio corpo è semplicemente non considerato come un’opzione. La stessa società condanna anche i rapporti pre-matrimoniali, ma ad un certo punto sono riuscita a superare questo divieto! Invece la prostituzione è un qualcosa la cui sola idea mi paralizza. Si tratta di una transazione di mercato che si colloca in un continuum, per cui in qualche modo è un qualcosa di molto peggiore e di più alienante rispetto ad esempio alle donne “intrappolate” in matrimoni senza amore, che pure fanno sesso con i loro mariti e li accudiscono. Però sono anche consapevole dei miei pregiudizi e non so se la penserei alla stessa maniera se fossi nata  da qualche altra parte!

La verità è che mi è piacerebbe davvero riuscire ad avere una conversazione molto onesta in merito a queste questioni, ma sinora non ci sono mai riuscita perché il dibattito si polarizza sempre. E perché è una questione che affonda le radici nell’intimo di noi stessi, del nostro substrato socioculturale, dei nostri valori, della nostra morale.

Ma mi ripeto sempre: chiunque potrebbe affermare “Non mi importa se mia figlia lavora in fabbrica”, e non suonerebbe inappropriato. Invece dichiararsi indifferenti di fronte a una figlia che si prostituisce, suonerebbe comunque male! Vorrei che nessuno si prostituisse, né donne né uomini: perché una parte di me è ancora convinta che non sia possibile dividere sessualità e identità».

 

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