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Le cause del disastro

24 febbraio 2013

Pubblichiamo la lettera con cui Anna Petrungaro illustra le gravi difficoltà in cui si trova il Centro contro la violenza alle donne di Cosenza. La situazione in cui si trova il Centro e le cause politiche profonde sono illustrate con chiarezza. I ritardi nell’erogazione dei fondi hanno assunto il profilo di in una vera e propria discontinuità, tale da costringere le donne del Centro a chiudere nel la 2010 la Casa rifugio e a non sapere oggi se il Centro potrà continuare la propria attività. Non solo. Il sostegno della politica istituzionale ha preso le forme di una propaganda genericamente “rosa” e senza impegni pratici. La disparità violenta della relazione maschile – femminile è ancora vissuta come una “cosa da donne” e non come un percorso di cambiamento di cui farsi carico collettivamente. Il vuoto di pensiero e di azione politica maschile è connivenza con la violenza.

Per altri articoli “Il 25 novembre saremo in piazza a Cosenza” (Donne calabresi in rete) e “L’emergenza che non disturba” (Suddegenere)

Buona lettura. 

IL FUTURO E’ ADESSO, ANCHE PER MORIRE

Anna Petrungaro – Centro Contro la Violenza alle Donne Roberta Lanzino di Cosenza

Il Centro Contro la Violenza alle Donne Roberta Lanzino di Cosenza, pur vivendo in una regione dotatasi di una Legge per la promozione e il sostegno dei centri antiviolenza e delle Case d’Accoglienza per le donne in difficoltà (21 agosto 2007 n. 20), si ritrova, per l’ennesima volta, stretto nel cuneo di disegno di precarizzazione che lo ha costretto a programmare la chiusura del servizio.

Il nostro Telefono Rosa ha stipulato in data 23 marzo 2012 una convenzione con la Regione Calabria che prevede un finanziamento proveniente dai Fondi del Programma Operativo Regionale Fondo Sociale Europeo 2007-2013- Avviso Pubblico “Centro di ascolto per donne vittima di violenza di genere”. Nonostante il progetto “Continuità e potenziamento del Centro contro la violenza alle donne Roberta Lanzino”, come da accordi, sia regolarmente partito il 26.03.2012, il Centro non ha ancora ricevuto il contributo stabilito per il progetto. Quasi un anno di ritardo.

Gli stessi irresponsabili e sconsiderati ritardi nell’erogazione dei fondi ci hanno costrette a chiudere la Casa Rifugio nel 2010. In nome di leggi e legacci legislativi sono state compiute enormi ingiustizie, dirottate risorse preziose verso mete sconosciute. Questa vergognosa modalità pascola sulla consolidata convinzione che continueremo a riempire di vita i tempi morti del sostegno istituzionale. A questa estenuante discontinuità nell’erogazione dei fondi abbiamo opposto la continuità della nostra resistenza. Tuttavia è stata confusa in modo opportunistico, la scelta della nostra presa in carico del problema della violenza alle donne come una ineluttabile necessità, come una cosa di donne ad esclusivo appannaggio delle donne. Le istituzioni si sono prese e continuano a farlo tutto il tempo che ritengono opportuno e anche di più, ci chiedono di aspettare, di pazientare.

E noi abbiamo pazientato e abbiamo resistito perché siamo donne di parola.

Ci siamo industriate in ogni modo per distillare, creativamente e responsabilmente, energie da una realtà ‘squilibrata’ come questa. In questi giorni, per l’ennesima volta siamo sul punto di chiudere definitivamente la porta di quell’appartamentino in Via Caloprese, sede del nostro centro. Alle telefonate assidue del proprietario che reclama il suo affitto arretrato di un anno non sappiamo più cosa rispondere. Anche noi siamo state costrette a prendere e chiedere tempo, ma oggi questa risorsa preziosa non ce la possiamo più permettere. Dobbiamo dire NO alle donne che ci chiedono rifugio perchè non abbiamo un posto dove ospitarle. Non osiamo immaginare che fine faranno dopo avere abbassato la cornetta del telefono.

La violenza contro le donne, quella che oggi viene ritenuta un’emergenza sociale, come il terremoto o le alluvioni, prosegue il suo inesorabile cammino e i tanti riflettori accesi su di essa non ne riducono la portata.

Il nostro grido d’allarme è stato accolto dalle donne che nei centri antiviolenza d’Italia fanno il nostro stesso lavoro. L’associazione D.i.RE, la rete delle donne calabresi, il mondo dell’associazionismo femminile, singole amministratrici, hanno appoggiato con convinzione e passione la nostra denuncia e la nostra perseveranza. A livello istituzionale regionale non siamo andate oltre, a tutt’oggi, di un ufficioso impegno a rispettare il deliberato istituzionale e una reiterata richiesta di temporeggiamento. Tuttavia, il nostro impegno all’interno del centro antiviolenza è a termine, poiché non possiamo prevede la dismisura di questa attesa e la dilazione del tempo fino a quando potrebbe protrarsi.

In Calabria, come nel resto d’Italia, le azioni e le argomentazioni delle forze politiche ci testimoniano l’adozione inerte di una ‘scaduta’ visione delle politiche di prevenzione e di contrasto alla violenza sulle donne. Questi comparti di programmi politici continuano ad essere pensati e propagandati dentro lo scenario settorializzato delle più generiche questioni femminili. La relazione maschile femminile e le sue fondamenta sono ancora strette all’interno di una logica, fondativa del tessuto sociale, di disparità violenta. Pertanto non vengono percepiti e vissuti per quello che sono: mattoni ed edifici sociali, collettività.

La maggioranza degli uomini, i nostri mariti, i nostri amici, i nostri figli, sia di destra che di sinistra, non sente il bisogno di riflettere e interrogarsi sull’immaginario sessuale maschile, sulla complessità problematica della costruzione del proprio genere, non prendono pubblicamente le distanze dalla violenza sulle donne, a partire dagli aspetti, apparentemente più innocui, meno gravi, come la mercificazione del corpo delle donne, il linguaggio sessuato, l’immaginario maschile, gli stereotipi su forza e debolezza, le molestie, il loro stesso silenzio.

Gli uomini che hanno avviato una riflessione critica e profonda su queste questioni si contano sulla dita di una mano e l’interesse per questo percorso ci appare di straordinario valore, proprio in ragione del suo portato inedito e minoritario. Dovremmo, molto più realisticamente, considerarlo un atto tardivo, dovuto, un’ordinaria assunzione di responsabilità. Nella maggior parte dei casi gli uomini si limitano ad esibire un protagonismo (minimale rispetto a quello speso sul versante della politica) con retoriche dichiarazioni di solidarietà e appoggio. La resistenza e la sordità a queste questioni, il vuoto di pensiero e di azione politica maschile, la mancanza di volontà ad assumere la questione del rapporto tra i sessi, in tutta la sua portata culturale e politica, si traducono in connivenza con la violenza, in un incisivo contributo alla riproduzione ininterrotta della relazione con la donna, così come l’abbiamo vista svolgersi fra le pareti del nostro piccolo e prezioso centro.

In questi giorni abbiamo ricevuto attestazioni pubbliche di solidarietà e sostegno, come pure l’impegno di alcune donne candidate alle prossime elezioni in Calabria a farsi carico di un concreto lavoro di contrasto alla violenza sulle donne, nella nostra regione, come nel resto d’Italia.

Diamo credito a questo impegno, saremo ancora presenti sul fronte del lavoro politico, immerso nella realtà più che nelle istituzioni, con proposte e pressioni, senza disperdere la prospettiva di un grande progetto di cambiamento che riguarda tutti, uomini e donne, e che ha bisogno di tempo, da consumare oggi e da dilazionare per il futuro.

Il nostro Centro però è esistito ed esiste qui ed ora, agonizza adesso.

L’ osceno spreco di tempo e di risorse adottato fino ad oggi dagli attuali amministratori rischia di affogarne, sia l’urgente attualità che i futuri orizzonti.

One Comment leave one →
  1. marisa permalink
    24 febbraio 2013 19:47

    e’ una vergogna, uno schifo.Ma lo sapete che se chiami i carabinieri non rispondono, se chiami la volante arriva ma ti obbliga a tenerti l’uomo in casa se è tuo marito o ha la residenza, anche se tu sostieni che hai paura e ne spieghi le ragioni. Solo perchè magari quella sera non è completamente ubriaco e, se non ti mena più con le mani, ti mena con gli insulti irragionevoli, il farsi solo i fatti suoi, il mutismo sadico e l’assoluta mancanza di un briciolo di compassione. Vorresti chiudere la storia ma lui da casa non se ne va. Devi andartene tu. Ma dove e per quanto tempo?L’ospite dopo tre giorni…Non esiste nessuna solidarietà. E’ uno tra i milioni di casi. L’alternativa sarebbe le donne autonomamente organizzate, altro che pietire fondi. I fondi te li danno se hai la forza di imporli.E dove sono le donne organizzate, autonome, creative dalle mille risorse.Le poche volontarie si limitano a fittare un’apparamento e a farsi il telefono rosa. Tu vai là, racconti i tuoi guai magari ad una psicologa e quando te ne vai ti senti più malconcia di prima. Eppure tra donne sappiamo operare tanti miracoli. Mi chiederei perchè non li facciamo più.Forse perchè essendo tutte noi in diversa misura ma egualmente incarcerate, non siamo nelle condizioni nè oggettive, nè soggettive di dare una mano alle altre per aiutarle a fuggire dai carcerieri?

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