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Coppie, famiglia e società. Intervista a Chiara Saraceno

21 febbraio 2013
Foto di Nicolò Caranti - Festival dell'Economia - Trento 2012

Foto di Nicolò Caranti – Festival dell’Economia – Trento 2012

In occasione della conferenza organizzata dalla Sis (Società italiana delle storiche), abbiamo avuto il piacere di conoscere e intervistare Chiara Saraceno che teneva una relazione sull’idea di maternità e sulle sue trasformazioni. Studiosa di fama internazionale, attualmente honorary fellow al Collegio San Carlo di Torino, è stata per lungo tempo professore di ricerca presso il Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino. Recente la pubblicazione di un suo libro edito da Feltrinelli, “Coppie e famiglie. Non è questione di natura. Su quest’ultimo libro e, in generale, sul suo lavoro di sociologa della famiglia, si è concentrata la nostra intervista.

La prima questione che le abbiamo posto riguarda un argomento spesso utilizzato dagli oppositori della regolamentazione giuridica delle unioni delle coppie gay e dei loro figli, ovvero l’idea che il riconoscimento legale di queste nuove forme di famiglia creerebbe problemi alla stabilità dell’ordine sociale.

Sebbene negli ultimi anni si sia assistito, anche nel nostro paese, ad enormi cambiamenti rispetto al nostro modo di vedere e di vivere la famiglia e i rapporti parentali, nondimeno assistiamo in Italia ad un sempre più ampio scollamento tra piano reale e piano giuridico, cioè tra l’esistenza concreta di nuove forme di “fare famiglia” e il mancato riconoscimento sul piano legislativo. Secondo alcuni (l’esempio più recente è l’affermazione di Bagnasco in merito alle modifiche fatte in Francia al codice civile in materia di famiglia), se avvenisse il riconoscimento giuridico di queste situazioni ci troveremmo di fronte ad un baratro.Secondo te, invece non è forse il mancato riconoscimento giuridico di queste situazioni a creare una situazione di instabilità e quindi di disordine nel momento in cui ci sono delle persone la cui posizione all’interno delle famiglie non è debitamente riconosciuta anche a livello giuridico?

«Sì, sono d’accordo, l’ho scritto anche molto tempo fa, che dal punto di vista della coesione sociale – bisognerebbe dire dal punto di vista “durkheimiano” del “fare società” -, bisognerebbe incentivare, sostenere le persone che, senza essere obbligate, vogliono assumere pubblicamente la responsabilità dei propri rapporti, la responsabilità verso altri. Non si tratta solo di una richiesta di diritti, è anche molto spesso un’assunzione di responsabilità verso le proprie relazioni. Invece, nel discorso pubblico italiano, in particolare della gerarchia della Chiesa cattolica ma non solo – penso per esempio ai nostri politici – si scambia la causa con l’effetto, cioè si dice: questi sono irresponsabili, non hanno un progetto e quindi non li riconosciamo. Invece l’irresponsabilità deriva dalla mancanza di riconoscimento di tali rapporti».

L’irresponsabilità quindi più che di coloro che rivendicano i propri diritti e quindi insieme anche i proprio doveri, è piuttosto attribuibile a chi negando i diritti, nega nel contempo anche i doveri. Una chiave di lettura, quella proposta da Saraceno, molto interessante, perché ribalta i termini del rapporto e ci li presenta sotto una luce nuova.

E specifica Saraceno: «Questo non vale solo per le coppie omosessuali, ma anche per le coppie eterosessuali di fatto, che vengono accusate di non avere un progetto di vita che preveda un orizzonte temporale. Negli ultimi 10 anni, in Italia, c’è stato un aumento nel numero di coppie conviventi che hanno figli senza essere sposate. Oramai un figlio ogni quattro nasce dentro una coppia ma fuori dal matrimonio. Dire che le coppie conviventi oggi siano senza alcun orizzonte temporale mi sembra un’assurdità».

Il mancato riconoscimento delle coppie conviventi, gay o etero, con figli crea dei problemi sul versante dei doveri e delle responsabilità. Al di là, quindi, della propria posizione ideologica su queste situazioni. 

«Che piaccia o non piaccia che si mettano al mondo i figli così – dice Saraceno – il fatto è che non riconoscere che c’è un altro genitore che ha voluto quel figlio, e che se ne vuole assumere la responsabilità, di fatto corrisponde a creare legalmente un orfano; è la costruzione giuridica e sociale dello stato di mancanza di un genitore, quindi, che nega non solo diritti ma soprattutto doveri. Succede anche nelle “migliori famiglie” come si dice, nelle famiglie eterosessuali regolarmente sposate, che in seguito alla separazione uno dei due coniugi sparisca e non si faccia più vivo. Nel caso delle coppie omosessuali, ha perfettamente diritto di sparire».

La studiosa prosegue mettendo in luce quali gravi conseguenze comporti, soprattutto per i figli, il riconoscimento di un solo genitore, «non riconoscendo l’altro, non se ne riconosce tutta la discendenza, che magari sarebbe disposta a prendersene cura».

Così come accadeva un tempo per i figli naturali, figli cosiddetti “illegittimi”: «Anche per i figli delle coppie omosessuali in cui è riconosciuto un genitore, non è solo l’altro genitore ad essere cancellato, ma l’intera sua genealogia. La conseguenza grave è che se succedesse qualcosa al genitore legale, o riconosciuto, questo bambino, nel caso in cui non avesse i nonni ancora viventi, potrebbe essere dato in adozione ad un estraneo. Sono bambini senza alcuna protezione. Uno potrebbe dire che non ammette il matrimonio – anche se, secondo me, il diritto al matrimonio dovrebbe essere garantito – ma non si può non riconoscere che c’è qualcuno, nella fattispecie il genitore non legalmente riconosciuto, che vuole assumersi la responsabilità. Oppure si deve arrivare al punto di registrare un bambino come orfano?»

Riprendendo l’idea di “fatto sociale” di Durkheim, Saraceno nel suo ultimo libro “Coppie e famiglie. Non è una questione di natura” sottolinea come non ci sia nulla che lo esemplifichi meglio della famiglia. Un fatto così ovvio da apparire un dato di natura al punto da non riconoscerne più la complessità. Abbiamo quindi voluto chiedere chiarimenti su una questione cruciale, sulla quale si sviluppano in direzioni diverse sia le posizioni pro sia quelle contro la regolamentazione.

«Come direbbe Durkheim, il potere dei fatti sociali è tale che essi sono così consolidati da far sì che noi li assumiamo come naturali. Ce li aspettiamo così e non pensiamo che possano essere in altro modo. Il fatto che queste costruzioni sociali determinino delle aspettative non significa che diventino più naturali. L’ovvietà non significa naturalità. Perché è un’ovvietà che comunque ha una sua origine storica contestualizzata».

Per spiegare la storicità della costruzione sociale “famiglia”, Saraceno ricorre all’idea di amore materno

«L’amore materno è un’idea recente che caratterizza una parte del mondo. L’assenza di amore materno può essere dannosa per il bambino perché è attesa, e fa parte di ciò che ci si aspetta di avere. In società in cui non ci si aspetta che ci sia amore tra genitori e figli – nel senso che la struttura parentale si sviluppa in modo diverso, secondo altri codici di responsabilità – l’assenza dell’amore non provoca nessuna conseguenza nella personalità del bambino. Non c’entra la natura, c’entra il fatto che noi cresciamo socializzati fin dalla nascita e siamo portati ad aspettarci certe relazioni piuttosto che altre».

Un’ultima domanda riguarda la crisi e il modo in cui essa modifica non solo le condizioni materiali, ma anche le situazioni sociali e i rapporti familiari. Si pensi ad esempio ai figli che restano in casa con i genitori per lungo tempo, fino a tarda età e la scelta – spesso obbligata – di non fare dei figli. La crisi determina conseguenze anche sul piano familiare e parentale? Questo porterebbe ad affermare che la crisi ha conseguenze non solo di tipo materiale.

«Sicuramente sì, non nel senso che la crisi modifica l’idea di famiglia, ma senz’altro modifica le pratiche familiari. A parte il fatto che in Italia i figli escono più tardi dalla famiglia di origine, semmai il fenomeno nuovo è che la crisi è giunta in una fase in cui i dati di ricerca stavano mostrando come il modello stesse lentamente cambiando. È come se la crisi avesse interrotto un processo di lento cambiamento. Va ad aumentare il numero dei giovani che rimangono in casa per costrizione e allontana la possibilità di fare una famiglia se lo si desidera. Oltretutto, in Italia, per accedere ad un’abitazione c’è un canale di affitto stretto, che è una delle cose che rende più difficile uscire di casa».

Chiara Saraceno passa a fare qualche considerazione sul tema della casa, sulla mancanza di intervento da parte della politica in relazione al problema della disoccupazione e sul ruolo della famiglia nella gestione della crisi.

«Le politiche della casa in Italia hanno sempre favorito la proprietà. Tutti si stracciano le vesti parlando dell’Imu, mentre non viene mai affrontato il problema che gli affittuari paghino degli affitti spropositati. Oggi in realtà si dà per scontato che la famiglia sia ancora la grande rete di welfare, per cui la crisi non è considerata così grave perché sono i giovani che sono disoccupati, salvo poi essere accusati di essere “bamboccioni”. Quando Brunetta disse “Obblighiamo i giovani ad uscire di casa a 18 anni”, non vedo perché non essere d’accordo, basta che lo Stato fornisca loro la casa e il lavoro. Ma queste sono affermazioni totalmente irrealistiche, perché se si guardano le politiche, i giovani di fatto continuano ad essere considerati esclusivamente “figli”. La loro disoccupazione è grave, ma non seria perché tanto non diventano poveri, e infatti noi vediamo che questo è quello che è accaduto e che accade tutt’ora. La famiglia ha fatto fronte alla crisi assieme agli ammortizzatori sociali, oltre al fatto che gran parte della perdita di lavoro ha riguardato i secondi redditi in famiglia. Ciò ha fatto sì che la povertà non sia esplosa fino agli ultimi tempi, in relazione ai quali i dati ci fanno vedere come sia aumentata fortemente, perché alla crisi non è seguita ripresa, la luce in fondo al tunnel si sposta sempre più in là, di sei mesi in sei mesi, le famiglie che hanno tenuto e hanno redistribuito, hanno intaccato non solo la propria capacità di risparmio, ma anche i propri risparmi e adesso – con la luce in fondo al tunnel che continua a spostarsi, la cassa integrazione che si riduce e così via – anche la solidarietà familiare che ha tenuto, che è stata la grande risorsa per superare la crisi, comincia ad essere in affanno».

Con quest’ultimo affondo sulla situazione italiana si conclude la nostra intervista con una grande studiosa, e soprattutto una grande donna. La ringraziamo per la sua disponibilità, per l’intelligenza e la simpatia con cui ha accolto le nostre domande. Speriamo che questo contributo possa contribuire al dibattito su argomenti fondamentali che necessitano di risposte urgenti, anche da parte delle istituzioni politiche.

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