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Sommerse e salvate

20 febbraio 2013

Se sono una femminista radicale significa che ho una capacità di rivolta morale, interna,

contro tutte le offese alle donne in quanto donne

indipendentemente dalle differenze di razza, classe, eccetera.

Mary Daly

Le donne escono dalle cucine

Foto di Tano D’Amico tratta dal libro “Una storia di donne”, edizioni Intra Moenia 2003, p. 22: “Roma 1976. La prima manifestazione nazionale delle donne”. Sullo striscione: “Le donne escono dalla cucine”.

Siamo convinte che affrontare i conflitti faccia parte della buona politica delle donne. Quindi quello che segue è l’apertura di un conflitto che vorremmo più radicale possibile.

Sabato 9 febbraio siamo andate a Bologna per prendere parte all’incontro nazionale “Donne, vite, politica: cosa cambia?” ospitato dalle donne dell’Associazione Orlando anche su sollecitazione delle donne di Milano. L’argomento su cui eravamo chiamate a discutere erano “dubbi, desideri, riflessioni” suscitati dal fatto che nelle liste elettorali ci sono sempre più donne, alcune tra le quali anche appartenenti al movimento femminista come Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni ed Eleonora Forenza.

Il femminismo è un movimento che si contrappone al modo stesso in cui il mondo è organizzato. In questo compito titanico includere tutte le donne è essenziale. Per rinnovare gli strumenti critici con cui si guarda e si comprende il mondo, per riconoscere le forme in cui le discriminazioni contro le donne si manifestano, per trovare nuovi modi di combatterle innanzitutto (come sempre) in sé stesse e nella relazione tra donne.

A Bologna la modalità di discussione era quella “orizzontale” che aveva caratterizzato anche Paestum: chi desiderava prendere la parola aveva circa 5 minuti per esprimere le proprie idee e opinioni, senza coordinamenti né gerarchie. Nella giornata tutte le donne presenti hanno avuto la possibilità di esprimersi e di essere ascoltate. Ma la presa di parola non è stata davvero orizzontale, davvero inclusiva. Ecco perché.

Nel pomeriggio, poco dopo la ripresa dei lavori, un intervento è stato dedicato per spiegare che il pranzo (a cui era necessario prenotarsi precedentemente) era stato preparato da una associazione formata da donne straniere. L’intervento, di per sé legittimo, si proponeva come un ringraziamento nei confronti di chi si era occupata del catering e fungeva inoltre da rendicontazione sull’uso dei fondi provenienti dall’incontro nazionale. Ma politicamente parlando è stato un fiasco totale. Si è presentato l’elenco sommario delle donne appartenenti all’associazione, suddivise e “riconosciute” solo a partire dalla loro nazionalità: questa modalità non suonava come il riconoscimento dell’individualità di ciascuna, ma piuttosto come un elenco spersonalizzato di nazionalità terzomondiste. Infine si è specificato che le donne straniere “se le si fa cucinare, sono molto brave”. L’intervento è stato avvertito da alcune di noi come discriminatorio. La divisione del lavoro manuale/intellettuale veniva confermata dal linguaggio e soprattutto dal modo in cui è stata posta la “partecipazione” delle donne straniere all’incontro: non presenti in sala ma relegate dietro i fornelli.

Siamo consapevoli del fatto che si tratta di un “razzismo ingenuo”, non voluto. Tutte noi siamo capaci di parole e atti razzisti pur non essendolo.

Tuttavia siamo rimaste più che perplesse dall’episodio, che non ci saremo aspettate in un luogo di donne, in un luogo di pratiche politiche, in un luogo di femminismo.

Molte donne hanno considerato l’episodio più come una fastidiosa interruzione dei lavori che come un’occasione (mancata) di riconoscimento politico fra donne. Mentre ad alcune di noi la presentazione del lavoro dell’associazione è parsa come una narrazione colonialista di soggettività “altre”, quasi fossero “sorelle minori” rispetto a “noi” che stavamo partecipando all’assemblea. Non si sarebbe forse dovuto invitare le donne dell’associazione all’incontro nazionale? È stato fatto? Non abbiamo tutte perso l’occasione di discutere insieme e – se le donne dell’associazione lo avessero desiderato – di ascoltare la loro esperienza e il loro lavoro raccontati di persona? E non per mezzo di una portavoce “bianca”.

La discussione tra alcune di noi fuori dalla sala ci ha così convinte ad interrompere i lavori per un secondo intervento “riparatore” dello scivolone precedente.

Quello che ci ha colpite è come si sia ripetuto qui un forte meccanismo di esclusione che le donne presenti in sala avrebbero dovuto conoscere molto bene, ma che invece non hanno riconosciuto. Forse perché applicato ad “altre”. Quelle stesse donne che quarant’anni fa hanno protestato uscendo di casa, “uscendo dalle cucine” e richiedendo la necessità che altre donne facessero lo stesso, sono rimaste del tutto indifferenti al fatto che oggi altre donne fossero state simbolicamente “relegate” in cucina. Le donne che a Bologna discutevano di rappresentanza, che lamentavano l’invisibilità rispetto agli organi e ai meccanismi della democrazia rappresentativa, hanno dimostrato di non essersi rese conto di quanto altre donne fossero invisibili ai loro occhi in quel momento. Ciò è emerso soprattutto dal brusio scocciato della sala durante il secondo intervento “riparatore”, durante il quale si sono levate voci di protesta contro la (presunta) poca raffinatezza del cibo, la (presunta) poca abbondanza e contro lo stesso intervento avvertito come un’inutile ricerca di “politicamente corretto” (?!).

Dunque questo episodio è stato rivelatore di dinamiche che ci sentiamo di dover mettere in luce.

L’assemblea si è scoperta bianca, quasi tutta “bianca”. Lo era ovviamente anche prima dell’intervento, ma diciamo che forse non ce ne eravamo accorte per bene. Una delle grandi forze del femminismo è stata quella di rivelare come l’universale neutro maschile non fosse né universale né neutro e la sua dimensione internazionale. E ora è necessario non creare altri universali neutri falsi, come quello della femminista italiana e bianca.

Mettendo in luce questo episodio specifico vogliamo non incolpare qualcuna in particolare, anzi, al contrario: vogliamo evidenziare un problema generale del femminismo italiano oggi.

La domanda è: sappiamo quali sono i bisogni delle donne straniere e/o migranti nell’Italia di oggi? Li consideriamo problemi delle “straniere” (quest’insieme indistinto e anche un po’ misterioso) o sono problemi di tutte le donne? Quali sono le ragioni per le quali è difficile fare politica insieme? E come si possono affrontare questi ostacoli?

Dobbiamo smettere di parlare al “loro” posto. Il punto non è fare le “quote non-bianche” ma trovare i modi per lavorare, discutere, lottare insieme. Creare più alleanze.

Infatti qui il problema non era voler correggere una mera formalità, la forma imperfetta di ciò che era stato detto, ma di mettere in luce la sostanza di un discorso dalle innegabili implicazioni politiche, implicazioni politiche per noi comunque molto più rilevanti e stringenti rispetto al problema del rapporto con la rappresentanza parlamentare. Le donne straniere si occupano delle nostre case, della cura dei figli e degli anziani. Non ci mette in una contraddizione tremenda che siano altre donne a sgravare le donne italiane della cura? Quali sono le relazioni più significative per il femminismo? Quale relazione con i partiti e le rappresentanti, e quale con le donne invisibilizzate e perciò irrappresentabili che in quel contesto si sono prese cura di noi?

Non avere colto la significatività politica di questo episodio è un segnale scoraggiante. E lo è soprattutto per il femminismo, come movimento politico e non solo storico, come forza non solo rivolta al passato ma che agisce nel presente e che guarda al futuro. Femminismo che è pratica, innanzitutto. La presa di parola femminista a quali donne si rivolge? Quali relazioni vuole creare e costruire? Se non parla prioritariamente e a tutte le donne, se non considera ciascuna come depositaria di un’uguale legittimità di parola politica, allora è come se non si rivolgesse a nessuna. O ciascuna o nessuna. Un femminismo non inclusivo per noi non è femminismo.

Se rifiutiamo ogni forma di esclusione e di ghettizzazione lo facciamo in quanto ravvisiamo in esse dei palesi meccanismi di riproduzione di una modalità di relazione tipicamente paternalistica (!).Noi ravvisiamo in questi atteggiamenti le stesse logiche con cui il potere (maschile) ha organizzato e strutturato l’esclusione delle donne dalla scena pubblica, dallo spazio delle relazioni politiche, e peggio, una minaccia per il femminismo stesso.

Laura Capuzzo, Danila De Angelis, Ilaria Durigon, Viola Lo Moro, Chiara Melloni

9 commenti leave one →
  1. 20 febbraio 2013 12:11

    Ciao care
    non ero presente al’incontro del 9 febbraio e leggere queste vostre riflessioni mi porta a fare amare riflessioni su quanto le reti femministe/femminili in Italia siano ancora lontane dall’aver assimilato, meditato e fatto proprie le elaborazioni/riflessioni delle donne e dei femminismi “non-bianche/i” … Bisognerebbe trovare forse più occasioni (non solo virtuali) per discuterne … sperando a presto, un caro saluto

  2. Elisa Frediani permalink
    20 febbraio 2013 13:08

    Care amiche, non ero presente a Bologna, ma il racconto di quanto successo a proposito delle donne straniere che hanno preparato il cibo, mi ha ricordato episodi simili da me vissuti in cui si sono verificate le stesse dinamiche. Altro che formale problema di politicamente corretto, qui c’è uno snodo chiave molto dolente, che investe noi tutte che ci identifichiamo con il femminismo radicale! Vi ringrazio per aver posto con tanta lucidità il problema, che dovrebbe innescare una bella riflessione collettiva sul nostro femminismo bianco-italico. Elisa

  3. Lorenza Ravaglia permalink
    20 febbraio 2013 13:48

    Come possiamo pensare di restare immuni da una logica, da un sistema di valori e da un insieme di codici culturali in cui siamo cresciute come persone, come individui? Io sono una persona nata alla fine degli anni sessanta e nata come donna negli anni ottanta, quando il sistema culturale patriarcale si è riorganizzato e ha ripreso il sopravvento sui media. Come è possibile che io non ne abbia fatto esperienza e che non abbia interiorizzato codici e messaggi? E’ già molto che io sia consapevole di quello che mi è successo come persona e come donna e che possa ripartire da questo. Per fortuna nella mia città esiste un centro per le donne che lavora da anni con le donne straniere e per loro, una presenza che di sicuro mi ha aiutato a non cadere nella contraddizione che evidenzia il vostro articolo, che però è assai umana e per certi versi quasi inevitabile…

  4. Enrica permalink
    20 febbraio 2013 16:38

    Reblogged this on Un altro genere di comunicazione.

  5. 20 febbraio 2013 17:37

    Reblogged this on Elena.

  6. albalisa sampieri permalink
    20 febbraio 2013 18:42

    Io invece a Bologna c’ero e vi ringrazio per quanto avete scritto. Condivido ogni parola, ma allo stesso tempo mi rimprovero di non aver avuto la prontezza o il coraggio in quell’occasione di chiedere conto del brusio che si é levato nella sala quando la rappresentante di Orlando ha cercato di “rimediare”…..
    Credo che a questo punto non possiamo più sfuggire alla domanda se lo spazio di confronto politico che si sta creando a partire da Paestum debba essere segnato nei corpi e nei contenuti, esclusivamente da quella “norma” fatta come disse Mercedes Frias da donne bianche e cinquantenni.

  7. paolam permalink
    20 febbraio 2013 23:10

    Grazie Albalisa, quando leggiamo resoconti di questo tipo ci chiediamo dove sono andate a finire quelle che erano state le femministe degli anni ’70, quelle delle piazze, e quelle della successiva elaborazione di pensiero. Io di anni ne ho 53, ma si vede che sono ancora adolescente come lo ero negli anni ’70, e ancora mi scandalizzo.

  8. Mercedes Frias permalink
    24 febbraio 2013 10:34

    Condivido in pieno l’analisi non soltanto dell’episodio raccontato, ma sulle resistenze della quasi totalità delle donne che hanno fatto le battaglie femministe, a una messa in discusione delle asimmetrie fra native bianche e migranti. resistenza a vedere il vantaggio per le donne italiane bianche, che la condizione di subalternità delle donne migranti comporta per le prime. come si fa a non capire che la norma maschile bianca eterosessuale, poggia sugli stessi presupposti di una norma che esclude le non bianche, provenienti dal mondo impoverito? Quel frusio, ancora mi torna visibile. quella espressione collettiva di impazienza, alla “che vuoi che sia…” Era un’assemblea femminista. Continuo a pensare che tanti anni di lotta contro il patriarcato, per conquistarci spazi, ecc, devono aver reso noi donne più all’erta di fronte ad ogni meccanismo di sopraffazione anche quello che non ci costringe nel ruolo di “vittime”. Ma no. già a Paestum, sono caduti nel vuoti i miei maldestri tentativi di richiamare all’allargamento de soggetto, a inserire altre condizioni e coniuguarle con tanta scienza. a Bologna è stata addirittura peggio. lo so che quello non era il tema. ma quella rappresentazione maternalistica, inferiorizzante e la reazione al tentativo di “riparazione”, sono l’emblema di questo stadio del femminismo italiano. insieme al frusio, ricordo le facce di spaesamento di molte donne quando Viola ha parlato delle donne stuprate nei CIE. molte delle donne che erano lì, militanti di sinistra, non sapevano cosa fossero i CIE. siamo a questo punto.

  9. Donatella Proietti Cerquoni permalink
    24 febbraio 2013 16:10

    Ho appena riletto questo post dopo averlo trovato, e commentato, in fb. La mia prima reazione è stata quella di associare l’accaduto ad episodi simili da me vissuti in altri luoghi di donne dove quella che voi chiamate “inclusività” trovava gli stessi ostacoli, culturali, di comportamento, incontrava cioè la mancanza di quel senso del rispetto che deriva da un altro “senso”, quello del riconoscimento dell’altra al quale non tutte sono istintivamente versate ma al quale ci si deve forse un po’ allenare, cominciando da sé, come si dice, riconoscendo il proprio valore di donna, se poi si ambisce a riconoscere le altre. O procedere al contrario, imparare l’autostima praticando la stima per un’altra, ma di questo si parla.
    Sappiamo, se siamo “tutte femministe storiche” lo sappiamo, che riconoscere il valore di una donna è il primo ostacolo e che si tratta di un ostacolo da vincere con l’educazione, la stessa che forse il femminismo ha negli ultimi anni un po’ abbandonato, come movimento intendo, perché poi sono certa che ciascuna ha continuato la sua opera. Ma è stato forse così che ci siamo ridotte ad un solo argomento, la rappresentanza , trascurando di dedicare momenti “nazionali” ad altri temi, lasciandoli anche un po’ in balia di qualche interpretazione di stampo solo apparentemente femminista. Non faccio nomi, sigle, niente perché ho scoperto che parlare dei problemi rivolgendosi direttamente ai naturali interlocutori, fa rischiare l’accusa di portare divisioni nel movimento. Ne prendo atto, amaramente ma è per questo che mi mantengo sulle generali, per ora. Sono stanca. Mi espongo molto di solito e sono stanca di essere interpretata e censurata, tanto la verità ha sempre la meglio se si ha la pazienza che al momento avrei perso ma che mi vede impegnata nella sua riconquista. Quindi lascio a chi mi legge lo sforzo di capire di chi sto parlando, quanto ad auto attribuzioni di titolarità a parlare e a intervenire sui temi nostri sensibili, sui temi nostri strategici e delle lotte che dovremmo intraprendere e non intraprendiamo, afferrate come siamo dalla rappresentanza. Oggi si vota.
    La parola inclusione è storicamente e concettualmente bandita dal femminismo perché rinvia a un senso dell’integrare in sé che abbiamo svelato essere una trappola, nella rappresentanza poi, è evidentissimo. Badate che non sto cercando di difendere l’apparente contrario, l’esclusione, sto criticando un termine che considero inadatto almeno in contesti in cui si dà valore alla differenza e alle differenze. Corro ugualmente il rischio, è lo stesso contro il quale si incappa quando si critica la democrazia come sistema inventato dagli uomini e subito si viene accusate di simpatizzare con i totalitarismi. Di questi tempi è facile, viste anche le commistioni tra destra e sinistra che anche al nostro interno tendono a riflettersi per cui non si sa più, per esempio, perché essere contrarie alla prostituzione diventa immediatamente occasione di accuse di moralismo, se non peggio. Eppure dovremmo essere certe di alcuni principi ma prendiamo atto che non è così, non più. E quindi precisiamo, e precisiamo. E omettiamo nomi cercando di parlare di responsabilità, e non di responsabili. Voi, però lo fate, coraggiosamente mi pare ed io ci sto, per me questo modo di fare è una forte garanzia di lealtà e di volontà di affrontare e risolvere problemi. Procediamo con serenità, dunque, al meno qui e con Voi.
    Parlare di inclusione, quindi, ci fa correre il rischio di interpretare un desiderio altrui che verosimilmente è una nostra proiezione, spesso per lo meno lo è. Quali sono, allora i nostri doveri civili verso gli altri, le altre? L’ho già detto: per me sono il rispetto di differenze e volontà e allora io mi chiedo qualcosa circa la volontà delle donne che hanno curato il catering e se mi chiedo qualcosa sulle loro differenze me lo chiedo nei termini delle competenze, più che del loro statuto di straniere, o almeno questo me lo chiedo dopo e cerco di fare in modo che non si parta da qui per definire un problema di questa portata. Qualcosa mi dice che non sia stato qui il nodo, non volontariamente almeno, ma non so.
    Non ero presente, infatti, all’episodio che raccontate ma credo di essere ugualmente legittimata a porre degli interrogativi. E anche a presentare e a richiedere posizionamenti. Io sono contraria all’integrazione delle persone straniere, non soltanto delle persone immigrate. La considero la regina dei razzismi per il semplice fatto che a nessuno viene in mente di proporre di integrare gli americani o i tedeschi che vengono in Italia stabilmente. Trovo persino retorico e poco rispettoso parlare di ricchezze culturali da integrare solo quando si parla di popolazioni di mondi non occidentali: non amo nutrirmi, nel senso di fagocitare, delle ricchezze altrui, preferisco imparare, fin dove si può e rispettare al massimo ogni diversità. Con questo sto dicendo che non reputo interessante né adeguato porre il problema che avete posto nel nome dell’inclusione. Intendevate esclusione, mi pare di capire. Oppure no ma ne vorrei parlare ugualmente visto che questo post ha un senso perché rivolto anche a chi non era presente, dato che se così non fosse, darei per scontato che la vicenda sia stata risolta fra le presenti, il che destituirebbe questo post dal compito di essere un po’ una denuncia di comportamenti giudicati sbagliati in seno al femminismo.
    A me dispiace che a questo vostro post non vi siano repliche da parte delle organizzatrici dell’evento di Bologna perché avrei piacere, per esempio, di sapere se alle donne che hanno curato il catering sia stato proditoriamente impedito di prendere parte all’assemblea o se invece faceva parte degli accordi con le organizzatrici il fatto che le curatrici del catering fossero lì al solo scopo di svolgere un lavoro. Perché cambierebbe tutto. E dal post, questo, non si capisce, io almeno non lo comprendo, o comprendo che vi è stata intenzionalità nell’esclusione, il che comporterebbe un fare ammenda, gravissima ammenda da parte di chi ha adottato un comportamento del genere. Vi stimo e molto, non credo pertanto che la vostra denuncia sia infondata, ma stimo anche e molto, le Organizzatrici degli eventi di Paestum e di Bologna. Qualcosa sta mancando, pesantemente. Capite che ne va di una ulteriore possibile spaccatura tra “storiche” e non, dico che non ne abbiamo bisogno ma che, al contrario, coaguleremmo forza se ci confrontassimo con sincerità. E’ proprio la forza quella che sta mancando al Movimento, non a caso secondo me.
    Quanto al “relegare in cucina” le donne,sento di dire, come accennavo, che non sempre ricorrere alle competenze femminili in un settore produttivo o di servizio si riduce a un relegare. Per non parlare poi del voler preferire che siano donne ad essere remunerate per un servizio comunque ritenuto necessario. Ma questo è un altro punto.

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